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La ricerca della salvezza, arrivo a Elephant Island: quarta puntata

Storia gloriosa di uno straordinario insuccesso, quarta puntata: un’imprevista soluzione di salvezza, da Patience Camp a Elephant Island

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Endurance Elephant Island

La perdita della nave Endurance, ormai sprofondata negli abissi, lasciò Shackleton ed i suoi 27 compagni di viaggio, oltre ai cani da slitta sopravvissuti ad una malattia che non furono in grado di curare, nella condizione di organizzare un’imprevista soluzione di salvezza.

Patience Camp

Nei quattro mesi in cui la spedizione rimase sulla banchisa del Dump Camp, poi ribattezzato significativamente in Patience Camp, le provviste erano scese drammaticamente e gli uomini vennero messi a dura prova, anche perché, durante le frequenti tempeste di neve, la temperatura scendeva fino 50 gradi sotto lo zero.

Le numerose escursioni sulla banchisa, alla ricerca di una via d’uscita praticabile per la spedizione, non diedero buon esito, ovvero non diedero indicazione alcuna che valesse la pena di arrischiarsi ad abbandonare quel minimo rifugio costituito dalle scialuppe rovesciate a mò di riparo, trascinandole, anche con la forza umana, verso una direzione promettente.

Prevalse, per un lungo e tormentoso periodo, la linea del “nel dubbio, astieniti”, un principio tutt’altro che prevalente nel carattere di un uomo ardimentoso come Shackleton. Dopotutto, aveva trascinato quegli uomini in un’avventura che, già prima che iniziasse, evidenziava tali e tanti motivi d’incertezza da far tremare i polsi a chiunque non fosse stato Sir Ernest.

L’obiettivo da raggiungere era ben studiato e pianificato; esso era fisso ed accettato con consapevole coraggio da tutti i membri della spedizione. Tuttavia, gli eventi degli ultimi mesi avevano drammaticamente portato alla luce l’estrema pericolosità del loro compito e la loro sopravvivenza fu il primo obiettivo da raggiungere.

Le qualità del leader

Allora come oggi, ai capi spettano decisioni sofferte e difficili, soprattutto quando si tratti di decidere per l’incolumità altrui, prima che della propria. Un capo deve decidere per il meglio, utilizzando tutte le risorse a sua disposizione e la propria esperienza, perché, anche se a molti non è chiaro il concetto, un forte carattere ed un indiscusso carisma non bastano per essere un buon capo.

Abbiamo visto ed ancora vediamo forti personalità e manifestazioni di autoritarismo (cosa ben diversa dall’autorevolezza) da parte di decisori privi di esperienza autentica, di schiena dritta, di preventivo e rigoroso studio delle materie sulle quali si vorrebbe decidere, quand’anche non di tutti e tre questi requisiti assieme, tuttavia indispensabili per un vero leader.

Miraggi

Ma torniamo alla spedizione dell’Endurance. In quei primi mesi del 1916 accadeva spesso che, nelle rare giornate serene, poco prima che scomparisse il sole, l’orizzonte sembrasse mostrare rilievi e forme in distanza che l’accecante riflesso bianco-azzurro del giorno aveva celato fino a quel momento. Purtroppo, tali rilievi scomparivano alla vista ben presto e le brume del mattino successivo già non li mostravano più.

Dopo i primi, cauti, entusiasmi per l’apparizione di qualcosa che potesse indicare una direzione verso la quale procedere, si decise di approfondire la cosa ed anche il radiotelegrafista di bordo avanzò l’ipotesi di installare un’antenna di fortuna, un semplice dipolo, su qualunque rilievo potesse permettere una maggior portata dell’apparto radiotelegrafico di bordo, che ancora funzionava con la residua carica delle batterie, fino allora risparmiate tenendole sempre vicino al fuoco.

Purtroppo, la delusione fu cocente, confermata dai geografi e dai meteorologi della spedizione: si trattava di veri e propri miraggi, dovuti a fenomeni di rifrazione e diffrazione della luce del sole, al suo punto più basso dell’orizzonte, esattamente come accade talvolta nei deserti di sabbia a causa della turbolenza dell’aria.

Unica speranza le scialuppe

Tuttavia, le rilevazioni dimostravano che l’ampia superficie sulla quale era stato allestito il campo di emergenza si muoveva, talvolta anche piuttosto velocemente, verso Nordest. Teoricamente, poteva essere un elemento positivo, in quanto i forti venti e le potenti correnti sottomarine avrebbero traslato il Patience Camp a ritroso, verso quell’isola dalla quale erano salpati all’inizio della missione, l’estate precedente.

Era ormai giunto il mese di aprile del 1916 e la stagione dell’estate australe volgeva la termine. Molto presto, i ridottissimi spazi di mare aperto tra un lastrone di ghiaccio e l’altro si sarebbero sempre più ridotti e tutto si sarebbe ricompattato. Si trattava di salire a bordo delle scialuppe e navigare verso il più vicino punto in terraferma, muovendosi a ritroso verso Nord, navigando tra gli iceberg e i lastroni in continuo movimento.

Ciò che era divenuto impossibile per una nave, non lo sarebbe stato, si pensava, per ben più piccole ed agili scialuppe, costruite in Norvegia secondo criteri di robustezza ed affidabilità sui quali ben si poteva fare affidamento.

La nave appoggio Aurora

Alcuni di voi si chiederanno: “Ma cosa fece la nave-appoggio Aurora, che inizialmente seguiva l’Endurance nella prima parte della spedizione?” È presto detto. Inizialmente, la non giovanissima ma robusta Aurora aveva il compito di distaccarsi dal convoglio Endurance per dirigersi verso il Mare di Ross, dove avrebbe dovuto attraccare al Continente Antartico per allestire diversi campi-base, con la funzione prevalente di assistere ed accogliere la spedizione di terra di Shackleton verso la fine della missione.

Accadde, tuttavia, che le medesime condizioni meteo-marine che resero impossibile procedere verso terra nel Mare di Weddell della nave Endurance, resero altrettanto difficile la navigazione per l’Aurora, che, soltanto a gennaio 1915 riuscì ad attraccare per breve tempo nel punto più a Sud che poté raggiungere, ossia nel Canale McMurdo, ove il suo capitano, Aeneas Mackintosh, scese a terra con buona parte dei materiali e nove uomini dell’equipaggio, lasciando il comando al primo ufficiale, Joseph Stenhouse.

Il quale, venne scritto, per incompetenza e sopravvalutazione delle proprie capacità (difetti riscontrabili ancora oggi in taluni comandanti) riuscì soltanto ad incagliare nel ghiaccio il motor-yacht che gli venne affidato, nonostante la navigabilità nel Mare di Ross fosse decisamente migliore di quella capitata all’Endurance.

Stenhouse tentò, comunque e sempre, di mettersi in contatto via radio con le stazioni costiere neozelandesi, ma senza successo. Soltanto nel mese di febbraio 1916, al progressivo scioglimento dei ghiacci attorno all’Aurora, questa poté fare rotta verso la Nuova Zelanda, avendo riportato danni ingenti alla struttura ed alla timoneria, lasciando, in sostanza, i dieci uomini sbarcati a McMurdo Sound senza alcuna assistenza.

Sintetizzando le vicende della nave Aurora, che tuttavia meriterebbero una migliore trattazione, possiamo dire che fu proprio Sir Shackleton a soccorrere, a gennaio 1917, i sette superstiti ancora in vita della nave Aurora, quando egli poté riprendere il mare, proprio a bordo di una riparata e rinforzata Aurora per la spedizione di soccorso.

Il destino dell’agile e robusto motor-yacht Aurora si compì nel successivo mese di gennaio 1918, verso la fine della Prima Guerra Mondiale, quando venne data per dispersa lungo la rotta tra l’Australia e il Cile, mentre, carica di carbone, affrontava la sua nemesi, il suo ultimo viaggio senza gloria e senza storia. Cose che succedono in mare, in cui nulla è mai certo in assoluto e solo il mare comanda a tutto e tutti.

Arrivo a Elephant Island

Sulla banchisa di Weddell, dopo lo stallo dei campi di sopravvivenza, si tornò all’azione. Shackleton puntò verso l’Elephant Island, unico punto di terraferma che potesse essere raggiunto in quelle condizioni e proprio in quello sperone ghiacciato e disabitato riuscirono a giungere, con una navigazione irta di difficoltà, soltanto il 15 aprile 1917, ove sbarcarono materiali e parte dell’equipaggio e, per una volta ancora, allestirono un campo di fortuna, che pose sotto il comando del suo secondo, Frank Wild, il quale avrebbe provveduto soprattutto a proteggere e sfamare (con una dieta a base di pinguini, qualche rara foca e molte alghe) la ventina di componenti il gruppo.

Per amor di cronaca, i diari dei due comandanti riportano che furono sacrificati, per sfamarsi, i rimanenti cani. Scelta la più ben conservata scialuppa, lo stesso Shackleton, con Frank “Skipper” Worsley, Tim McCarthy, John Vincent, Thomas Crean ed Harry McNish riprese il mare, o meglio quel poco che se ne potesse navigare, e fece ancora rotta verso Nord, in cerca di salvezza per tutti.

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