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Divisi anche sulle tasse, il centrodestra non esiste. Le ambiguità di Draghi sul catasto

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Passate 24 ore scarse dalla chiusura dei seggi, a urne ancora calde, Forza Italia fornisce la plastica dimostrazione della disarticolazione del centrodestra di cui parlavamo ieri in sede di prima analisi del voto amministrativo. Con buona pace degli appelli all’unità di qualche ora prima…

Nemmeno sulle tasse fanno causa comune nel governo Draghi. Su un punto qualificante come la riforma del catasto, e più in generale la delega fiscale, i ministri dei due partiti di centrodestra al governo hanno imboccato strade diverse: i ministri leghisti hanno abbandonato la cabina di regia e non hanno preso parte al Consiglio dei ministri, mentre i ministri forzisti Brunetta, Gelmini e Carfagna l’hanno approvata “con convinzione”, nonostante come gli altri partiti della coalizione anche Forza Italia si era detta contraria a qualsiasi intervento sul catasto. Il centrodestra, è ormai evidente a chiunque, è un cartello per elezioni locali, obbligato per il sistema di voto, ma a livello nazionale non esiste, è una finzione, un fantasma…

Su Twitter, Mara Carfagna ha giustificato così la loro posizione:

“Il testo della delega fiscale è chiaro, noi di Forza Italia lo abbiamo approvato con convinzione: la riformulazione del catasto non può avere conseguenze sulla tassazione. Siamo il partito che ha abolito l’Imu, non avremmo mai detto sì se ci fosse stato un rischio per la casa.”

Stando al presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, il rischio c’è eccome: “Si preparano le condizioni per il salasso, ma si lascia ad altri il compito di attuarlo”.

E in effetti, basta leggere il testo per accorgersene: il governo è delegato, tra le altre cose, ad “attribuire a ciascuna unità immobiliare, oltre alla rendita catastale determinata secondo la nornativa attualmente vigente, anche il relativo valore patrimoniale e una rendita attualizzata in base ai valori normali espressi dal mercato“. E a “prevedere meccanismi di adeguamento periodico dei valori patrimoniali e delle rendite delle unità immobiliari urbane, in relazione alla modificazione delle condizioni del mercato di riferimento e comunque non al di sopra dei valori di mercato” (e ci mancherebbe!, ndr)

Come avevamo previsto, Forza Italia si è bevuta la formula dell’invarianza di gettito, su cui però persiste una ambiguità, oltre ai giochi di parole (“non è una revisione del catasto ma una riformulazione”).

L’ambiguità si gioca proprio sul concetto di invarianza di gettito. Deve intendersi limitatamente all’intervento sul catasto (e allora, perché farlo?), o alla riforma fiscale nel suo complesso, implicando quindi una redistribuzione del carico tra le diverse imposte?

Nella scorsa conferenza stampa ci è sembrato che Draghi si riferisse al solo catasto, quando ha detto che sulla casa “nessuno andrà a pagare di più e nessuno di meno” di oggi. Cosa ben più impegnativa della parità di gettito, che presuppone di non incassare di più, ma a saldo delle possibili variazioni tra i contribuenti.

Tant’è che Spaziani Testa aveva subito bollato come impossibile una riforma del catasto a parità di gettito.

Nella conferenza stampa di ieri, Draghi lo ha ripetuto, “nessuno pagherà di più”, ma ha anche aggiunto qualcosa di diverso: “Il contribuente medio non si accorgerà di nulla per quanto riguarda il catasto”. Dunque, pare di capire, i contribuenti appena non medi se ne accorgeranno. Dunque, pare di capire, i contribuenti sopra la media pagheranno di più, quelli sotto la media pagheranno di meno. Ma questo non è ciò che Draghi ha detto la scorsa settimana, quando aveva assicurato “nessuno andrà a pagare di più e nessuno di meno” di oggi. Smentendo se stesso, in sostanza dice che qualcuno pagherà di più, qualcuno di meno, solo il contribuente medio non se ne accorgerà.

“Il sistema cui si mira – ha aggiunto – non intende aumentare il gettito complessivo ma diminuirlo, perché oggi è fuori linea rispetto agli altri Paesi”.

E anche qui pare di capire che per sistema si intende il sistema fiscale, non solo il catasto, e per gettito complessivo “fuori linea”, quindi da diminuire, si intendono tutte le entrate fiscali, non solo quelle sulla casa. E infatti parliamo di una delega praticamente a saldo zero, visto che per l’attuazione il governo prevede due miliardi nel 2022 e uno nel 2023, risorse che saranno integrate con le fantomatiche nuove entrate dalla lotta all’evasione. Se nel complesso il carico fiscale diminuirà, sarà qualcosa di impercettibile. Anche su questo, se ciò corrisponda ai bisogni del Paese, i partiti di centrodestra una valutazione dovrebbero farla.

Insomma, il livello di ambiguità del presidente del Consiglio sul tema è tale da non poter esserne certi, ma la nostra lettura è che si stia avviando un processo per spostare ulteriormente il carico fiscale sulla casa, per ridurlo su altre voci, per esempio l’Irpef.

Ma state tranquilli, ci vorrà tempo, anni. Le decisioni da prendere, ha spiegato il premier, sono due e completamente diverse: “La prima è costruire una base di informazioni adeguata, la seconda è decidere se cambiare le tasse e questa decisione oggi non l’abbiamo presa”. Sarebbe stato peraltro solo autolesionista prenderla, dato che ci vorranno comunque cinque anni per aggiornare le rendite. “Se ne riparlerà nel 2026”. E torniamo alla sintesi di Spaziani Testa: “Si preparano le condizioni per il salasso, ma si lascia ad altri il compito di attuarlo”.

Bisogna tenere presente che l’aumento delle rendite catastali non significa solo l’aumento della tassa sulla casa a cui tutti pensiamo, cioè l’Imu. Legate alle rendite catastali ci sono, per esempio, le imposte di registro, le tasse di successione e l’Iva, ma anche la Tari, la tariffa sui rifiuti, la cui aliquota è fissata dai comuni e non dal governo centrale, e l’Isee. Certo, mentre l’aggiornamento sarà ancora in corso gli aumenti non scatteranno. Ma una volta terminato, saranno automatici senza alcuna necessità di ulteriori interventi normativi, perché si tratterà di un aumento non delle tasse ma della base imponibile.

Forse bruciata dal responso delle urne di ieri, la Lega aveva chiesto ulteriore tempo per esaminare la bozza della delega, ricevuta pochi minuti prima della cabina di regia, chiedendo di eliminare la revisione degli estimi catastali e limitarsi all’emersione degli immobili “fantasma”.

Ma è una richiesta irricevibile, perché com’è noto, attualizzazione delle rendite e loro adeguamento automatico sono due punti irrinunciabili per Bruxelles.

Con una velina molto velenosa, Draghi rispediva al mittente: “Si apprende da fonti di Palazzo Chigi che comunque la delega fiscale è all’esame del Cdm (e potrà essere approvata), nonostante l’assenza della Lega”. E così è stato, è stata approvata, con la Lega in contumacia.

“Ci sono diversità di vedute, ma l’azione di governo è andata avanti”, ha spiegato poi lo stesso Draghi in conferenza stampa. “Ci saranno molte altre occasioni di scambio sia in Parlamento sulla stessa legge, sia sui decreti delegati”. L’assenza della Lega al Cdm “la spiegherà l’onorevole Salvini (senatore, ndr) oggi o domani. Ma gli scambi avvenuti in cabina regia e nelle conversazioni avevano dato sufficienti elementi per valutare la legge delega”.

In effetti, il premier ha gentilmente concesso di non portare il testo in Cdm prima della chiusura delle urne, ma i suoi contenuti – catasto compreso – erano ampiamente annunciati. Per la Lega non si trattava di prendere tempo, ma di scandire un netto “no”.

Ma non c’è da sorprendersi di questo trattamento. Il premier ha la Lega, o quanto meno i suoi ministri, in pugno, perché la sua presenza al governo non è legata ad un programma da realizzare e linee rosse da non oltrepassare, ma alla figura stessa del presidente del Consiglio.

Quindi sì, lo strappo è evidente. Ma il premier sa di avere i numeri (grazie a Forza Italia ormai quinta colonna della sinistra tassa e spendi) e sa anche che alla fine la Lega in Parlamento voterà la fiducia (più che probabile) sulla delega fiscale – sebbene certo con molte assenze come sui decreti Green Pass – perché uscire dal governo semplicemente non è un’opzione per chi ha puntato tutto sull’elezione di Draghi al Quirinale e a questo obiettivo ha subordinato tutto il resto. Come scrive Stefano Folli su Repubblica, “regalare il presidente del Consiglio al centrosinistra, giusto alla vigilia della contesa per il Quirinale, sarebbe una bizzarra forma di autolesionismo”. La forma di autolesionismo scelta è invece perdere milioni di elettori… A meno che Salvini non si impunti, ma mettendo nel conto di spaccare il partito, con i giorgettiani sulla via di Alfano. Improbabile.

Ora, Draghi al Colle ci vuole andare eccome, ma mentre sa di avere in tasca il sostegno incondizionato della Lega e di Forza Italia, sa altrettanto bene che quello del Pd è tutt’altro che scontato. Anzi, il partito di Letta lo vorrebbe inchiodare a Palazzo Chigi per piazzare al Quirinale uno dei suoi numerosi pretendenti. Riforma del catasto a parte, che è un imperativo Ue, non deve sorprendere quindi se nell’ultimo periodo il premier è sembrato maltrattare la Lega – e in particolare Salvini, che non rientra nei ‘progetti’ ovviamente del Pd, ma nemmeno del “Partito Draghi” nel suo partito.