Esteri

E se l’Ucraina “liberasse” la Russia? Come la guerra sta scuotendo il sistema Putin

Le ripercussioni interne del conflitto, la trappola della trattativa, lo specchio riflesso della “bomba sporca”: solo la deterrenza può fermare Putin

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Vladimir Putin
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Dopo otto mesi di guerra, un breve punto della situazione.

La guerra in casa

Con la dichiarazione di mobilitazione Vladimir Putin ha, di fatto, portato la guerra in casa. È una decisione che non potrà non avere conseguenze, sia sul prosieguo del conflitto (anche se probabilmente non nel senso sperato dal Cremlino), sia sulla tenuta del regime.

Poco si è parlato degli smarcamenti di Kadyrov e Prigozhin (Wagner Group): il primo ha fatto sapere che in Cecenia nessuno sarà arruolato senza il suo consenso, il secondo ha duramente criticato la conduzione della guerra e il ruolo del ministro della difesa Shoigu.

Si discute spesso dell’intenzione del Cremlino di prolungare le operazioni militari ad oltranza, ma una guerra di logoramento non implica solo l’indebolimento dell’avversario: presto o tardi Putin potrebbe aver bisogno di richiamare parte delle truppe per prevenire o contrarrestare quella ribellione delle élites che, al momento, resta a mio avviso l’unica strada praticabile per porre termine all’aggressione e, verosimilmente, al sistema putiniano.

Se l’andamento della guerra metterà a rischio la stabilità del regime, il regime penserà innanzitutto alla propria sopravvivenza. E allora l’Ucraina potrebbe vincere prima politicamente che militarmente.
E se l’Ucraina liberasse la Russia?, si chiedeva non retoricamente André Markowicz già a giugno.

La trappola del negoziato

La Russia continua gli attacchi sui civili mentre Putin manda segnali contradditori di disponibilità a un “negoziato”, con l’obiettivo fin troppo evidente di consolidare le conquiste territoriali ottenute fino al momento.

È una trappola, nella quale ad oggi nessuno è caduto: non l’Ucraina, intenzionata a recuperare la sovranità sulle zone occupate, non l’Ue che per adesso non mostra fessure nel suo appoggio a Kyiv, né tantomeno Washington, nonostante le prime crepe all’interno dei Dem.

La trattativa è sempre stata utilizzata da Mosca come rampa di lancio per nuove rivendicazioni, osserva Ulrich Speck, e solo quando l’Ucraina avrà raggiunto una chiara posizione di forza sarà possibile parlare di negoziato per porre fine alle ostilità.

La bomba sporca

È la settimana della “bomba sporca”, cioè radioattiva. L’ultima trovata dello Stato Maggiore russo (prima Shoigu che telefona ai colleghi occidentali, poi Gerasimov che richiama, infine Lavrov che annuncia il coinvolgimento dell’Onu) è lo specchio riflesso delle ansie e delle frustrazioni del Cremlino.

Dopo settimane passate a minacciare la catastrofe nucleare, adesso spunta l’accusa a Zelensky di stare assemblando un ordigno non convenzionale per incolpare i russi. False flag, tentativo maldestro di incrinare i rapporti tra alleati e Ucraina, o semplice tendenza patologica alla menzogna?

Il tempo dirà, ma quest’ansia improvvisa di contatti con le cancellerie occidentali denota un certo nervosismo. L’evacuazione di Kherson (anche qui, non si sa fino a che punto reale) risponde alla stessa logica: dare a intendere che i russi – o gli ucraini – stanno preparando qualcosa di grosso, di terribile, di definitivo. Putin alza la posta continuamente sperando di trarne prima o poi qualche beneficio.

Solo la deterrenza

Quando si ha a che fare con un dittatore in fase paranoica, ossessionato dal destino manifesto della propria nazione, meglio non fidarsi troppo della razionalità.

Non c’è nulla di razionale nell’uso della bomba atomica in Ucraina: prima di tutto gli effetti sarebbero devastanti anche per i russi, le truppe, i territori formalmente incorporati e quelli confinanti con il Paese occupato; in secondo luogo, il nucleare non garantirebbe di per sé la vittoria a Mosca, gli ucraini non smetterebbero di combattere, anzi è probabile che continuerebbero a farlo con una motivazione ancora più forte.

Ma nemmeno l’invasione fu una decisione razionale, come ampiamente dimostrato dai successivi avvenimenti. Putin lanciò la cosiddetta “operazione speciale” semplicemente perché poteva e voleva.

Putin ha già sottovalutato l’Occidente una volta, il 24 febbraio, pensando che non avrebbe reagito. Sta adesso cercando di capire fin dove si spingerebbe la risposta in caso di attacco nucleare.

Non bisogna pensare che Putin non sgancerà la bomba perché sarebbe una scelta irrazionale, bisogna evitare che lo faccia minacciando una risposta a tutto campo, devastante per i russi. Solo la deterrenza fermerà il criminale di guerra.

La disumanizzazione del nemico

La propaganda sui media e i canali di Stato russi assomiglia sempre più a quella della Radio Télévision Libre des Mille Collines, che in Ruanda nel 1994 incitò gli hutu al genocidio dei tutsi. Sergei Mardan della Komsomolskaya Pravda afferma che non importa da dove arrivino i droni, l’importante è che “sparino in testa” ai “khokhols” ucraini (che è un po’ come chiamarli “scarafaggi del grano”).

Margarita Simonyan, direttore di Russia Today, si augura una carestia in Ucraina (stile Holodomor, si suppone), in modo che l’Occidente capisca che con la Russia è meglio andare d’accordo.

Sempre su RT, Anton Krasovsky suggerisce di “annegare o bruciare i bambini ucraini” e ribadisce che l’Ucraina non dovrebbe esistere come nazione. Il Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa intanto cambia la parola d’ordine dell’operazione speciale: da de-nazificazione a de-satanizzazione. Tutto vero.

Al di là di ogni categoria giuridica, il linguaggio e le pratiche genocidarie hanno caratterizzato fin dall’inizio la guerra russa contro l’Ucraina. La disumanizzazione del nemico è diventata ormai parte integrante della retorica bellica ispirata dal Cremlino.

La pace dell’aggressore

Secondo un sondaggio riportato dal The Kyiv Independent, l’86 per cento degli ucraini ritiene che il proprio Paese dovrebbe continuare a difendersi dall’aggressione russa, anche se si intensificassero i bombardamenti e le devastazioni.

Gli ucraini non devono aver letto l’appello di alcuni intellettuali italiani a favore di “un negoziato credibile”, pubblicato a mezzo stampa la scorsa settimana. Tra i firmatari lo storico Franco Cardini che, a scanso di equivoci, ha pensato bene di togliere ogni dubbio circa la buona fede dei firmatari del manifesto dando alle stampe un editoriale dal titolo “Le ragioni della Russia” (La Stampa, 24 ottobre 2022).

Quando pace, negoziato e ragioni dell’aggressore diventano concetti assimilabili e intercambiabili, forse qualcosa è andato storto e difficilmente si raddrizzerà.