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La commedia di Mattarella: ha vinto la paura di molti al servizio dell’ambizione di uno solo

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Confesso, ho assistito con profondo disagio all’umiliante pellegrinaggio dei capigruppo della maggioranza al Quirinale, per implorare il suo attuale inquilino di accettare quel secondo mandato che egli stesso aveva fatto di tutto per ottenere, con un doppio colpo: strategico, non sciogliere il Parlamento che era prevedibile non sarebbe riuscito a scegliere facilmente un successore; tattico, non chiamarsi fuori dalla conta, appena il suo nome è uscito dalle urne. A posteriori tutto quel darsi da fare per trovare un appartamento, trasferire scatoloni, con tanto di diffusione pubblica, per suscitare la commozione popolare come se fosse uno sfrattato, si è rivelato una commedia, certo recitata da uno formatosi alla migliore scuola di recitazione teatrale, quella democristiana. Quella che è stata etichettata pudicamente come una scelta “dal basso”, ha trovato la sua ragione nei peones dei 5Stelle, destinati a sparire dalla scena con le prossime consultazioni politiche, che – come ha icasticamente detto la Meloni – hanno scambiato “sette mesi” di personale sopravvivenza con “sette anni” di presidenza di Mattarella, non per nulla scaricandone il costo sulle successive legislature.

A  voler ricostruire l’intera vicenda così come si è effettivamente svolta, si può certo dire che ha fallito la politica, a cominciare dai leader dei tre gruppi più rilevanti, ma se Salvini rimane il più esposto, per quel suo mulinare continuo, come se ogni volta avesse il risultato definitivo – dimenticando il detto popolare non dire gatto fin che non l’hai nel sacco – almeno si è portato dietro l’intero centrodestra, fino al colpo di scena della chiamata fuori dei centristi. Questo, mentre Conte non è riuscito a farsi ascoltare se non da poche decine dei 5 Stelle, e Letta non è stato in grado di controllare neppure tutti quelli del Pd. Ma i veri perdenti, come aspiranti silenziosi ma conclamati sono, anzitutto, Draghi, che ha operato spregiudicatamente dietro le linee, muovendo a suo favore membri del governo, con l’appoggio massiccio di quasi tutti i mass media; poi, in subordine Casini, che ha indotto i centristi a rompere nel suo interesse la coalizione di centrodestra.

Naturalmente, come era del tutto scontato, una volta visto di essere ormai definitivamente tagliati fuori, i due si sono mostrati non solo allineati, ma addirittura anticipatori, più ipocrita il “nonno della Repubblica”, che ha rivendicato il ruolo di mediatore fra il Parlamento e il presidente della Repubblica, naturalmente senza averne alcun titolo; più schietto l’“eterno ragazzo della politica”, che si è limitato ad invitare i centristi a lasciar cadere il suo nome. Ma qui, a chiudere il gioco, era intervenuto Berlusconi, che vegeto ed arzillo pur in un letto di ospedale – da cui forse intendeva recitare il ruolo quirinalizio rivendicato all’inizio dall’intero centrodestra – poche ore dopo aver dato via libera a Casini, telefonava a Mattarella per congratularsi in anticipo per la rielezione, chissà che non pensasse di derivarne una nomina a senatore di diritto.

Non si capisce, se, secondo Mattarella, esisteva una compromissione costituzionale a fronte di una rielezione, perché questa sia venuta meno in presenza di uno stallo parlamentare di una settimana, così creando un precedente estremamente pericoloso, cioè della rinnovabilità senza limiti temporali del presidente, se due perché non tre investiture. Caratteristica, questa, peculiare delle autocrazie, con una differenza sostanziale che gli autocrati contano di essere perpetuati dal popolo, mentre qui basta solo che l’assemblea elettiva non raggiunga un accordo nella prima settimana di votazioni, sempre all’insegna di una emergenza sanitaria ed energetica che protratta per un po’ potrebbe giustificare anche il rinvio della consultazione elettorale del 2023. Si dovrebbe inserire una modifica costituzionale, non quella per cui sia vietata la rielezione, perché, come esemplarmente disse Ciampi, questa è già scritta nella carta fondamentale, che altrimenti non avrebbe previsto una durata di sette anni, già di per sé strabordante quella di qualsiasi carica equivalente in una democrazia occidentale. Inserire, bensì, una modifica per cui nell’ipotesi che l’assemblea elettiva non riesca a concludere entro sette giorni, il presidente in carica sia automaticamente prorogato, così raddoppiando il suo mandato.

Si deve atto a Salvini di aver cercato di salvare capre e cavoli, la coalizione di centrodestra e la maggioranza di governo, non gliene si può fare una colpa, se non di non aver capito fin dall’inizio che era un obiettivo impossibile, era la maggioranza di governo a esercitare la trazione di gran lunga più forte, perché l’unica in grado di assicurare la continuità della legislatura. A sua volta, Draghi non aveva compreso di essere inchiodato alla poltrona di Palazzo Ghigi, per la stessa ragione, una sua elevazione al Quirinale, alimentata dalla pia illusione di trovargli un sostituto in quattro e quattro otto, con l’ingresso dei capi-partito, era vissuta come una scommessa a perdere dai peones dei 5 Stelle.

Se si dovesse trarre la morale, come in una favola esopica, è che la scena è stata dominata dalle due forze umane più forti e irresistibili, che sotto la copertura totalmente falsa della ricerca della unità nazionale, concordia, solidarietà e via dicendo, per cui è sufficiente sfogliare il Gabrielli per trovare sinonimi, hanno giocato e prevalso: la paura degli elettori e l’ambizione degli eleggibili. Ha vinto la paura di molti al servizio dell’ambizione di uno solo, niente di nuovo, anzi tutto di tremendamente vecchio.

Questa è la cronaca, ma qual è la storia. Beh, allora è diversa, sono tutti perdenti. I peones dei 5 Stelle si sono assicurati un prolungamento di un anno, ma a costo di rendere plateale l’agonia del proprio partito, rivelando appieno la loro totale sfiducia verso una ripresa capace di offrire una sia pur diminuita possibilità di rielezione, cosa fra l’altro comica se confrontata con la regola claustrale di non più di due mandati. Mattarella ha rappresentato il vizio italiano di mancatore di parola, nessuno lo obbligava a darla prima, nessuno al di fuori della claque del momento, lo giustificava a smentirla dopo. Inutile richiamare il precedente di Napolitano, che non vale al riguardo: cedette esplicitando di essere disponibile solo per un paio d’anni. Si può, invece, ricordare il precedente di Monti, solo che Monti aveva poco tempo per farlo dimenticare, Mattarella ha ben sette anni, infiorati da messaggi quotidiani di saggezza e moralità.

Quanto alle coalizioni, quel che si può dire ora è che ne escono entrambe con le ossa rotte, vedremo dai prossimi sondaggi quale ne sia la ricaduta elettorale, che – a sentire a caldo i soloni delle previsioni – dovrebbe segnalare un incremento di Fratelli d’Italia. Si dirà, i dividenti della rendita di posizione costituita dall’essere contro, senza che la gente distingua fra Quirinale e Palazzo Chigi, dato che tutto questo è stato fatto per confermare il governo in carica. Come impressione, però, è che, nonostante le opinioni dei corifei dello status quo, mi viene da concludere che certo sta male la coalizione di centrodestra, ma a star peggio è proprio quella di centrosinistra.

Sul versante del centrodestra, quando hanno scelto di astenersi, non c’è stata alcuna diserzione, certo sarebbe riuscita pienamente visibile, ma sul voto della Casellati Lega e Fratelli d’Italia hanno tenuto, mentre i centristi hanno mollato pur essendo una candidata di Forza Italia, letteralmente ubriacati dalla possibilità di lanciare Casini, cosa che avrebbe fornito loro la copertura per la formazione di una terza forza. Invece, sul versante di centrosinistra, come già detto, la scelta di votare scheda bianca è stata in misura sempre più massiccia disattesa dai 5 Stelle, con la progressiva liquefazione del movimento fattosi partito, accompagnata dalla barzelletta che veniva sempre lasciata loro la libertà di coscienza; e, a sua volta, tale scelta di votare scheda bianca è stata mantenuta solo parzialmente dal Pd.

Se dovessimo imitare la frase in uso nelle monarchie, dovremmo dire “È scaduto il vecchio presidente, viva il nostro nuovo presidente”, ma qui, invece, dobbiamo esclamare coralmente “Lunga vita presidente”, a me richiama qualcosa che non mi piace e a voi?