Politica

Mamdani, Bundu e i frutti avvelenati della lotta alla “bianchezza”

Dal candidato sindaco di New York alla candidata di "Toscana Rossa" aumentano i politici che cavalcano il risentimento contro i bianchi, ma anche chi crede che ci sia un razzismo anti-bianco

Bundu (Rete Versilia, Ytube)

Hanno fatto discutere le recenti esternazioni di Antonella Bundu, candidata presidente alle elezioni regionali in Toscana per la coalizione di estrema sinistra “Toscana Rossa”. In occasione del Meeting Internazionale Antirazzista di Cecina, la Bundu ha dichiarato che “smantellare la bianchezza è un atto politico” e “una pratica collettiva e urgente”.

In questo modo, ha fatto propri i concetti della sinistra woke anglosassone, che con termini come “whiteness” e “white privilege” promuove l’idea che i bianchi abbiano troppo potere in Occidente a discapito delle minoranze. Ma laddove questi concetti vengono già messi in pratica, i risultati sono tutt’altro che incoraggianti.

La lotta ai bianchi di Mamdani

Alle elezioni per la carica di sindaco di New York che si terranno il 4 novembre, potrebbero pesare le esternazioni del candidato democratico Zohran Mamdani, il quale a giugno ha dichiarato di voler alzare le tasse sulla proprietà per i quartieri “più ricchi e più bianchi”. Una scelta, quella di aumentare le tasse sulla base del colore della pelle, che ha suscitato forti polemiche, che si accompagnano al suo rifiuto di prendere le distanze da frasi come “globalizzare l’Intifada”.

Mamdani ha giustificato il suo desiderio di voler aumentare le tasse per i quartieri a maggioranza bianca dicendo che è “solo una descrizione di quello che vediamo in questo momento. Non è motivato dalla razza. È più una constatazione di quali quartieri vengono tassati poco e quali tassati troppo”.

Asiatici più ricchi

Tuttavia, nel suo programma ha dimenticato di menzionare che oggi, negli Stati Uniti, la popolazione asiatica è mediamente più ricca di quella bianca.

Secondo il sito Statista, nel 2023 gli asiatici erano il segmento etnico della popolazione americana con il reddito medio annuale per famiglia più alto, di 131.800 dollari all’anno: questo dato era superiore alla media di tutta la popolazione statunitense (100.800 dollari), e superava il reddito medio annuo per famiglia dei bianchi non ispanici (104.400 dollari), dei neri (71.390 dollari) e dei latinos (71.150 dollari).

Se si guardavano le singole etnie, il Pew Research Center ha rivelato che nel 2023, solo tra gli immigrati indiani il reddito medio annuo per famiglia saliva a 151.200 dollari. È curioso che Mamdani non ne abbia parlato, considerando che egli stesso è di origine indiana da parte di entrambi i genitori.

Il ruolo dei media

I principali media americani hanno giocato un ruolo chiave nel preparare il terreno per l’ascesa politica di figure come Mamdani: come spiegava già nell’agosto 2020 sulla rivista Tablet Magazine il ricercatore Zach Goldberg, che lavora presso l’Institute for Governance and Civics dell’Università statale della Florida, l’utilizzo di termini come “razzista” e “razzismo” è aumentato vertiginosamente sui principali quotidiani Usa.

Nel 2011, rappresentavano lo 0,0027 per cento e lo 0,0029 per cento di tutte le parole usate rispettivamente sul New York Times e sul Washington Post. Nel 2019, erano salite rispettivamente allo 0,02 per cento e allo 0,03 per cento.

Anche per altri termini si sono visti simili aumenti: tra il 2013 e il 2019, l’utilizzo di termini quali “privilegio bianco” e “privilegio razziale” è aumento del 1.200 per cento sul New York Times e del 1.500 per cento sul Washington Post. Mentre l’utilizzo del termine “whiteness” è aumentato del 500 per cento sul New York Times e del 360 per cento sul Washington Post.

Il risultato di questa deriva è stato quello di alterare la percezione del razzismo in America, soprattutto tra i liberal: nel 2011, solo il 35 per cento dei bianchi di sinistra pensava che il razzismo negli Stati Uniti fosse un grosso problema. Il dato è salito al 61 per cento nel 2015 e al 77 per cento nel 2017.

Passando dagli Stati Uniti al Regno Unito, persino riviste scientifiche hanno dato credito alla teoria della “whiteness”: sulla rivista medica britannica The Lancet, nel gennaio 2020 è apparso un articolo che attribuisce tutta la violenza nei confronti degli afroamericani alla difesa della cosiddetta “whiteness”, come se la cattiveria e la violenza fossero connaturate nell’essere bianchi.

Il razzismo anti-bianco in Sudafrica

Come a New York, anche in Sudafrica ci sono politici che cavalcano il risentimento nei confronti dei bianchi, talvolta con toni apertamente razzisti: Julius Malema, leader del partito di estrema sinistra EFF (Economic Freedom Fighters), è stato di recente giudicato colpevole di discorsi d’odio per frasi espresse ad un comizio del 2022, quando ha detto: “Nessun uomo bianco mi potrà picchiare […] non dovete mai aver paura di uccidere. Una rivoluzione prevede che ad un certo punto si debba uccidere”.

A parte queste esternazioni, per le quali era già stato condannato nel 2022 dalla Commissione dei Diritti Umani del Sudafrica, Malema si è fatto notare anche per altre affermazioni violente: dopo gli attacchi contro Israele del 7 ottobre 2023, ha dichiarato apertamente di sostenere Hamas, tanto che avrebbe fornito armi all’organizzazione terroristica se mai fosse stato eletto presidente del Sudafrica. Prima ancora, era stato fonte di polemiche per aver cantato una vecchia canzone che recita “uccidi il boero”. Per questa e altre sue prese di posizione, nel 2012 era già stato espulso dall’ANC (African National Congress), partito nel quale era stato a capo del movimento giovanile.

Per porre fine alle disparità economiche in Sudafrica, Malema propone di espropriare i terreni agricoli ai proprietari terrieri bianchi per ridistribuirli, senza dare alcun risarcimento in cambio. Tuttavia, quando una politica simile è stata applicata nello Zimbabwe dal dittatore Robert Mugabe per confiscare le terre ai rhodesiani bianchi, il Paese è sprofondato in una tremenda crisi economica.

La paura in Francia

La legittimazione che queste manifestazioni d’odio trovano è dovuta allo stesso motivo per cui dopo il 7 Ottobre in molti negano o minimizzano la crescita dell’antisemitismo: siccome la sinistra woke divide il mondo in oppressi e oppressori, e in questo schema bianchi ed ebrei vengono collocati tra gli “oppressori”, allora si ritiene a torto che non possano essere vittime di razzismo o di discriminazioni.

Nonostante la sottovalutazione del problema da parte di media e istituzioni, a seconda dei casi l’opinione pubblica ne diventa comunque consapevole: lo si può vedere in Francia, dove un sondaggio dell’ottobre 2022 del CSA Institut riportava che l’80 per cento dei francesi era convinto che esistesse un razzismo anti-bianco nel loro Paese. Solo il 19 per cento negava che ci fosse un problema, mentre il restante 1 per cento era indeciso.

Francia 1

Se poi si andavano a segmentare i risultati a seconda dell’orientamento politico, emergeva che quelli convinti che il razzismo anti-bianco fosse un problema erano maggioritari tra gli elettori di quasi tutti i partiti: erano la maggioranza tra chi votava il Rassemblement National (92 per cento), i Repubblicani (89 per cento), il partito Renaissance di Emmanuel Macron (83 per cento) e persino tra gli ambientalisti di sinistra che votavano Europe Ecologie-Les Verts (76 per cento). L’unica eccezione era costituita dal partito di estrema sinistra La France insoumise, tra i cui elettori la percentuale di quelli preoccupati dal razzismo anti-bianco scendeva al 39 per cento.

Fra 2

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Iscrivi al canale whatsapp di nicolaporro.it
L'inferno è pieno di buone intenzioni