EsteriQuotidiano

Il falso storico delle promesse Nato alla Russia. Putin, invece, ha violato trattati

3.7k 0

Mentre si rispolverano presunti impegni verbali con l’Urss, che non esiste più dal 1991, si dimenticano i trattati veri e propri firmati dalla Russia e violati oggi da Putin

E ci risiamo, un’altra volta. Dopo lo “scoop” di Italia Oggi (che cita Der Spiegel) e l’intervista a Giulio Sapelli a Formiche.net, anche Panorama, con un servizio a firma di Elisabetta Burba, corredato di documenti originali e di un’intervista all’ambasciatore Umberto Vattani, ci spiega che siamo stati noi a tradire la Russia e a provocarne la reazione dura. Come? Violando gli ormai celeberrimi e stra-citati patti del 1990 con cui avevamo promesso di non allargare a Est la Nato. Invece la Nato si è espansa fino ai confini della Russia e allora si può capire perché a Mosca ci odino.

Peccato che: è tutto falso. O meglio: talmente fuori contesto, da risultare falso. I documenti sono autentici, sono lì da vedere. I documenti declassificati riportano gli impegni verbali fra i leader dei due blocchi che discutevano sulla riunificazione della Germania: Urss, Germania Ovest, Francia, Regno Unito e Usa. “Non intendiamo far avanzare l’Alleanza Atlantica oltre l’Oder. E pertanto non possiamo concedere alla Polonia o ad altre nazioni dell’Europa centrale e orientale la possibilità di aderirvi”, si trova scritto nel verbale. James Baker auspicava anche future “garanzie di ferro che la giurisdizione o le forze della Nato non si spostino verso Est”. Helmut Kohl, futuro cancelliere della Germania riunificata diceva a Michail Gorbachev: “Crediamo che la Nato non debba espandere il suo raggio d’azione”. Allora, la Nato ha mentito? Non ha rispettato i patti? La Russia ha ragione ad odiarci?

Neanche per idea: guardate la data. Queste conversazioni sono avvenute fra il 12 settembre del 1990, alla vigilia della riunificazione tedesca, e il 6 marzo 1991, all’indomani della stessa. Prendiamo l’ultima data: 6 marzo 1991. C’era il Patto di Varsavia, c’era l’Urss, le tre repubbliche baltiche erano ancora parte integrante del territorio sovietico, c’erano ancora le basi dell’armata rossa nei Paesi dell’Europa centrale e orientale di cui si parlava. Un ritiro era appena iniziato, ma non erano neppure nella mente di Dio gli eventi che si sarebbero susseguiti di lì alla fine dell’anno. Successe, poi, che il Patto di Varsavia, già in disarmo, si sciolse il 1° luglio 1991. In Unione Sovietica, militari e servizi segreti provarono a prendere il potere, con un colpo di Stato, un mese dopo. Non riuscendovi, accelerarono il processo di decadenza e dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il 25 dicembre 1991 veniva ammainata la bandiera rossa, per l’ultima volta, dal pennone più alto del Cremlino. Da quel giorno nascevano altre repubbliche indipendenti e sovrane, fra cui la Russia, guidata da Boris Eltsin, avversario politico di Gorbachev e della sua linea tardo-sovietica.

La Russia non è l’Unione Sovietica. Ha ereditato il suo seggio all’Onu e, dal 1994, ha mantenuto il monopolio sull’arsenale nucleare dell’ex impero rosso. Ma non ha ereditato né i debiti con l’estero, né gli accordi con altre potenze. Con la Nato, la Russia ha firmato gli accordi della Partnership for Peace nel 1994, ma soprattutto il Nato-Russia Founding Act del 27 maggio 1997. Quest’ultimo fissava i criteri dei rapporti di partnership fra l’Alleanza Atlantica e la nuova Federazione Russa.

Non è l’Urss neppure la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), nata dall’accordo di Minsk del 1991, per creare un’area di libero scambio e cooperazione militare fra repubbliche ex sovietiche. Contrariamente all’Urss non è una federazione, né una confederazione ed è su base volontaria. Estonia, Lettonia e Lituania, pur essendo repubbliche ex sovietiche, non ne hanno mai fatto parte. La Georgia si è ritirata dalla Csi nel 2009, dopo essere stata aggredita dalla Russia.

L’Ucraina si è ritirata nel 2018, dopo che la Russia le aveva occupato e annesso la Crimea. Originariamente, nella Csi c’erano quattro arsenali nucleari: in Russia, Bielorussia, Kazakistan e Ucraina. L’Ucraina, al momento della sua indipendenza, era la terza potenza atomica del mondo, subito dietro a Usa e Russia. La sua eredità del vasto arsenale sovietico causò due crisi molto serie, una nel maggio 1992, quando gli ufficiali al comando della forza strategica aerea e missilistica si divisero, fra chi rimase fedele a Mosca e chi giurò lealtà a Kiev. E poi nel settembre-ottobre 1993 quando, a causa del fallito golpe nazional-comunista contro Eltsin, le forze strategiche russe furono poste in stato di allerta e gli ucraini temevano di subire un attacco preventivo. Alla fine la tensione scemò solo grazie alla mediazione degli Usa che convinsero l’Ucraina a cedere tutto il suo arsenale alla Russia, come Bielorussia e Kazakistan avevano già accettato di fare.

In cambio di questa cessione, che ridiede alla Russia lo status di superpotenza nucleare, l’Ucraina chiese garanzie per la sua indipendenza. Vennero stabilite a Budapest, con un memorandum sottoscritto il 5 dicembre 1994 da Russia, Ucraina, Usa e Regno Unito: la Russia, in cambio del disarmo nucleare di Kiev, si impegnava a non invadere l’Ucraina e a rispettarne i confini (per i distratti: Crimea inclusa) e l’integrità territoriale. Fu così risolta, allora, la “crisi dei missili ucraini”, immagine retorica che la Russia sta usando in questi mesi, tracciando il parallelo con la crisi dei missili di Cuba, fuori tempo massimo e ormai senza motivo, per giustificare la sua invasione dell’Ucraina. Gli accordi vennero violati una prima volta nel 2014, con l’annessione russa della Crimea. E sono stati violati definitivamente il 24 febbraio scorso, con l’invasione dell’Ucraina. Una violazione palese, di cui si parla incredibilmente poco.

Putin, nelle sue richieste ultimative a Bruxelles e Washington (17 dicembre 2021) chiede comunque di rivedere il Nato-Russia Founding Act. Val la pena dunque di rileggere più in dettaglio cosa prevedeva quell’accordo.

“Coerentemente con i lavori dell’Osce su un modello di sicurezza comune e globale per l’Europa per il Ventunesimo secolo, e tenendo conto delle decisioni del Vertice di Lisbona in merito a una Carta sulla sicurezza europea, la Nato e la Russia cercheranno la più ampia cooperazione possibile tra gli Stati partecipanti dell’Osce con l’obiettivo di creare in Europa uno spazio comune di sicurezza e stabilità, senza linee divisorie o sfere di influenza che limitino la sovranità di alcuno Stato”.

Se lo ricordino quelli che, oggi, parlano e straparlano di “rispettare la sfera di influenza russa”. Perché la Russia stessa ha sottoscritto un impegno a non crearne di nuove in Europa.

Ricordiamoci cosa era l’Europa del 1997: la Guerra Fredda finita da meno di un decennio, le democrazie dell’Europa centrale desiderose di liberarsi del passato comunista e di entrare in un futuro liberale, accedendo all’Ue e alla Nato, una Russia perennemente in bilico fra occidentalisti che guardavano all’Europa e orientalisti nostalgici dell’Urss (o dell’impero), i primi dominanti al Cremlino, i secondi nella Duma. I Paesi dell’ex Patto di Varsavia osservavano con timore la crescita delle tendenze revansciste della politica russa, nei partiti nazionalisti (Zhirinovskij), comunisti (Zjuganov), in un governo guidato da un ex agente del Kgb (Primakov) e nell’esercito, che non era mai cambiato dalla fine dell’Urss e si esercitava ancora per combattere contro la Nato in Europa. Guardavano con apprensione alle guerre nella ex Jugoslavia, temendo che qualcuno, in Russia, potesse fare come Milosevic: riprendersi pezzi di Serbia, dopo la fine della federazione jugoslava, anche ricorrendo alla pulizia etnica. I russi erano intervenuti a gamba tesa in Moldavia e in Georgia, fra il 1992 e il 1994, in modo non troppo dissimile. E mantenevano un’exclave-fortezza a Kaliningrad, incombente su Polonia e Lituania.

Lo scopo della Nato, e dell’amministrazione Clinton, era duplice: proteggere i Paesi ex comunisti dall’eventuale ritorno di fiamma di Mosca, da un possibile scenario “jugoslavo nucleare”. E al tempo stesso creare un rapporto di partnership con la Russia, che pur non volendo entrare nella Nato (per l’opposizione della Duma, del governo e dell’esercito), poteva almeno cooperare, su un piano di parità, per la stabilità in Europa.

Le due parti si impegnavano a cooperare, “astenendosi dalla minaccia o dall’uso della forza l’uno contro l’altro e contro qualsiasi altro Stato, la sua sovranità, integrità territoriale o indipendenza politica in qualsiasi modo in contrasto con la Carta delle Nazioni Unite e con la Dichiarazione di principi che guidano le relazioni tra gli Stati partecipanti contenuta nell’Atto finale di Helsinki” e al “rispetto della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale di tutti gli Stati e del loro diritto intrinseco di scegliere i mezzi per garantire la propria sicurezza, l’inviolabilità dei confini e il diritto all’autodeterminazione dei popoli sancito dall’Atto finale di Helsinki e da altri documenti dell’Osce” (corsivo nostro, ndr).

Infine, va ricordato anche: “Le disposizioni di questo atto non conferiscono alla Nato o alla Russia, in alcun modo, un diritto di veto sulle azioni dell’altra né violano o limitano i diritti della Nato o della Russia a un processo decisionale e di azione indipendente. Non possono essere usati come mezzo per svantaggiare gli interessi di altri Stati”.

Putin vuole riscrivere questi patti, sottoscritti dal suo Paese nel 1997, quando era Eltsin il presidente della Russia. Vuole ritornare a creare la sua sfera di influenza, vuole tornare ad avere potere di veto sulle scelte di altri Stati. Permettergli di riscrivere le regole è una scelta politica, francamente autolesionista da un punto di vista occidentale. Ma, in Italia, non possiamo sempre rispolverare presunti impegni verbali con l’Urss, che non esiste più, e dimenticare trattati veri e propri firmati dalla Russia e violati oggi da Putin. A chi giova?

Fra l’altro gli eventi di questi giorni in Ucraina, ma anche quelli del 2014 (annessione russa della Crimea) e quelli del 2008 (invasione russa della Georgia), dimostrano proprio che i timori dei Paesi dell’ex Patto di Varsavia per un revanscismo imperiale post-sovietico fossero più che fondati. Gli unici Paesi dell’Europa orientale che non sono ancora stati destabilizzati dalla Russia sono, guarda caso, proprio quelli entrati nella Nato.