Dall’avvento dell’odierna ideologia woke in Occidente, nemmeno le istituzioni religiose si sono rivelate immuni a certe derive.
Lo si è visto nel 2019, quando Antje Jackelén, arcivescovo luterano della Chiesa di Svezia, ha affermato al quotidiano svedese Expressen di credere che Greta Thunberg “sia profetica allo stesso modo in cui i profeti dell’Antico Testamento erano persistenti con il loro messaggio”.
E nel 2021, quando il pastore protestante e deputato democratico del Missouri Emanuel Cleaver ha concluso un sermone con la frase inclusiva “Amen Awoman”. E nel 2023, quando la Chiesa Anglicana ha ordinato il suo primo prete che dice di identificarsi col genere “non binario”.
Certe derive non sono presenti solo in ambito cristiano, ma anche in ambito ebraico, sfruttando il fatto che soprattutto negli Stati Uniti la comunità ebraica è sempre stata politicamente sbilanciata a sinistra. Ciò viene cavalcato in particolare dall’estrema sinistra filopalestinese, che sta cercando di riscrivere la storia del popolo ebraico per negarne il legame con la Terra d’Israele.
La cena di Pesach
Questo fenomeno è palpabile ad esempio nel modo in cui l’organizzazione ebraica di estrema sinistra JVP (Jewish Voice for Peace), già nota per aver organizzato eventi con terroristi palestinesi condannati per omicidio e inviato minacce e intimidazioni agli studenti ebrei filoisraeliani nei campus universitari, ha cercato di rielaborare in una versione woke la festività di Pesach, la Pasqua ebraica, che ricorda l’uscita degli ebrei dall’Egitto sotto la guida di Mosé.
La tradizione vuole che per il Seder, la cena della prima sera di Pesach, la famiglia riunita a tavola legga la Haggadah, ovvero il testo che racconta come Mosé portò gli ebrei a liberarsi dalla schiavitù e a lasciare l’Egitto per andare nella Terra Promessa.
Come ha riportato nel 2019 la rivista ebraica americana Commentary, da anni JVP ha creato una Haggadah “alternativa”, che comincia chiedendo una dedizione alla “intersezionalità”, esortando i partecipanti a “trovare momenti di feroce e giusta rabbia che vi motivino a impegnarvi nell’attivismo locale e nazionale”. Avverte anche che, alla luce del “controllo colonialista e dell’occupazione in corso”, gli ebrei devono evitare qualsiasi associazione degli egiziani di oggi con coloro che hanno oppresso i loro antenati, poiché “il razzismo antiarabo e l’islamofobia saturano i nostri media e la nostra cultura, e dobbiamo essere vigili per opporci e bloccarli ad ogni occasione”.
La festa di Hanukkah
JVP ha cercato di mettere in atto operazioni simili anche con la festività di Hanukkah, e questo nonostante sia una festa che presenta un forte legame con la Terra d’Israele: essa infatti celebra la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme dopo la vittoria dei Maccabei quando questi riconquistarono la città, dopo che per secoli era stata sotto la dominazione greca (prima di Alessandro Magno e poi dell’Impero Seleucide).
Quattro volte all’anno, gli ebrei recitano Yizkor, una preghiera per commemorare parenti e amici defunti. Nel 2017, JVP l’ha ritoccata in versione woke per commemorare anche “uomini e donne nere uccise dalla polizia […] persone uccise nell’attentato del 2016 all’Aeroporto di Istanbul […] persone uccise mentre ballavano al nightclub Pulse […] donne trans di colore uccise nel 2015/16”.
Mamdani e Tishà BeAv
Talvolta, quando cercano di apparire vicini alle comunità ebraiche a dispetto delle loro posizioni antisraeliane, certi esponenti della sinistra americana ottengono solo di fare brutta figura. Lo dimostra un episodio riguardante il sindaco di New York Zohran Mamdani, che in un tweet del 22 luglio ha fatto gli auguri agli ebrei newyorkesi per il giorno di Tishà beAv.
Secondo l’agenzia di stampa JNS, il tweet ha suscitato numerose reazioni negative, soprattutto da parte di ebrei che lo hanno accusato di ipocrisia. In primo luogo, perché dopo aver più volte prestato il fianco alla narrazione terzomondista che dipinge Israele come uno Stato coloniale, nel suo tweet ha taciuto sul fatto che Tishà beAv ricorda la distruzione del Primo e del Secondo Tempio di Gerusalemme, un tassello fondamentale del legame storico degli ebrei con quella terra.
In secondo luogo, l’augurio agli ebrei di New York è giunto poco dopo che Mamdani aveva ammesso di non avere la facoltà di far arrestare Benjamin Netanyahu qualora mettesse piede a New York, cosa che in precedenza aveva promesso ai suoi elettori che avrebbe cercato di fare.
Prima ancora, nel novembre 2025 l’allora portavoce di Mamdani, Dora Pekec, ha riferito che secondo il suo capo le sinagoghe “non dovrebbero essere usate per promuovere attività che violano il diritto internazionale”, come ha definito un incontro presso una sinagoga di Manhattan per ebrei interessati a trasferirsi in Israele, che è stato contestato da una folla propal.
Ebrei ortodossi come foglie di fico
Già in campagna elettorale, per dare legittimità alle sue posizioni antisraeliane e al tempo stesso difendersi da accuse di antisemitismo, Mamdani ha raccolto il sostegno di organizzazioni ebraiche di estrema sinistra e di frange radicali dell’ebraismo ortodosso come i Satmar. Assieme ai Neturei Karta, sono i gruppi ortodossi più ostili al sionismo, e per questo hanno ricevuto una certa visibilità.
Quello che spesso non viene detto, è che sebbene soprattutto i secondi indossino spesso la kefiyah e simboli propal a fini di marketing, in realtà essi si oppongono a Israele per motivi religiosi, non politici, in quanto convinti che il ritorno degli ebrei nella Terra Promessa debba avvenire solo con l’arrivo del Messia. Inoltre, a dispetto della loro pretesa di rappresentare il “vero ebraismo”, all’inizio del 2022 i Neturei Karta risultavano essere appena 5.000 in tutto il mondo, su una popolazione ebraica complessiva di 15,2 milioni. I cosiddetti “veri ebrei” erano appena lo 0,03 per cento del totale.
Questi gruppi hanno spesso dimostrato di avere posizioni estremiste: pur di avere una tribuna dalla quale attaccare pubblicamente Israele, nel 2006 diversi esponenti dei Neturei Karta sono andati a Teheran per partecipare ad una conferenza che promuoveva il negazionismo della Shoah. Hanno anche espresso un’aperta vicinanza a Hamas, Hezbollah e al regime iraniano.
Complottismo palestinese
Ci sono stati anche casi in cui i media palestinesi hanno cercato di veicolare un’immagine distorta e caricaturale delle festività ebraiche. Ciò si vede soprattutto nel periodo tra settembre e ottobre, in cui ogni anno (in date diverse seguendo il calendario ebraico) sono concentrate in un arco di circa tre settimane quattro festività di fila: Rosh Hashanà (il capodanno ebraico), Yom Kippur (il giorno dell’espiazione, in cui si digiuna), Sukkot (la festa delle capanne, che ricorda la vita nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto e prima di arrivare in Terra d’Israele) e Simchàt Torah (al termine di Sukkot).
Nel settembre 2022, il sito HonestReporting ha riportato diversi casi di narrazioni distorte. Al-Qastal, sito di notizie palestinese attivo a Gerusalemme, aveva twittato: “Che piani hanno i coloni durante la loro incursione nella benedetta Moschea di Al-Aqsa nelle presunte festività dal 26 settembre al 17 ottobre 2022?”.
Sotto, c’era un grafico che prendeva in giro la tradizione ebraica, equiparando ai coloni dei semplici ebrei osservanti accusati di voler “assalire” Al-Aqsa mentre effettuano “sacrifici vegetariani” (come chiamavano i frutti da cedro consumati generalmente a Sukkot) e suonano la “tromba” (un riferimento allo shofar, un corno d’ariete solitamente suonato dagli ebrei in determinate festività). Quds+, un’altra testata con sede a Gerusalemme, ha lanciato un “appello alla mobilitazione […] per ostacolare i piani dell’occupazione e dei suoi coloni durante la cosiddetta stagione delle ‘festività ebraiche’”, in sostanza istigando le persone a commettere atti di violenza e di terrorismo.
Il revisionismo storico di Barbero
Se la narrazione dei media palestinesi è tutto sommato prevedibile, ben più grave è il caso quando un accademico italiano con un ampio seguito sfrutta la propria visibilità per veicolare disinformazione. È quello che ha fatto lo storico Alessandro Barbero, quando ha sostenuto in un video che non ci fossero prove archeologiche sufficienti per dimostrare che nell’antichità fosse esistito un Regno d’Israele.
Sebbene gli addetti ai lavori abbiano posizioni discordanti sull’argomento, concordando più sull’esistenza dei due regni d’Israele (a nord) e di Giuda (a sud) che su un unico regno ebraico, ci sono ricerche che Barbero ha trascurato nella sua narrazione: tra il 2005 e il 2008, una squadra guidata dall’archeologa israeliana Eilat Mazar ha rinvenuto a Gerusalemme una struttura ritenuta corrispondere al palazzo di Re Davide. Sebbene su questa interpretazione ci siano opinioni contrastanti, molti storici concordano sul fatto che la struttura sia una testimonianza significativa della presenza di un regno ebraico intorno al X secolo a.c.
A rimarcare una tesi simile è anche il libro del 2025 The Bible’s First Kings, scritto da Avraham Faust, archeologo e docente presso l’Università Bar-Ilan, e Zev Farber, rabbino e biblista. Pur mettendo in dubbio l’esistenza dei regni di Saul, Davide e Salomone come descritti nella Bibbia, i due autori hanno voluto sottolineare il fatto che i ritrovamenti archeologici disponibili confermano l’esistenza di un regno ebraico unificato nel X secolo a.c., integrando una considerevole mole di dati e informazioni raccolte dagli studiosi nel corso dei decenni.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


