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Ebrei aggrediti in Autogrill: ecco chi ha accesso la miccia dell’antisemitismo

Sapete chi è più pericoloso degli aggressori? Chi li ha autorizzati moralmente. Chi ha permesso che l'identità ebraica diventasse un bersaglio accettabile

ebrei autogrill (IG)
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Un padre francese viene aggredito a calci in un Autogrill sull’autostrada Milano-Laghi. Ha in testa una kippah. Suo figlio ha sei anni. E ha solo paura.

Ma il punto non è l’Autogrill. Non è nemmeno la data o la nazionalità. Il punto è chi ha acceso il fiammifero. Perché l’antisemitismo non esplode mai per caso. Si prepara. Si allena. Si legittima, giorno dopo giorno, da chi lo nutre con parole, silenzi e mezze verità.

Responsabili morali

Parliamoci chiaro: a scatenare un’aggressione non è solo chi tira un pugno. È anche chi scrive articoli ambigui in cui ogni ebreo diventa “complice” del governo israeliano. Chi nei talk show lascia dire indisturbato che “gli ebrei controllano l’informazione”. Chi grida “Palestina libera” e poi si gira dall’altra parte quando un bambino viene insultato solo perché indossa una kippah.

Sono loro, i responsabili morali. Certi  giornalisti e certi politici che strizzano l’occhio ai manifestanti con le kefiah ma non hanno mai speso una parola per dire che l’antisemitismo non è un’opinione. Gli attivisti “progressisti” che parlano di diritti umani ma negano il diritto, umano, di un ebreo a sentirsi al sicuro per strada.

Ogni vignetta che riduce la stella di David a un’arma è un passo verso la violenza. Ogni post in cui “Israele = nazismo” è un ponte verso l’odio. Ogni intellettuale o manifestante di turno, che magari neppure sa dove si trova Gaza, che difende Hamas come “resistenza” e tace sulle teste tagliate, ha già scelto da che parte stare. E non è la parte dell’umanità.

Antisemitismo in crescita

In Europa gli episodi antisemiti sono in crescita esponenziale. In Italia raddoppiano ogni anno. Eppure la risposta è tiepida, stanca, rituale. I comunicati politici sono pieni di aggettivi e vuoti di azione. Le scuole non educano. I media si nascondono dietro la “complessità del conflitto”. Intanto un padre finisce a terra, in mezzo a un’area di servizio, davanti a chi filma e chi guarda.

E sapete chi è più pericoloso degli aggressori? Chi li ha autorizzati moralmente. Chi ha permesso che l’identità ebraica diventasse un bersaglio accettabile. Chi ha taciuto quando l’odio ha iniziato a parlare con voce d’intellettuale. Chi ha fatto finta di non vedere quando l’odio ha indossato i colori della giustizia.

L’antisemitismo oggi non è un ritorno del passato. È una mutazione del presente. Una che si nutre di chi rifiuta di chiamarlo col suo nome. Di chi cerca scuse. Di chi pensa che esprimere solidarietà a un ebreo significhi giustificare un governo. Di chi crede che, dopotutto, se ti metti una kippah in testa, te la sei un po’ cercata. Eh sì. Un po’ come lo stupro. 

È tempo di dire basta. Di fare nomi. Di pretendere che chi ha diffuso l’odio lo ritiri indietro, parola per parola. E se non vuole, che almeno abbia il coraggio di guardare in faccia le conseguenze.

Perché il fuoco che ha bruciato la dignità di un padre e la serenità di un bambino, lo hanno acceso anche loro. Ed è tempo di fare chiarezza. Di fare un passo indietro.

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