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Complottisti all’opera sulla strage di Bucha, ma non sarebbe la prima commessa dall’esercito russo

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A Bucha, nell’hinterland di Kiev, i russi si sono ritirati. Gli ucraini, entrando, hanno trovato un massacro: civili uccisi, a centinaia (si parla di 300 vittime, in una prima stima), sepolti in una fosse comune dietro ad una chiesa, oppure lasciati per strada. Portano i segni di un’esecuzione: colpo di pistola alla nuca, mani legate dietro alla schiena. Non sono morti in battaglia, neppure vittime collaterali del conflitto, sono stati deliberatamente assassinati.

L’orrore delle immagini e dei racconti è stato subito accolto con l’ormai consueto scetticismo. Non tanto dai media, quanto dal solito mondo del web, nelle pagine Facebook più inclini a giustificare Putin, se non proprio a sostenerlo, e in una pletora di “media indipendenti”, che però scelgono di essere anticonformisti riportando le tesi dei media (di Stato) russi. Premesso che il dubbio è sempre lecito, che in guerra la prima vittima è la verità e che tutto è ancora possibile, finché non si conduce un’indagine indipendente sul luogo del massacro, lasciateci dire quale sia l’ipotesi più probabile. Logica vuole che se un esercito di occupazione si ritira e lascia alle spalle una scia di sangue e di cadaveri, è molto più facile che il colpevole sia l’esercito occupante, come sembra dimostrare anche un’analisi delle immagini satellitari effettuata dal New York Times. È sempre possibile che i corpi siano finti, che siano comparse, che siano morti veri ma portati in loco dagli ucraini, che siano veri e del posto, ma assassinati dagli ucraini (perché? perché si erano arresi ai russi?), oppure che si tratti di una delle solite diaboliche operazioni di “false flag” che i complottisti attribuiscono curiosamente sempre e solo alla Cia. Ma si tratta di ipotesi molto remote che richiederebbero molte più prove e testimonianze in più per dimostrarle. Sembra incredibile che nella stampa “alternativa”, l’eccezione diventi la norma.

Sarà mai che vogliono giustificare la Russia, anche a cadaveri caldi? In molti casi, al di là dell’intento politico, anche in perfetta buona fede, si dà per scontato che un esercito regolare non possa commettere crimini. Per lo meno: non possa commetterne di così infami, su larga scala e sotto i riflettori. Soprattutto si dà per scontato che l’esercito regolare russo non commetta crimini. Ma come è possibile, ci si chiede, che proprio l’esercito della nazione che difende i valori cristiani si trasformi in un’orda di sterminatori? Eppure chi si nutre di questi preconcetti positivi, dimentica alcune cose, sia dell’attualità che della storia recente russa.

Partiamo dall’attualità. Osservatori russi acuti, come la giornalista Anna Zafesova, avevano sottolineato l’importanza della composizione delle truppe regolari russe mandate a combattere in Ucraina. Non venivano tanto dalla Russia occidentale, dove la cultura con il Paese da occupare è molto affine, quanto dalle lande più remote della Russia asiatica, oppure dal Caucaso. Una prima spiegazione è psicologica: in Russia non si deve sapere che in Ucraina si sta combattendo una guerra vera, ma solo “un’operazione speciale”. Se il caduto o il ferito viene da Mosca o da San Pietroburgo, l’impatto della sua morte sull’opinione pubblica sarebbe decisamente maggiore rispetto a un caduto che veniva da Jakutsk o da Grozny. A Bucha, secondo fonti di intelligence privata, le forze d’occupazione provenivano dalla Jacuzia, una regione della Siberia conosciuta solo dai giocatori di Risiko o dai turisti estremi che vanno a godersi il freddo alle temperature più glaciali del mondo. Chi proviene dalla Jacuzia ha più affinità culturali con un inuit che non con un ucraino. Questo vuol dire che l’empatia con la popolazione locale, soprattutto se le cose si mettono male, è pressoché nulla. Inoltre non è un mistero la presenza di miliziani ceceni, islamici radicali, fedeli a Mosca. Combattono soprattutto nell’area di Mariupol, ma erano anche nella regione di Kiev. Infine, parte delle truppe mandate in Ucraina è costituita da irregolari, inquadrati nell’organizzazione Wagner, la “legione straniera” russa, spesso costituita da avanzi di galera liberati in cambio di un servizio alla patria, o estremisti di varia natura del mondo slavo, ortodosso, nazionalista. Tutto questo mosaico di truppe “esotiche” non fa ben sperare in un trattamento umano di prigionieri e civili occupati, soprattutto nella foga di una battaglia con migliaia di perdite o, ancora peggio, di una ritirata.

Il pregiudizio positivo nei confronti dell’esercito russo crolla, se appena si studia un po’ di storia, sia recente che remota. Nella storia recente abbiamo gli esempi di come truppe russe, sia regolari che irregolari, hanno combattuto nel Donbass e prima ancora in Cecenia. In entrambi i casi, nessun osservatore indipendente ha potuto verificare quel che i russi hanno fatto. Ma nel Donbass è certa la presenza di numerose fosse comuni che i russi hanno sempre considerato come luoghi di sepoltura di vittime della violenza ucraina, ma che sono scavate in territori mai controllati dall’esercito ucraino. E quindi è molto probabile che siano ucraini assassinati dai russi.

Il giornalista italiano Antonio Russo, testimone delle violenze in Cecenia, è stato assassinato a Tbilisi, in Georgia, nel 2000. In territori controllati dai russi non è mai stato possibile condurre indagini, ma gli indizi sono molti. Secondo Amnesty International, i crimini commessi in Cecenia dalle truppe russe, da quelle cecene fedeli a Mosca e dai ribelli sono letteralmente di tutti i tipi: “Includono uccisioni indiscriminate, uso eccessivo della forza, decessi in custodia, tortura e maltrattamenti in custodia, presunte uccisioni illegali, detenzioni arbitrarie, detenzione segreta, rapimenti, sparizioni forzate, minacce agli attivisti per i diritti umani, attacchi ai parenti di sospetti combattenti , e gli sgomberi forzati degli sfollati interni”.

Nella storia più remota, sono stati dimenticati i crimini dell’Armata Rossa, sia quelli commessi durante la Guerra Civile (1917-21), sia quelli, ancor più massicci della Seconda Guerra Mondiale. Un crimine tipico era l’uccisione di tutti i prigionieri politici prima di una ritirata. I Bianchi (truppe anti-comuniste) trovarono mattatoi a cielo aperto dopo la ritirata dei Rossi dalle città dell’Ucraina e della Russia meridionale. Nella Seconda Guerra Mondiale, quando i tedeschi entrarono di sorpresa nel territorio sovietico, trovarono tracce di esecuzioni di massa (cadaveri insepolti e fosse comuni appena nascoste) in Bielorussia, nei Paesi Baltici e in Ucraina. Violenze che poi i nazisti superarono, numericamente e per sadismo, con il loro folle progetto di sradicare gli slavi dalle terre che avrebbero voluto colonizzare loro. E proprio per questo, furono violenze comuniste dimenticate dalla storia, finite nell’oblio dopo la vittoria degli alleati, quando a Stalin si perdonò tutto. Ma nessuno ha il diritto di sorprendersi, se oggi vediamo qualcosa di molto simile ripetersi nelle stesse terre, ad opera dei discendenti diretti dell’Armata Rossa.