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I giorni dell’avventuriero: piuttosto che Draghi, meglio Mattarella-Amato, ancor meglio Berlusconi

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Alla conferenza stampa di fine anno, Draghi ha fatto ciò che ci aspettavamo facesse: si è dato fuoco, non rendendosi disponibile ad un reincarico dopo le dimissioni dovute ad un nuovo presidente della Repubblica che non sia lui stesso. Lo ha fatto con parole sue: “avendo detto che ci vuole una maggioranza ampia – anche più ampia dell’attuale – perché l’azione di questo governo continui: è immaginabile una maggioranza che si spacchi sull’elezione del PdR e si ricomponga magicamente quando è il momento di sostenere il governo? Questa è la domanda che dobbiamo farci”. Parole sufficientemente indirette per non farle sembrare un aperto ricatto. Ma di aperto ricatto si tratta.

E poi via, una serie di frottole gargantuesche: “molto ha fatto il governo per permettere ai giovani di acquistare casa, molto”; “è difficile stabilire una correlazione tra natalità e forme contrattuali di lavoro”; “2/3 delle terapie intensive, 2/3 anche dei decessi sono non vaccinati”; il supergreenpass come “strumento di libertà”; “l’Italia e l’Europa hanno fatto di tutto per accompagnare il processo verso la democrazia in Libia e continueranno a far di tutto”; sulla riforma del patto di stabilità “una visione critica trova un consenso quasi generale”; “l’incontro con Scholz è andato molto bene”; il “boom dell’edilizia”; “Monte dei Paschi, a riguardo di questo, non credo ci sia difficoltà” persino. Frottole degne del peggior avventuriero.

Frottole che non sono bastate a celare del tutto la sua disperazione: sui migranti, “oggi è un momento in cui l’industria europea (quella italiana, ma anche quella degli altri Paesi) ha un grandissimo bisogno di manodopera” … quindi alziamo bandiera bianca; Germania, Francia e Italia si coordineranno “in politica estera, nella difesa europea, nella transizione climatica” … cioè non in finanza e moneta; “dal debito pubblico alto si esce con la crescita … e ci si arriva facendo tutto quello che abbiamo fatto quest’anno … azione decisa sul Pnrr, sulle riforme, stabilità politica” … cioè senza Bce; sull’inflazione energetica “la commissione europea sta lavorando” e, sull’inflazione in generale, “le imprese devono chiudere, allora è chiaro che l’offerta di prodotti diminuisce ma diminuisce anche la domanda, quindi dovremo vedere”. Il tutto riassumibile in un memorabile: “l’importante è vivere il presente e vivere il presente al meglio possibile” … carpe diem. Eh beh per forza … visto che oggi sono i giorni dell’avventuriero, ma domani saranno i giorni dell’iceberg.

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Una novità sola c’è stata. Questa: “la cosa che è importante capire è che, nel periodo intercorrente tra la seconda dose e la terza dose, quando la durata tenda a scadere, occorre fare il tampone … bisogna farlo per contrastare la diffusione del virus”; concetto tre volte ribadito. Gli italiani, obbedienti, si son messi in fila e, come ovvio, ne son venute decine di migliaia di nuovi positivi. Determinando una ennesima ondata di panico popolare: il panico del tampone.

Che Draghi lo facesse non era scontato, anzi egli gioca col fuoco: la massa dei contagi parla anzitutto del fallimento suo, di Draghi. E, infatti, egli ha ammesso di aver inizialmente pensato di poter rinunciare allo stato di emergenza e dichiararsi vittorioso. Ma nega ogni responsabilità, basandosi sulla pretesa che “ogni decisione qui è guidata dai dati, non dalla politica, come si dice in giro, solo dai dati”. Ma, insomma, lo vada a raccontare all’asilo. Tanto più alla luce della clamorosa smentita, immortalata da una splendida domanda di Alberto Ciapparoni, di Rtl 102.5, alla quale Draghi ha risposto negando l’evidenza e della quale Federico Punzi ha già detto tutto ciò che occorreva dire. Invero, l’avventuriero non ha timore di aver demolito le basi logiche del supergreenpass, come in effetti le ha demolite, perché la sua testa è già altrove.

Dove, lo lascia intuire una domanda di Carmelo Caruso de Il Foglio, quotidiano amichevolissimo verso il PdC e schieratissimo per la sua elevazione a PdR. Ha chiesto il Caruso: “non crede che in un momento così difficile, inedito – questa elezione del capo dello Stato – dovrebbe essere la pandemia uno sprone perché i partiti siano uniti e eleggano il prossimo PdR in maniera veloce e rapida?”. Draghi ha risposto, laconico: “sì, sono d’accordo con lei, completamente”. In altri termini, la ennesima ondata di panico popolare serve da sprone acciocché il Parlamento elegga il prossimo PdR “in maniera veloce e rapida”, cioè al primo turno. L’Union Sacrée pandemica, potremmo dire: l’ennesimo (speriamo ultimo) servizio che il Covid potrebbe offrire all’avventuriero che pretende per sé il potere in Italia.

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In effetti, già avevamo visto che a Draghi conviene candidarsi al principio. E che chi gli vuol male potrebbe impedirgli di candidarsi solo con un accordo fra tutti i partiti per un candidato alternativo. A tal proposito, registriamo l’unico scatto nervoso dell’avventuriero in conferenza stampa: “può questa maggioranza trovare un nome? Lo chieda a loro, lo chieda a loro”.

Tale ipotetico accordo, però, è ostacolato dalla candidatura di Berlusconi (o di un uomo o di una donna di Berlusconi). I voti del quale (uniti a quelli del Pd) sarebbero sufficienti ad impedire l’elezione di Draghi in I-II-III Chiama. Berlusconi avrebbe effettivamente la chance di vincere alla IV-V Chiama, quando sarebbe necessaria solo la metà più uno degli aventi diritto. Sicché, sino a quel giorno e salvo un ritiro, qualsiasi Union sacrée parrebbe preclusa.

Ciò non sarebbe più vero dopo che Berlusconi fosse stato sconfitto ma, a quel punto, in VI-VII Chiama Draghi subirebbe il rischio che l’Union sacrée si formi, non sul nome suo, bensì su quello di Mattarella o (in subordine e solo nell’assai remoto caso che quest’ultimo veramente non fosse disponibile) di Amato. Ciò tanto più in quanto il presidente della Camera Fico (uomo molto vicino al Pd) avrebbe in animo di fissare la I Chiama pochi giorni prima della scadenza del mandato di Mattarella; nonché (addirittura e con la scusa del Covid) di fissare una unica Chiama al giorno.

Insomma, Draghi ha la propria sola chance di vincere nella I-II-III Chiama ma, per coglierla, inderogabilmente deve aver di fronte un Parlamento da subito convinto ad agire “in maniera veloce e rapida”. L’avventuriero vuole sì l’Union sacrée, ma la vuole per sé. I conti tornano.

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Cosa deve sperare un povero sovranista, orfano di rappresentanza in Parlamento? Che perda Draghi, naturalmente. Per quello che quest’ultimo ha fatto in BankItalia (Antonveneta, la lettera con Trichet, …), per quel che ha fatto in Bce (il Fiscal Compact, la Grecia, il macello delle banche italiane, …), per quel che ha fatto al governo (il supergreenpass, il panico del tampone, …). Ma, soprattutto, per ciò che farebbe al Quirinale, irresponsabile, insindacabile, protetto dallo scudo del reato di vilipendio e forte dei poteri usurpati dai predecessori: pure dopo che l’Italia si sarà scontrata con l’iceberg, difenderebbe l’Euro quanto più a lungo possibile e ad ogni inutile costo (Troika, ristrutturazione del Btp, bailin di massa dei conti correnti nelle banche, ovvero mega-patrimoniale sugli stessi conti correnti).

Molto più a lungo e ad un inutile costo molto più alto di quanto sarebbe tollerabile a uomini politici normali. Berlusconi, in particolare, del quale Prodi recentemente ha detto che, con lui al governo, nel 1995-96, “l’Italia non sarebbe mai entrata nell’euro”, perché veniva eletto da “una base conservatrice che, tra lira ed euro, preferiva la prima”. Certo, oggi le cose sono molto cambiate, ma ci si può chiedere chi oggi vota destra cosa preferisca, tra conto corrente e euro: probabilmente il primo. Senza dimenticare il particolare assai propizio che, al solo sentir nominare il nome di Berlusconi, normalmente i tedeschi mettono mano alla pistola.

A metà fra i due: Mattarella, pur col cieco fanatismo federalista; nonché il di lui eventuale rimpiazzo Amato, pur con la passata esperienza in materia di patrimoniali sui conti correnti. Tutti loro difenderebbero l’Euro più a lungo di Berlusconi, ancorché forse meno a lungo di Draghi; nel frattempo infliggendo agli italiani un inutile costo maggiore di quello che infliggerebbe Berlusconi, ancorché forse minore di quello che infliggerebbe loro Draghi. Insomma, un povero sovranista deve combattere Draghi e sperare Berlusconi non desista. Faute de mieux e senza farsi alcuna illusione.