Cultura

La “Endurance” è persa, ma la spedizione prosegue: terza puntata

Storia gloriosa di uno straordinario insuccesso, terza puntata: nave incagliata nel ghiaccio, l’equipaggio si prepara a sopravvivere sul pack e proseguire la missione

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“La situazione in sala macchine è seria, comandante”, disse il secondo, Frank Wild, a Shackleton, che stava in quel momento aiutando a rinforzare le cime che trattenevano le gabbie dei cani. “Abbiamo riportato danni in vari punti dell’opera viva (la parte sommersa della nave, nda) e stiamo imbarcando acqua in quantità superiore a quella che riusciamo a pompare fuori; entro un’ora o due al massimo dovremo spegnere la caldaia per evitare che l’acqua gelata la faccia esplodere”.

Intrappolati nel ghiaccio

In effetti, l’Endurance si trovava in una condizione paradossale: da una parte il ghiaccio del lastrone che si era formato intorno ad essa le impediva di manovrare, come se fosse incappata in una secca e, dall’altra, la zona più calda del bastimento, quella della sala macchine, permetteva di sciogliere quel tanto del pack che permetteva all’acqua di penetrare al suo interno, attraverso gli squarci che si erano creati urtando contro i bordi taglienti degli iceberg che non era riuscita ad evitare negli ultimi giorni.

Appariva sempre più evidente la necessità, assoluta ed urgente, di creare uno spazio di fuga a proravia del motoveliero, ma, nello stesso tempo, tenere il motore acceso, alimentato a carbone, era un rischio enorme. Ormai l’Endurance procedeva alla velocità di pochi nodi, insufficiente per aiutarsi con l’ampia velatura a governare senza l’ausilio del motore a vapore.

Spegnendo il motore, tuttavia, sarebbe cessata la produzione di elettricità e di acqua calda, divenuta indispensabile per sbloccare le più importanti manovre (verricelli, argani, cavi della timoneria). Sir Ernest diede ordine di provare a fare spazio intorno alla carena, utilizzando lunghe travi metalliche per frantumare il ghiaccio che sempre più stringeva l’Endurance in un morsa e che ben presto diventò tanto solido da permettere di camminarvi sopra.

Purtroppo, i tentativi di aprire una stretta via di fuga davanti alla nave, ormai agevolmente effettuabili da terra, si rivelarono un inutile spreco di tempo ed energia e non diedero esito alcuno.

In quell’angolo estremo del mondo, le vicende di quel gruppetto di uomini alle prese col ghiaccio, rimanevano circoscritte entro il circolo polare antartico, mentre le maggiori potenze dell’epoca stavano scendendo in campo le une contro l’altre, dando vita al più sanguinoso conflitto del XX secolo, per cui ben presto l’opinione pubblica mondiale si disinteressò della spedizione dell’Endurance e degli uomini che ne facevano parte.

Persino la radio, di cui era dotata la nave inglese, non si rivelò di grande utilità, per il semplice motivo che, in assenza di una rete capillare di stazioni radio in terraferma, la portata dell’apparato radiotelegrafico di Shackleton era insufficiente per essere ricevuta in Nuova Zelanda, il più vicino luogo ove esistessero le prime stazioni radio-marittime, allora agli albori.

Tra ardimento e follia

Shackleton, in quell’anno 1915, aveva quarantuno anni e pressoché suoi coetanei erano il neozelandese Frank Worlsley, capitano dell’Endurance, ed il secondo di questi, il britannico Frank Wild. A bordo dell’Endurance, la linea di comando era quella tradizionale, ossia con il capitano Worlsley a decidere tutto quanto riguardasse la navigazione vera e propria, benché fosse evidente che alla figura carismatica di Shackleton, più esperto di tutti in materia di spedizioni antartiche, fosse riservata l’ultima decisione.

In buona sostanza, le decisioni del capo-spedizione erano soltanto due: proseguire o fare marcia indietro e rinunciare ancora una volta a portare a termine l’impresa che si erano prefissati.

La parte più spettacolare e rischiosa, almeno nelle previsioni, era ancora da iniziare, perché il piano, come abbiamo visto, prevedeva che, una volta attraccata la nave Endurance in un punto favorevole qualsiasi del continente antartico vero e proprio, la spedizione avrebbe dovuto proseguire a piedi, con le slitte trainate dai cani, per attraversarlo completamente in terraferma, cosa non ancora compiuta da nessun’altro.

Se fu un azzardo avventurarsi, e proprio in quella stagione insolitamente rigida, nella parte più critica del Mare di Weddell è questione dibattuta ancor’oggi, ma sta di fatto che, come accade da sempre in tutte le più estreme esplorazioni, vi furono errori di valutazione e qualche concessione di troppo al forte desiderio di sfidare gli elementi della natura, ma, allora come oggi, la volontà di spingersi sempre oltre corre sul filo sottilissimo tra l’ardimento e la follia.

Leadership

Nei diari di Shackleton e Worsley troviamo un’interessante notazione a proposito dei pinguini imperatore che abitano quelle desolate lande polari. Entrambi gli esploratori scrivono come, da mesi, non si trovasse più traccia di tali uccelli giganti lungo la navigazione della spedizione, per poi comparire nuovamente, come sbucati dal nulla e con gran schiamazzo, proprio il giorno il cui la nave si bloccò definitivamente tra i lastroni, inclinata di circa 40 gradi sul lato sinistro a causa della solidificazione della massa d’acqua penetrata in sala macchine e non più pompabile fuori bordo.

Quella presenza improvvisa di un gran numero di pinguini tutt’attorno alla nave non poté non fare breccia nell’immaginazione dei marinai più anziani, da sempre attaccati ad antiche tradizioni colme di oscuri presagi e figure immaginarie che taluni credono di monito a chi osi sfidare il mare.

Per Shackleton era giunto il momento di fare un punto fisso, comunicando a tutti cosa avesse in mente di fare. Radunò tutto l’equipaggio e gli scienziati della spedizione. Tenendo ben ferma la sua pipa nella mano sinistra, salì su una cassetta di bozzelli di ricambio e si rivolse ai presenti con le seguenti parole: “Non preoccupatevi se perderemo la nave. Vi chiedo un grande sforzo, un lavoro pulito, una leale cooperazione e vi prometto che vi riporterò a terra, sani e salvi”.

Il “Dump Camp”, la missione prosegue

L’effetto fu immediato e risolutivo, come accade soltanto dopo aver ascoltato il discorso di un vero leader, uno che sa come e quando dire quelle parole che possano mantenere accesa la fiamma della perseveranza e del coraggio. Iniziarono dunque, il 27 ottobre 1915, l’allestimento a terra, nei pressi della Endurance ormai incagliata, di quello che chiamarono “Dump Camp”, il luogo in cui avrebbero dovuto trasportare dalla nave tutto quanto potesse essere utile a sopravvivere sul pack ed a proseguire la missione.

Furono calate due delle grandi scialuppe della nave e vennero fissate alle slitte, con la speranza di poterle rimettere in acqua non appena si fosse aperto uno squarcio di mare, finalmente liquido, che avesse resa possibile la navigazione. I cani vennero alloggiati in ricoveri di fortuna ma efficienti, e tutto il materiale scientifico venne portato a terra, mentre, dallo scafo dell’Endurance, non cessavano affatto, anzi si moltiplicavano, i sinistri lamenti del fasciamo sempre più stritolato dalla morsa fenomenale del ghiaccio.

La temperatura era di 25 gradi Celsius sotto lo zero, e si poteva ancora resistere, ben equipaggiati e protetti dalle pesanti uniformi polari imbottite di pelliccia. Si riuscì persino ad accendere un fuoco, attorno al quale la temperatura era sopportabile e sul quale si poteva scaldare il non moltissimo cibo rimasto, oltre che sciogliere la neve per avere acqua potabile, da bere in fretta prima che si ricongelasse.

Si trovò persino il tempo per un improvvisato concertino, dopo cena, ad opera del violino che il mozzo, William Morgenstern, aveva portato a bordo e che, di tanto in tanto, imbracciava. “Billy il Tedesco”, come tutti chiamavano il giovanissimo mozzo a causa del suo cognome di origine germanica, era un buon ragazzo, volenteroso e silenzioso. Le rare volte che parlava lo faceva col violino e la cosa suscitava l’ilarità di quegli uomini, niente affatto piegati dalle avversità ed ancora propensi a qualche momento di svago dopo una giornata di lavoro forsennato.

Iniziarono anche i preparativi per una spedizione di scouting via terra, lungo un possibile percorso verso la salvezza degli uomini, il che, tuttavia, non significava ancora la rinuncia agli obiettivi della spedizione, che sarebbe ripartita con altri mezzi una volta trovato un rifugio sicuro.

La nave è persa

Fu il giorno 21 novembre 1915 in cui il destino della nave Endurance si compì. Intorno alle 4 del pomeriggio, preceduto da una serie sempre crescente di stridii e rumore di legname stritolato, si udì uno schianto improvviso, fragoroso e terrificante. Tutti smisero di lavorare e, verificato che nessuno fosse a bordo della nave, si radunarono di corsa ad un centinaio di passi dalla bella tre alberi ormai semisommersa.

Subito dopo, lentamente ma inesorabilmente, l’Endurance cominciò ad affondare di poppa, sotto gli sguardi rassegnati del suo equipaggio. Le cronache riportano che, mentre l’Endurance scendeva verso gli abissi, i presenti intonarono il vecchio e triste canto dei marinai “Amazing Grace”, per dare l’addio alla loro nave. Uno dei superstiti raccontò che le gote di Sir Ernest Shackleton vennero percorse da una lacrima, subito asciugata col dorso del guanto di pelliccia color ambra dell’irlandese.

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