C’è un momento in cui la realtà supera la propaganda e il cinismo. Israele e Hamas hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco a Gaza: il rilascio di tutti gli ostaggi ancora vivi, la restituzione dei corpi dei morti, la scarcerazione di quasi duemila detenuti palestinesi e il ritiro dell’Idf fino al confine di Rafah.
Un fatto storico. Ma, come spesso accade, la storia non nasce da un consenso collettivo: nasce da una volontà singolare. In questo caso, la volontà si chiama Donald Trump.
Il potere americano
È stato lui – con la sua diplomazia muscolare e la sua ostinazione pragmatica – a spingere entrambe le parti verso un accordo che nessun organismo internazionale aveva saputo costruire. Ha messo sul tavolo un piano preciso, venti punti concreti, e ha imposto un principio chiaro: o si negozia, o si resta nel buio. E alla fine, hanno negoziato.
Non è stato un miracolo. È stata una strategia. Trump ha usato il potere americano non come semplice influenza, ma come leva: economica, politica, militare. Ha convinto Israele a discutere, ha costretto Hamas a cedere, ha portato Egitto e Turchia dentro una cornice di responsabilità condivisa. È il risultato di un approccio che ha fatto della concretezza il suo linguaggio e della fermezza la sua grammatica.
Pacifismo sterile
Nel frattempo, chi si autoproclamava “difensore dei palestinesi” continuava a incendiare piazze e social, a gridare contro l’Occidente e a rivendicare la “resistenza” come unico orizzonte. Ma la resistenza senza prospettiva non è eroismo: è condanna.
Le frange pro-Pal più radicali – quelle che rifiutano qualsiasi compromesso – hanno alimentato il disordine e la violenza, senza mai proporre un progetto politico reale. Hanno parlato di genocidio, ma non hanno saputo immaginare la pace.
Trump, invece, l’ha imposta. E l’ha fatto nel modo più difficile: costringendo i nemici a sedersi allo stesso tavolo. Ha sfidato l’immobilismo delle istituzioni internazionali, ha ignorato la diplomazia sterile dei comunicati e ha giocato la carta che nessuno aveva il coraggio di giocare: quella della responsabilità.
Tregua vera
È possibile che dietro ci sia calcolo politico? Certo. È possibile che Trump ambisca al Nobel per la Pace, a pochi giorni dal suo annuncio? Assolutamente sì. Ma la differenza tra chi agisce per ambizione e chi predica per ideologia è nei risultati.
E il risultato, oggi, è una tregua vera. Un accordo che salva vite. Un passo, finalmente concreto, verso la fine di una guerra che molti fingevano di voler fermare, ma che in realtà serviva a mantenere in vita il caos.
Ehud Barak ha definito l’intesa “un buon piano per Israele e per Gaza, non necessariamente per Netanyahu”. Forse è proprio questo il punto: Trump ha agito per la stabilità, non per compiacere gli equilibri politici di turno. Ha ridisegnato la scena con la brutalità dell’efficacia.
Non è finita
Oggi molti si affannano a cercare i meriti altrove, a minimizzare, a dire che “non è finita”. È vero: non è finita. Ma qualcuno doveva pur iniziare. E lo ha fatto chi, invece di piangere sulle rovine, ha costruito un ponte sopra di esse.
Nel linguaggio delle relazioni internazionali, questa si chiama leadership. Nel linguaggio della storia, si chiama coraggio. E piaccia o no, oggi entrambi hanno un volto preciso: quello di Donald Trump.
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