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La giornata dell’avventuriero si avvicina: Salvini, Letta e Berlusconi sapranno evitarla?

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Il dato fondamentale è la frammentazione dei gruppi parlamentari in una moltitudine di sottogruppi. L’intuizione di Berlusconi si basava sul riconoscimento di tale stato a sinistra, ma mancava di riconoscerlo a destra. Infatti, ad aver impedito il suo tentativo è stata: non l’assenza di franchi tiratori a sinistra, ma la presenza di franchi tiratori a destra. L’identikit di questi ultimi è facile da fare: sono quelli che vogliono Draghi PdR, l’esercito di Draghi. È largamente ammesso esso comprenda la LegaEuro (i governatori, i ministri, Bossi), il partito della Meloni, alcuni ministri di Berlusconi, Toti e il suo drappello, forse Renzi, addirittura Gianni Letta.

Pare Berlusconi voglia rendere la pariglia. Così pure potrebbe Salvini, non foss’altro che per non divenire totalmente irrilevante dentro il partito e la coalizione. D’altronde, è francamente impossibile identificare Draghi come un candidato di destra: Antonveneta, la lettera con Trichet, il Fiscal Compact, la Grecia, il macello delle banche italiane, il super Green Pass, il panico del tampone … sono, per un elettore di destra, puro abominio.

Il problema di Berlusconi e Salvini, quindi, diventa riuscire ad attrarre un numero sovrabbondante di voti da sinistra: solo oggi Crosetto ha avuto 114 voti e Giorgetti 20, ergo 134 voti per Draghi. Dunque, a Salvini e Berlusconi ne servono almeno 200. Talmente tanti da non poter immaginare di farlo coi soli franchi tiratori.

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Qui si pone il problema del 5 Stelle, irrimediabilmente diviso e che, nel segreto dell’urna, potrebbe esprimersi pro o contro Draghi a seconda di convenienze del tutto momentanee, quindi imperscrutabili. E si pone il problema del Pd, dove i fan di Draghi PdR si contano sulle dita di una mano, perché quel partito ha un suo candidato vero nella persona di Mattarella. Non solo, il Pd sa pure di avere il calendario dalla propria parte, un calendario non per niente scritto da un amico carissimo come Fico: una votazione al giorno, a consentire la miseria di 9 Chiame prima che si approssimi talmente il termine del mandato del PdR in carica che i suoi fan possano tutti insieme mettersi a gridare: fate presto! Insomma, Salvini e Berlusconi, se vogliono eleggere un proprio candidato, debbono convincere il Pd che attendere la IX Chiama sia troppo rischioso.

Rischioso perché? Perché, nel frattempo, qualcuno potrebbe fare entrare Draghi in votazione. Come abbiamo visto, l’esercito del quale egli dispone è bastante ad intralciare il percorso altrui, ma non è numerosissimo. A renderlo pericoloso è un’arma che ha a disposizione, la Grande Berta del ricatto: non rendersi disponibile ad un reincarico dopo le dimissioni dovute ad un nuovo PdR che non sia lui stesso. Il lettore la conosce fin troppo bene in quanto, dopo che Giavazzi la aveva anticipata lo scorso maggio, ne abbiamo parlato a dismisura. Draghi la ha ripetuta nella conferenza stampa di fine anno: “avendo detto che ci vuole una maggioranza ampia – anche più ampia dell’attuale – perché l’azione di questo governo continui: è immaginabile una maggioranza che si spacchi sull’elezione del PdR e si ricomponga magicamente quando è il momento di sostenere il governo? Questa è la domanda che dobbiamo farci”. Parole indirette, ma che significano: se non eleggete me, la maggioranza si divide e io me ne vado.

Draghi sicuramente si aspettava che tale sola minaccia bastasse a metter in riga i grandi elettori convincendoli ad un plebiscito nelle prime tre Chiame (basti ad esempio il PdR in ultima istanza di Carnevale-Maffè). Manifestamente non è stato così e il nostro ha introdotto un adeguamento tattico: attende che la maggioranza si divida su un solo qualunque candidato (che l’esercito di Draghi provvederebbe comunque a sabotare), per anticipare (formalmente o informalmente) le proprie dimissioni e rendersi plasticamente disponibile per il solo Quirinale. Sarebbe la giornata dell’avventuriero: la stampa amica farebbe scattare il panico e l’esercito di Draghi improvvisamente si allargherebbe a tanti altri grandi elettori. Se saranno abbastanza per eleggerlo PdR, non si sa: Federico Punzi ha già mostrato come il Pd sarebbe comunque contrario e si può aggiungere che non si saprebbe nemmeno se tutti i partiti dichiarassero ufficialmente di volerlo votare salvo poi essere sommersi da una marea di franchi tiratori. Purtuttavia, i nuovi adepti sarebbero abbastanza per convincere il nostro a provarci: egli è un avventuriero e si gioca il tutto per tutto.

Dopodiché, se Draghi fallisse, ognun sa che Mattarella è comunque disponibile ad un reincarico. Quindi il Pd potrebbe anche accettare il rischio e giocarsi anch’esso il tutto per tutto. Ma il rischio che Draghi non fallisca è tutt’altro che trascurabile e quel partito ne uscirebbe a pezzi. È il Pd un giocatore altrettanto avventato che Draghi? Non crediamo.

Insomma, è poi così difficile, per Salvini e Berlusconi, convincere il Pd che attendere la IX Chiama sia troppo rischioso perché, nel frattempo, qualcuno potrebbe fare entrare Draghi in votazione? Non crediamo.

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Fatto questo, resterebbe da definire i termini di un accordo. La terna Pera-Moratti-Nordio ricalca lo schema Berlusconi, invero apparentemente con meno possibilità di successo in quanto i tre degnissimi candidati paiono meno capaci di scaldare i cuori dei grandi elettori di destra. La prima carta di riserva si chiama Casellati, istituzionalmente più che adeguata ma personalmente forse no. La seconda carta di riserva si chiama Tajani ed è formalmente inattaccabile: europeista di ferro, esperienza e contatti internazionali, insomma tutto ciò che piace, non a noi ma a chi deve votare.

Pare si sia pensato di proporli in successione: prima magari Pera-Moratti-Nordio, poi un passaggio con Casellati, se va male voto corale di tutti i grandi elettori su Tajani. Così Minzolini, il quale non fa il nome di Tajani, parla di “un altro candidato” ma specifica non sarebbe Draghi. Il problema di tale approccio non è che non potrebbe riuscire: invero potrebbe. Il problema è che basterebbe il fallimento di uno solo di questi candidati, il primo chiunque egli sia, per offrire l’occasione a Draghi di anticipare le proprie dimissioni e far partire il grande ricatto.

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Ciò di cui si rende conto Letta e qui nasce il suo “chiudiamoci in una stanza a pane e acqua e togliamo la chiave fino a che non se ne viene a capo”; ma pure la decisione del suo Fico di continuare a votare una sola Chiama al giorno. Se ne rendono conto pure Salvini e Berlusconi i quali, infatti, oggi hanno rinunciato a votare Nordio in III Chiama. Talché, è facile identificare gli amici di Draghi PdR in coloro che insistono a voler andare comunque allo scontro con un candidato di destra … pronti a votargli contro nel segreto dell’urna.

Naturalmente, non sappiamo su quale candidato Salvini, Berlusconi, Letta e Conte potranno trovare un accordo: se Tajani, Casini o chi altro. La trattativa è resa complicata dal fatto che è apparentemente in palio un solo posto, il che rischia di ridurre il confronto a figure tipo Sabino Cassese: proposte estemporanee, gettate nel dibattito da chi ha voglia di sabotare la trattativa per avvicinare la giornata dell’avventuriero.

Mentre, estendere la trattativa ai posti di governo la renderebbe più agevole (Casini a te, il Viminale a me), ma Letta pare non ci senta. Per reazione, Salvini minaccia di allearsi col grande assente, il partito di Draghi, chiedendo ad esso quei posti di governo che Letta gli rifiuta. Fortunatamente per quest’ultimo, Draghi non si espone perché teme un tranello … ma il primo non sa profittarne e resta fermo su Casini e basta. Peggio, Letta sta pure perdendo i nervi, vedi i toni scalmanati usati oggi nel rifiutare la candidatura Casellati. Il comportamento di Letta è talmente incongruo, da far sospettare egli lavori, in solitudine e contro il proprio partito, per Draghi. Insomma, si auspica fortemente che il partito del “grande rompi” (come lo ha chiamato Minzolini) riporti il proprio segretario alla ragione e la ragione fortissimamente consiglierebbe di trovare un accordo: in difetto, al Pd toccherà votare con l’esercito di Draghi contro un candidato di destra e, subito dopo, la giornata dell’avventuriero avrà effettivamente luogo.

Al contrario, nel beneaugurato caso che le parti giungano ad un accordo, chiunque sia il prescelto sappiamo che egli/ella verrà accolto da una massa di scontenti: se Tajani scontenti di sinistra, se Casini scontenti di destra. Soprattutto, l’accordo sarebbe un accordo di vertice, delle segreterie: sicché, il voto sul candidato si trasformerebbe in tanti separati voti di fiducia sui segretari. A votare contro, troveremmo l’esercito di Draghi, irriconciliabile. Ma pure chi vuol genericamente male a Salvini, chi vuol male a Conte (e sono in tanti), chi vuol più male a Letta che a Draghi (Renzi): gente che sarebbe possibile convincere usando lo stesso argomento usato per convincere Letta, il rischio Draghi.

Nessuno, però, arriva a suggerire che i voti contro potrebbero essere più dei voti a favore. Chi è per Draghi, come Lorenzo Castellani, si limita a dire che la destra rischierebbe “divisioni” interne. Ma gli si può serenamente rispondere che tali divisioni ci sono già, come ben sappiamo. Su di esse Draghi ha costruito il proprio esercito, non il contrario.

Insomma, il candidato comune vincerebbe. Magari con una maggioranza risicata, al limite 506 a 503. Ma tale circostanza non sarebbe decisiva, in quanto il voto contrario sarebbe di massa sì, ma di una massa di franchi tiratori: non di partiti. La maggioranza di governo, cioè, non si sarebbe formalmente spaccata nemmeno una volta. Con ciò negando a Draghi la scusa per esercitare subitamente il proprio ricatto. E le segreterie di Salvini, Letta, Conte sarebbero salve.

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A quel punto, Draghi si troverebbe a Chigi in vista dell’iceberg. Se ne andrebbe comunque, alla prima occasione. Ma sconfitto e disonorato. Liberando l’Italia dal pericolo più grosso da essa corso da 77 anni a questa parte.

Dómine Deus, libera nos a Malo.