Esteri

Nato in assetto nuova Guerra Fredda: Russia e Cina minaccia congiunta

Una nuova cortina di ferro: ulteriori dispiegamenti Usa in Europa, l’ingresso di Svezia e Finlandia, aiuti militari cinesi alla Russia, contenimento e decoupling

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Vladimir Putin Xi Jinping

Da “partner” a “minaccia più significativa” in soli dieci anni, questa l’evoluzione della Russia nei documenti strategici Nato, dal Concetto Strategico di Lisbona 2012 a quello di Madrid 2022.

Una nuova cortina di ferro

Inutile girarci intorno, nella sostanza e nei toni le conclusioni del G7 di Elmau, in Baviera, e i nuovi indirizzi strategici adottati dalla Nato al vertice di Madrid confermano che è calata una nuova cortina di ferro, non solo in Europa, ma a livello globale.

Siamo alle battute iniziali di una Guerra Fredda 2.0 e al ritorno di una divisione del mondo in due blocchi, ideologici e anche economici – anche se non tutti i Paesi si sono già schierati da una parte o dall’altra ed è presumibile che alcuni godranno di un discreto margine di manovra, come avveniva durante la prima Guerra Fredda.

In questo contesto, altro che in stato di “morte cerebrale”, come la vedeva il presidente francese Emmanuel Macron non molti anni fa: dopo l’aggressione russa dell’Ucraina, e il sostegno implicito di Pechino, l’Alleanza si è dimostrata più necessaria e viva che mai.

Dal coinvolgimento al contenimento

Nei confronti di Cina e Russia, l’Occidente e i suoi alleati nell’Indo-Pacifico sembrano aver definitivamente abbandonato l’approccio del coinvolgimento per passare al contenimento. Militare ed economico.

Anche se la Cina viene definita una “sfida”, e non una minaccia diretta come la Russia, per la prima volta la Nato guarda ad entrambe come ad una minaccia congiunta, parlando espressamente di “partnership strategica sempre più profonda” tra Mosca e Pechino, che sfidano “i nostri valori e i nostri interessi” e investono in “sofisticate capacità militari, anche missilistiche, sia convenzionali che nucleari”.

Gli Alleati non escludono l’ipotesi di un attacco contro la loro “sovranità e integrità territoriale” e la natura della minaccia ora è “globale e interconnessa”.

Aiuti militari cinesi alla Russia

D’altra parte, sembra che qualche aiuto militare cinese stia arrivando a Mosca, al contrario di quanto sostenuto fino ad oggi anche dalla Casa Bianca (“non abbiamo visto la Cina fornire alla Russia equipaggiamento militare o eludere sistematicamente le sanzioni”).

Come ha riportato il Financial Times ieri, l’amministrazione Biden ha inserito cinque compagnie cinesi in una blacklist per aver fornito assistenza militare alla Russia prima e durante l’invasione dell’Ucraina.

Si tratta delle prime sanzioni di Washington a soggetti cinesi per aiuti militari alla Russia. “Un potente messaggio per entità e individui in tutto il mondo che se cercheranno di sostenere la Russia, gli Stati Uniti li taglieranno fuori”.

Il monito del G7 a Pechino

Anche il contenimento, quindi, è globale, va dall’Artico all’Oceano Pacifico, passando per Mar Baltico, Mar Nero e Mare Cinese Meridionale.

Con toni più duri rispetto al documento conclusivo del 2021, i leader del G7 quasi intimano a Pechino di non destabilizzare Taiwan e il Mare Cinese Meridionale, esprimendo “seria preoccupazione” per la situazione: “Ci opponiamo fermamente a qualsiasi tentativo unilaterale di cambiare lo status quo con la forza e la coercizione”.

Parole che non sono piaciute a Pechino, che ha reagito accusando il G7 di “mentalità da Guerra Fredda” e “interferenze” negli affari interni cinesi.

Una Nato globale

E al vertice Nato di Madrid erano ospiti nazioni dell’Indo-Pacifico alleate dell’Occidente in funzione anti-cinese – Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda – quasi a prefigurare una Nato globale.

Se è da escludere al momento un impegno operativo dell’Alleanza nel Sud-Est asiatico, è indubbia la volontà di muoversi dal punto di vista politico ed economico come un sol blocco con i partner asiatici che condividono la preoccupazione per le mire espansioniste cinesi.

Il fianco Est

Il rafforzamento del fianco Est dell’Alleanza è degno di nota. Un nuovo comando orientale, le forze di intervento rapido che passeranno da 40 mila a circa 300 mila uomini entro l’anno, i nuovi dispiegamenti Usa in Europa: schierati 20 mila uomini aggiuntivi per un totale di circa 100 mila soldati Usa; un comando avanzato permanente della Quinta Armata in Polonia; una ulteriore squadra di combattimento di brigata a rotazione in Romania; incremento dei dispiegamenti a rotazione nei Paesi Baltici, comprese forze corazzate, di aviazione, di difesa aerea e per operazioni speciali; aumento da 4 a 6 cacciatorpediniere in Spagna; due ulteriori squadroni di F-35 nel Regno Unito; ulteriori batterie di difesa aerea in Germania e in Italia.

Il valore strategico di Svezia e Finlandia

E poi naturalmente l’ingresso nell’Alleanza di Finlandia e Svezia, tutt’altro che simbolico. Il valore è politico (se Putin pretendeva la fine dell’espansione Nato, ciò che ha ottenuto con la sua aggressione all’Ucraina è un’altra espansione), ma anche strategico.

Con Svezia e Finlandia infatti diventa enormemente più credibile la difesa dei Paesi Baltici in caso di aggressione russa. E’ noto infatti come l’exclave russa di Kaliningrad rappresenti un punto debole per l’Alleanza.

Basta guardare la cartina geografica per rendersi conto di come Mosca potrebbe facilmente tagliare le vie di comunicazione terrestri dei tre Baltici con la Polonia occupando il Corridoio di Suwalki, la striscia di terra di confine tra Lituania e Polonia che congiunge la Bielorussia a Kaliningrad, di fatto riunificando quest’ultima al resto della Russia.

Evidente l’analogia della questione Kaliningrad, non a caso più volte evocata da Vladimir Putin, con la “questione Danzica”, presa a pretesto da Hitler per invadere la Polonia.

Se con l’occupazione russa del Corridoio di Suwalki i tre Paesi Baltici resterebbero tagliati fuori dal resto dei territori Nato, l’ingresso di Svezia e Finlandia li rende più difendibili.

Contenimento economico

Il contenimento non sarà solo militare, ma anche economico. Dalla pandemia in avanti è aumentata la consapevolezza della necessità di procedere con il decoupling delle catene di valore, almeno nei settori strategici.

Il processo di de-globalizzazione è in atto, su spinta dell’Occidente e degli Usa in particolare, che hanno aperto gli occhi sulla eccessiva dipendenza dalla Cina e sui vantaggi che il Dragone ne ha tratto, come ha spiegato Torlizzi nella recente intervista per Atlantico Quotidiano.

Non un vero e proprio re-shoring quanto piuttosto un friend-shoring, come lo ha efficacemente definito il segretario al Tesoro Usa Janet Yellen.

Una globalizzazione riorientata verso Paesi “amici”, che condividono gli stessi valori e standard simili nella produzione industriale e nel lavoro, come probabilmente sarebbe stato meglio che avvenisse fin dall’inizio. Commercio libero ma anche fair.

La contraddizione

Resta però una grande contraddizione. Sia i leader del G7 che gli alleati Nato hanno riaffermato il loro impegno nel contrasto dei cambiamenti climatici, ma riteniamo che la transizione green, almeno nei termini ideologici, quasi fideistici, e nelle modalità dirigiste con cui viene perseguita, sia alla lunga incompatibile con un efficace contenimento dell’asse russo-cinese, finendo al contrario per potenziarne le leve economiche.