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Nel governo Draghi come nella nazionale di Mancini, dilettanti allo sbaraglio

Il calcio come metafora della politica: squadre mal assortite e nessun responsabile. Perché, alla prova dei fatti, chiunque fa meglio di noi?

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Mario Draghi Roberto Mancini

Diciamolo, anzi disciamolo come direbbe con voce roca lgnazio La Russa: questa nazionale del pallone che prende cinque pere dalla Germania come se niente fosse, non è così lontana dalla nostra situazione politica.

Squadre mal assortite

Un CT predestinato schiera contro squadre solide e determinate dei giocatori che erano già criticati, o perlomeno criticabili, prima del fischio d’inizio e quando va finire male, anzi malissimo, scoppiano polemiche al vetriolo sulle formazioni, più che sulla permanenza del commissario tecnico alla guida della squadra di calcio che ci rappresenta nel mondo.

Non accade lo stesso con il governo Draghi? A partire dai criteri non chiarissimi per cui ci si affidi a questo o a quel CT, anche in politica le scelte dell’allenatore nel comporre la squadra di governo lasciano talvolta perplessi, perché, guarda che caso, qualunque altra nazione, alla prova dei fatti, fa meglio di noi.

O troppo giovani e inesperti, o mezzi bolliti, come si potrebbe dire anche di certi ministri che, anche in tempi recenti, hanno retto importanti dicasteri italiani. Mai che si trovi il giusto compromesso tra entusiasmo, capacità ed esperienza.

Dimissioni mai

Se si vince, l’allenatore è un semidio, da inflazionare nelle pubblicità televisive e sui bus in cui lo vediamo dispensare pillole di saggezza nel più trito qualunquismo di slogan tipo “squadra vincente” o “l’unione fa la forza”. Quando, invece, si perde, si parla solo di “ripartenza”, o di “esame critico degli errori per essere più lucidi domani”, mai che si metta a disposizione la propria poltrona.

L’altra sera, in telecronaca Rai, della triste esibizione della nazionale non ci è stata nemmeno risparmiata la immancabile citazione di un onnipresente Nelson Mandela: “Io non perdo mai: o vinco o imparo”. Bene, bravo, bis. Bella boiata. Perché in questo Paese di pessimisti cronici, se uno strappo alla regola del tafazzismo imperante dobbiamo concederci, è quella di trovare il lato positivo a brucianti e annunciate sconfitte che, invece, dovrebbero far pensare subito a cosa o chi cambiare immediatamente, prima di fare altri guai.

Perché così va il mondo: mentre noi ci affidiamo alle raccolte di aforismi per giustificare la nostra poca preparazione atletica, la tecnica individuale discutibile, i nostri schemi di gioco sperimentali, in cui si muovono incerti giocatori che nemmeno conoscono il nome dei loro compagni, tutti gli altri vanno avanti e ci sorpassano.

Tanto nello sport – sempre che questo lo sia ancora – come in politica, diamo, una volta in più, l’immagine dei dilettanti allo sbaraglio, al netto di qualche rimarchevole, ma brevissima, azione individuale, di solito seguita da svarioni imperdonabili. Con quello che guadagnano, possiamo anche pretendere, come in ogni settore del lavoro? Sono professionisti? Si comportino come tali. Punto.

Mondi paralleli

Ma tra i due mondi paralleli, per certi versi quasi completamente sovrapponibili, soprattutto quanto a figuracce nel mondo, esiste però una differenza strutturale profonda. Se i giocatori azzurri non possiamo sceglierli noi poveri lettori delle pagelle del giorno dopo, se aggiungessimo una “e” al termine “lettori”, ci trasformeremmo, quasi per magia, in elettori e sarebbe un altro paio di maniche.

Purtroppo, dopo aver amaramente riscontrato il disinteresse generale dell’elettorato per un referendum su questioni d’importanza capitale, faremmo probabilmente la stessa cosa nello sport, lasciando che il nostro CT, non propriamente nella condizione di imporci stranezze ed esperimenti a sorpresa, schieri ragazzini volenterosi ma del tutto inadeguati a certi confronti, spesso anche come complessione fisica, perché a noi, evidentemente, più che vincere e crescere nella considerazione degli altri, amiamo sperimentare e perpetuare il mantra del “oggi è andata male (leggasi catastrofe, ndr), ma vedrete domani che successi!” . A voi trovare altri punti d’incontro, se vi piace.