Esteri

Contestata l’elezione di William Ruto: perché un Kenya stabile è indispensabile

Il candidato sconfitto Odinga non riconosce l’esito del voto. Il rischio che sprofondi in una grave crisi politica anche l’unico Paese stabile dell’Africa orientale

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William Ruto

William Ruto è il nuovo presidente del Kenya, il quinto da quando il Paese ha ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1963. Votato dal 50,49 per cento degli aventi diritto, ha battuto di stretta misura il suo avversario, Raila Odinga, che ha ottenuto il 48,85 per cento dei voti.

L’Independent Electoral and Boundaries Commission (IEBC, la commissione elettorale) ha dato l’annuncio nel pomeriggio del 15 agosto e subito hanno cominciato ad arrivare messaggi di congratulazioni. Tra i primi a felicitarsi sono stati i leader di Etiopia, Somalia, Tanzania e Rwanda, tutti Paesi che, come il Kenya, sono membri della East African Community e che dal 9 agosto, giorno del voto, seguono le elezioni in Kenya “con il fiato sospeso”, per dirla con la Bbc.

Quasi subito l’ambasciata Usa in Kenya con un comunicato si è congratulata per lo svolgimento pacifico del voto definendo il modo in cui si è arrivati all’elezione di Ruto “una importante pietra miliare nel processo elettorale”.

Si direbbe un complimento per delle elezioni “free and fair”, libere e regolari, un evento non comune in Africa. Tuttavia, il comunicato sollecita tutti i partiti “a impegnarsi per risolvere pacificamente qualsiasi questione residua ricorrendo ai meccanismi legali esistenti per dirimere eventuali controversie” e “chiede ai leader politici di continuare a esortare i loro sostenitori a restare calmi e ad astenersi da azioni violente”.

Elezioni contestate

La “questione residua” da cui potrebbero nascere “eventuali controversie” è che, poco prima che il presidente della IEBC Wafula Chebukati annunciasse il nome del vincitore, ben quattro dei sette membri della commissione hanno fatto sapere che non intendevano sottoscrivere il risultato.

“Non possiamo assumerci la responsabilità di avallare il risultato – ha spiegato la vicepresidente dell’IEBC Juliana Cherera – a causa della mancanza di trasparenza in questa ultima fase delle elezioni. Diffonderemo un comunicato esauriente. Raccomandiamo ai kenyani di restare calmi. Nulla impedisce di portare la questione in tribunale. Lo stato di diritto prevarrà”. Il comunicato è stato diramato il 16 agosto.

In sintesi, i quattro commissari affermano che al momento della proclamazione del vincitore mancavano i risultati di oltre 20 collegi elettorali e che i membri della IEBC non hanno potuto prendere visione di tutti i risultati verificati dalla squadra tecnica. Oltre tutto – fanno osservare – la somma delle percentuali di voto dei quattro candidati (oltre a Ruto e Odinga, Waihiga Mwaure e Wajakoya George, entrambi con meno dell’1 per cento dei voti) è pari a 100,01.

Raila Odinga, il candidato sconfitto, ha aspettato un giorno prima di prendere la parola. “Ieri la nostra giovane democrazia ha subito una grave battuta d’arresto – ha dichiarato il 16 agosto rivolgendosi alla nazione – quella a cui abbiamo assistito ieri è stata una farsa e una spudorata violazione della costituzione e delle leggi del Kenya. I dati riportati da Wafula Chebukati sono nulli e devono essere annullati da un tribunale. A scanso di equivoci, voglio ripeterlo, noi respingiamo del tutto e senza riserve i risultati presidenziali annunciati ieri”.

Odinga ha tempo fino a lunedì prossimo per presentare ricorso presso la Corte Suprema. Si aprono così diversi scenari, che il Paese ha già sperimentato. La Corte Suprema può accogliere l’appello. Nel 2017 i risultati delle elezioni presidenziali, vinte da Uhuru Kenyatta, sono stati giudicati inaccettabili per gravi brogli e irregolarità accertati, le elezioni sono state annullate e il voto è stato ripetuto dopo due mesi.

Se invece la Corte respingerà il ricorso, Odinga e i suoi sostenitori possono accettare il verdetto oppure respingerlo. Dopo le elezioni del 2007, di cui fu contestato il risultato che diede la vittoria a Mwai Kibaki, per mesi scontri violenti hanno devastato diverse province del Paese e si è arrivati ad un passo dalla guerra civile. Il bilancio è stato di oltre 1.200 morti, migliaia di feriti e 600.000 sfollati.

Corruzione, disoccupazione, debito estero

Nessun Paese può sostenere senza conseguenze mesi di vuoto di potere o la sostanziale incertezza su chi abbia realmente vinto le elezioni, per non parlare di una guerra civile. Tanto meno se lo può permettere il Kenya.

Il Paese, con un Pil di 110 miliardi di dollari, è la potenza economica dell’Africa orientale. Nell’area solo l’Etiopia ha un Pil superiore, anche se di poco – 111 miliardi – ma ha 121 milioni di abitanti, mentre il Kenya ne ha 56 milioni.

Le economie degli otto Paesi membri, oltre al Kenya, dell’East African Community seguono con grande distacco: primo il Tanzania, con un Pil di 68 miliardi di dollari, seguito dalla Repubblica democratica del Congo con 54 miliardi, ultimi Burundi e Gibuti con 3 miliardi.

Tuttavia, l’economia del Kenya è tutt’altro che solida. Risente dei danni causati dalla corruzione endemica, sfrenata e dalla conflittualità etnica che i politici alimentano per ottenere consenso e voti.

Come in tutto il continente, una delle sfide maggiori è la disoccupazione giovanile in aumento. Crescono anche l’inflazione e il debito estero contratto con diversi Paesi, tra cui quello enorme con la Cina, e con la Banca Mondiale, l’Fmi e altri organismi per la realizzazione di opere improduttive o incautamente realizzate, di cui i kenyani non vedono i frutti, a meno di aver parte nella loro realizzazione. Metà delle entrate fiscali del Kenya vanno nel pagamento degli interessi maturati.

Il fatto che sia la prima potenza economica della regione rende la sua stabilità economica e politica rilevante per i Paesi dell’East African Communty.

Ma c’è un secondo motivo per cui la stabilità del Kenya è importante ed è la situazione critica di gran parte dei Paesi vicini. Al confine nord, l’Etiopia patisce le conseguenze economiche e sociali della guerra scatenata dell’etnia tigrina nel 2020, nel tentativo di riprendere il controllo della vita politica ed economica del Paese perso nel 2018 dopo quasi 30 anni al potere.

La Somalia, divisa dal Kenya da una lunga frontiera, non conosce pace dal 1991 e, dal 2006, è sotto l’incessante minaccia dei jihadisti al Shabaab, affiliati ad al Qaeda. Il gruppo armato controlla in Somalia estesi territori nel sud, mette continuamente a segno attentati dinamitardi nella capitale Mogadiscio e spesso colpisce lo stesso Kenya. A causa dell’inaffidabilità delle autorità politiche somale, non si intravvedono soluzioni nel breve periodo.

Degli altri stati confinanti con il Kenya, quello in condizioni più critiche è il Sudan del Sud, staccatosi dal resto del Sudan nel 2011, in guerra dal 2013 a causa dello scontro per il potere che oppone le due etnie più numerose, i Dinka e i Nuer. Una serie di accordi di pace, violati o rispettati solo in parte, non hanno risolto del tutto il conflitto. Come in Somalia, tutto ha origine dall’irresponsabilità della leadership politica corrotta.

Nella Repubblica democratica del Congo le province orientali da quasi 30 anni sono infestate da decine di gruppi armati che operano pressoché incontrastati. Gli abitanti vivono in condizioni di insicurezza estreme, insostenibili. È una crisi complessa, eredità di due guerre civili e, prima ancora, dell’esodo in Congo di milioni di rwandesi Hutu nel 1994, l’anno del genocidio dei Tutsi.

Alcuni gruppi armati hanno forti legami con due stati vicini: il Rwanda e l’Uganda. Proprio in queste settimane il governo ruandese controllato dai Tutsi, che sostiene militarmente il gruppo armato M23 composto da miliziani Tutsi, è accusato di aver inviato truppe in territorio congolese per combattere a fianco degli M23.

Un Kenya stabile è indispensabile. È in Kenya che si sono svolti i lunghi negoziati tra i clan somali, mediati dalla comunità internazionale, culminati con il ritorno delle istituzioni politiche in Somalia; quelli tra i rappresentanti del governo e dei gruppi antigovernativi del Sudan conclusisi con un accordo di pace e con il referendum popolare che ha decretato la secessione del Sudan del sud; e quelli tra i leader Nuer e Dinka per tentare di riportare la pace nel Paese.

È dal Kenya, tramite gli organismi internazionali che vi hanno sede, che è possibile prestare soccorso alle popolazioni della regione in difficoltà a causa di conflitti e carestie. È il Kenya che ha accettato la creazione di Dadaab e Kakuma, i campi profughi Onu più grandi del mondo, per ospitare somali, etiopi e sudanesi in fuga dai loro Paesi.

Ruto vs Odinga

Oltre che stabile, il Kenya si vorrebbe anche in buone mani. Di famiglia modesta, una infanzia passata a vendere galline in un banchetto al bordo di una strada, William Ruto ormai è un uomo molto ricco, ma si presenta come il difensore dei poveri, di chi non arriva a fine mese, contro le potenti dinastie famigliari di cui Raila Odinga è espressione. Odinga ha tentato la carta dell’unità al di là delle classi e delle etnie e ha promesso lotta a oltranza alla corruzione.

Nessuno dei due è stato abbastanza convincente. Nel 2017 aveva votato l’80 per cento degli aventi diritto. Adesso l’affluenza alle urne è stata del 64,6 per cento e solo il 40 per cento dei kenyani di età compresa tra 18 e 35 anni si sono registrati nelle liste elettorali.

Le accuse contro Ruto

Su Ruto pesa anche il ricordo del suo ruolo negli scontri post elettorali del 2007. Per questo nel 2011 è stato accusato di crimini contro l’umanità dal Tribunale penale internazionale.

Contro di lui esistevano documenti e testimonianze. Il Kenya non ha mai consegnato ai giudici i documenti. Dei testimoni, molti furono uccisi o scomparvero e altri ritrattarono. Alla fine i giudici stabilirono che non c’era modo di continuare il processo, ma rifiutarono di assolverlo.