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Draghi, il deficit come “necessità” e il Quirinale come rifugio per schivare l’iceberg

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Draghi ha presentato la Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (Nadef), mercoledì in conferenza stampa. Nell’occasione, egli si è guardato bene dal negare un interesse per il Quirinale: “è il Parlamento che decide”. Per poi illustrare un quadro logico-finanziario atto a sospingercelo, quasi fosse la forza delle cose. Vediamo come.

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Anzitutto, egli illustra una politica di bilancio espansiva sino al 2024 e un rapporto debito/Pil che torna al livello pre-crisi solo nel 2030, perché “dall’alto debito pubblico si esce prima di tutto con la crescita”.

Il che sarebbe bellissimo. E possibile se Bce continuasse a comprare tonnellate di Btp. Ma Bce non lo farà. Non può, perché è tornata l’inflazione: al 3,4 per cento nell’Eurozona, al 4,1 per cento in Germania. Numeri tali da aver fatto capitolare financo Fubini: “stanno per cambiare alcune coordinate di fondo che hanno guidato il Paese, durante due anni nei quali la Bce di fatto ha assorbito tutta la nuova offerta supplementare di titoli del Tesoro. Fra pochi mesi probabilmente non sarà più così”. Meglio tardi che mai. Così Draghi: “un giorno che la liquidità generale dovesse diminuire, un giorno che l’inflazione dovesse aumentare (prima negli Stati Uniti e poi magari in Europa), un giorno che i tassi di interesse dovessero aumentare (perché sono anni ormai che stanno a zero, vicino a zero, negativi addirittura)”.

Ebbene, a quel punto che facciamo? “A quel punto – prosegue Draghi – l’Italia deve mantenere la sua credibilità. La credibilità la mantiene in due modi: rispettando gli impegni presi in generale con le istituzioni internazionali e continuando a crescere. Questo è l’ingrediente fondamentale della credibilità di un Paese”. Qui, i nessi logici sono due. Primo, rispettare gli impegni (fare le riform€) fa crescere, ed ha già spiegato a Confindustria come: con la svalutazione interna. Secondo, la crescita crea credibilità: credibilità che prima non c’era, tant’è vero che – aggiunge in conferenza stampa – i tassi di crescita precedenti il Covid “erano veramente molto molto bassi ed erano anche in parte la causa della crisi continua, che è durata tanti anni, del nostro debito pubblico”. Insomma, secondo Draghi, fatta la svalutazione interna, dopo che Bce avrà smesso di comprare, il mercato prenderà a finanziare il deficit italiano al posto di Bce.

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Baggianate, in quanto la svalutazione interna è intrinsecamente depressiva: aumenta sì i risparmi ed il saldo commerciale con l’estero, ma comprime la domanda interna e, quindi, il Pil.

Baggianate, smentite dalla stessa Nadef, lì dove (pagine 87-88) si mostra come “una crescita dello spread Btp-Bund di 100 punti base” (cioè, l’1,00 per cento) da sola basterebbe a quasi annullare la diminuzione del rapporto debito/Pil. Ma pensare che, per fare il lavoro di Bce, il mercato si contenti dell’1 per cento appare irenico: se mai lo farà, vorrà uno spread triplo o quadruplo e non è detto che gli basterebbe.

Baggianate, in quanto uno spread triplo o quadruplo si tirerebbe dietro l’aumento del costo dell’indebitamento privato, comprimendo la domanda interna e, quindi, il Pil. Come fu nel 2011.

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Lo sa pure Draghi e, infatti, ha pronto l’argomento di riserva. Egli afferma che i deficit non servono all’Italia, bensì ai “bisogni importantissimi, esistenziali per la stessa Europa, che non possono che essere soddisfatti dal settore pubblico”: cita vaccinazioni, aiuto ai Paesi in via di sviluppo, impegni sul clima, spesa per la difesa. Circa la maggior spesa in difesa militare (“è chiarissimo che bisognerà negli anni prossimi spendere molto di più in difesa di quanto abbiamo fatto finora”), egli si affretta a specificare che “non è chiaro come si farà: se si fa e si farà in Europa oppure no” e qui riconosciamo Draghi “l’americano” e vediamo che per Europa egli non intende necessariamente Ue, anzi sembra egli intenda Nato. Parimenti, agli impegni sul clima, egli ha poi dedicato un pistolotto al Youth4Climate, di fronte a Greta Thunberg, definendoli “non una scelta, ma una necessità”; condito in replica da una rapida elencazione: resistenza dei cittadini, contributi ai Paesi in via di sviluppo, maggior costo delle materie prime. Insomma, il deficit è, per Draghi, una necessità.

Una necessità che deriva da bisogni importantissimi-esistenziali, ai quali pure la Germania (secondo lui) dovrà inchinarsi. Come ciascun sa, lì le elezioni generali hanno premiato due partiti prima minori, la Fdp liberale ed i Grünen ecologisti, che sceglieranno se incoronare successore il socialdemocratico Scholz o il cristianodemocratico Laschet. La Fdp indicherà il ministro delle finanze (uomo chiave dell’Eurozona in quanto siede nell’Eurogruppo e ne detta la linea) nella persona di un paladino del rigore monetario e finanziario, già favorevole alla cacciata della Grecia e, dunque, al disfacimento dell’Euro. E Bruxelles già si porta avanti, sollecitando Roma a ratificare quanto prima il Nuovo Trattato Mes. Nonostante Draghi preferisca tenere la testa nella sabbia: “è difficile che il Paese più grande d’Europa faccia politica europea a seconda della persona che è al Ministero delle finanze e non anche di tutti gli altri membri del governo, tra cui il cancelliere”. Mentre Berlusconi definisce il possibile cancelliere Scholz come “un politico modesto”.

Insomma, Draghi dice che la crescita deriva dalla svalutazione interna, ma agisce come se la crescita derivasse dal deficit. La credibilità, per la quale (secondo lui) il mercato prenderà a finanziare il deficit italiano al posto di Bce, non deriva solo dalla svalutazione interna … ma pure dall’aderire dell’Italia ai bisogni importantissimi, esistenziali per la stessa Europa, e per la Nato.

Messe così le cose, compito del superuomo non è più risanare i conti pubblici, bensì garantire l’adesione italiana. Attività che si pratica meglio al Quirinale, che a Palazzo Chigi.

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Restano due problemi. Evocati da Mario Monti. Anzitutto, il cedimento tedesco è tutt’altro che scontato. Egli rammenta a Draghi quando stava dall’altra parte: nel 2011 “Bce non solo aveva dettato le singole misure, ma aveva chiesto di anticipare di un anno il pareggio”, nel 2012 “mancava … il ruolo di stabilizzazione della Bce … era necessario che anche la politica monetaria facesse la sua parte, invece dalla Bce venivano soprattutto messaggi restrittivi, compresa la richiesta di un fiscal compact”. Apparentemente un rancore personale, effettivamente una critica politica: non puoi contare sui mercati per fare il lavoro di Bce.

In secondo luogo, egli rammenta a Draghi quando, nel 2012-2013, Merkel gli chiese di rinunciare al Quirinale per candidare un proprio partito al Parlamento, con queste parole: “io penso, e so che anche altri pensano che, dal punto di vista dell’Italia e dell’Europa, sarebbe ancora più importante se tu potessi continuare a guidare il governo, o far sì che in Parlamento si formi una maggioranza in linea con la politica di riforme che hai iniziato”. Apparentemente un rimpianto personale, effettivamente una critica politica: non puoi imporre dal Colle un governo ad un Parlamento che ti si rivolti contro.

Monti non spiega perché il passato dovrebbe ripetersi. Ma lo facciamo noi: che accadrebbe se i bisogni importantissimi-esistenziali, sui quali fa affidamento Draghi, cambiassero? Ad esempio, molti sono ostili al contenimento militare della Cina, fin sul Financial Times. Altro esempio, gli Stati membri della Ue già ribollono, di fronte all’aumento del prezzo dell’energia causato dagli impegni sul clima dettati da Bruxelles. Oppure, che accadrebbe se i bisogni importantissimi-esistenziali venissero da Berlino diversamente interpretati? Ad esempio, negli anni ’70 la Repubblica Federale era fedele satellite americano, eppure conduceva una politica monetaria opposta a quella americana. Altro esempio, le elezioni hanno ulteriormente diminuito la disponibilità di Berlino a spendere molto di più in difesa.

Draghi non ha risposto a Monti. Ma immaginiamo egli abbia molto elaborato sulla esperienza di quello. E che abbia deciso di fare l’esatto contrario: rifugiarsi al Quirinale e, da lì, godersi la scena del prossimo governo che si schianta contro l’iceberg.