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“La scienza non pensa”: la tirannia della scienza e l’autoesautorazione della politica

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Martin Heidegger, in “Che cosa significa pensare?”, ha scritto “la scienza non pensa”. Frase altamente dibattuta, spesso non compresa, o ridotta a critica feroce del portato della tecnica nel suo modo di incidere sul corso del divenire e del rapporto stesso tra uomo e mondo, ma in realtà espressione della forza e della durezza della scienza stessa: è proprio grazie a questo suo non essere parte del processo di creazione e di risoluzione dei problemi complessivi dell’accesso alla verità, sostiene Heidegger, che la scienza può portare avanti le sue asserzioni, le sue scoperte e i suoi postulati.

Un sociologo del diritto come Niklas Luhmann avrebbe parlato di autopoiesi del sistema scientifico, ovvero di capacità di autoreplicarsi indulgendo nei propri codici espressivi, nelle proprie regole sussunte nel complesso dello statuto epistemologico e del metodo della scienza: un sistema cioè chiuso rispetto alla relazionalità con il mondo esteriore e contingente, indifferente alle cose umane, e pertanto insensibile alla politica che è soprattutto arte dell’umano.

La pandemia ha reso ancora più visibile e cristallino questo punto di partenza, nonostante il percorso sia risalente nella storia.

Quando Bruno Latour, in “Politiche della natura”, auspicava e teorizzava una democratizzazione del laboratorio, una sua apertura verso il mondo, e verso le dinamiche del sociale, si riferiva non tanto a una presunta democratizzazione del metodo scientifico, aborrita dai competenti del settore, sempre gelosi della unicità del loro sapere e dell’esoterismo semantico ed espressivo che lo connota, quanto dell’approccio complessivo della risultante scientifica, nel suo modo di atteggiarsi e intrecciarsi rispetto al politico e al sociale.

Poiché la scienza non pensa, è cioè insensibile a come essa possa incidere sul dato dell’umanità e della società, limitandosi autopoieticamente alla perfezione delle proprie regole e alla conformità dell’avanzamento degli assunti dati rispetto alle regole di partenza, essa è refrattaria, impermeabile alle conseguenze politiche, sociali, economiche del suo agire: il suo divenire si perfeziona nella ristretta comunità scientifica, nel chiuso del laboratorio.

È del tutto conforme alla razionalità chiusa e settaria dello scienziato voler vivacemente contestare la politica, il diritto e le scienze sociali, a fronte dell’infuriare e dell’incedere della pandemia, intesa come spazio di trionfo del laboratorio sul circuito decisionale politico, legislativo e amministrativo: i princìpi costituzionali, le regole normative, le interazioni sociali, i presupposti di tenuta dell’ordine economico, divengono delle subordinate sottoposte gerarchicamente alla regola della scienza, sempre più pervasiva, capillare e totalizzante.

La scienza non pensa perché non concepisce lo spazio della vita al di là delle proprie formule deontiche: non c’è esistenza, socialità, emotività, amore, sentimento, necessità di socializzazione, a fronte del metodo che governa gli esperimenti e la vita complessivamente ridotta a laboratorio.

In apertura del suo fondamentale “L’uomo è antiquato”, Gunther Anders paventava il non banale rischio che la furia del progresso tecnico avrebbe impresso una accelerazione al cambiamento del mondo, espungendo da questo moto continuo del cambiamento la presenza dell’uomo: il rischio di non governare più il cambiamento, ma esserne governati e, sul lungo periodo, schiacciati.

La comunicazione e la narrazione che stanno incidendo in ogni ambito della vita umana in tempo di pandemia hanno riprodotto il primordiale senso della logica del laboratorio: la dicotomia tra l’esistenza e la vita da un lato e la socialità dall’altro, vista e vissuta questa ultima come variabile potenzialmente perturbante del metodo della scienza.

La vita subordinata al metodo scientifico, e da questa governata, diventa l’unica essenza accettabile, e proprio per questo il sistema normativo, quello politico e quello sociale vengono schiacciati in un angolo, considerati funzionalmente inferiori e necessitanti di una severa guida.

Non possono e non devono sorprendere certe uscite comunicative di noti scienziati desiderosi di fare strame dei postulati garantistici previsti dalla Costituzione o impegnati in una personale lotta social contro la politica e contro le scienze sociali: al netto di un quoziente di comprensibile narcisismo, che pure come hanno dimostrato C. Lasch e G. Orsina governa il contingente politico, c’è dietro quelle continue, puntute asserzioni di prevalenza dello scientifico sul giuridico e sull’umano la consapevolezza che la scienza è un tutto razionalmente devoluto a ridurre l’universo-mondo a un laboratorio.

Ad esempio, l’idiosincrasia strutturale che lo scienziato nutre nei confronti della protezione dei dati personali, autentica bestia nera del motore invisibile della scienza, è del tutto comprensibile accedendo alla visione totalizzante del metodo scientifico: perché il dato è personale, postula un chiaroscuro, una aura di riservatezza, una soglia oltre la quale l’occhio indagatore e che tutto scandaglia dello scienziato deve arrestarsi.

Il dato personale non è solo sensibile, nel suo attenere e afferire all’ombra della personalità, evocandone l’umanità, ma rappresenta anche il contraltare del mondo bianco, luminoso, e senza alcuna forma di differenziazione che la scienza postula.

La tanto aborrita privacy è, in questa prospettiva, un incidente di percorso, un intralcio, una collinetta da spianare con violenza e risolutezza. I dati personali riproducono l’essenza della differenza e della divergenza, che solo la dialettica può ricomporre ad unità sociale. Non c’è invece, lungo la linea d’orizzonte del metodo dello scienziato, altra fisionomia, non c’è spazio per interazione dialettica.

La scienza è un deserto che avanza e che postula, reiterandola fattualmente, la propria unicità e la impossibilità, funzionale e ontologica, di interagire su livelli di pari dignità con altre scienze o con altre regole, siano esse politiche o normative.

Nella visuale dello scienziato infatti non c’è altra regola che non sia quella della scienza: la libertà non assume alcun valore intrinseco, in quanto espressione di un sistema alternativo e incomprensibile, che come tale si situa fuori dal campo dell’analizzabile.

Per questo il governo politico ha da sempre avuto la missione di riduzione della scienza a sistema consapevole dell’ordinamento complessivo, al fine di non propiziarne lo scatenamento e la furia.

Ed intendiamoci, questo non vuole essere un lagnoso lamento contro la tecnica e contro la scienza, una sorta di indigesto luddismo fuori tempo massimo; vuole, più modestamente e prosaicamente, essere soltanto una messa a punto contro la radicalizzazione di una scienza del tutto svincolata da qualunque connessione con gli altri saperi e con il valore dell’umano.

Perché, uscendo dalla astrazione della pura teoria generale, la storia ha dimostrato, in maniera non episodica, quanto pericolose possano essere certe derive di una scienza lasciata del tutto libera di esplicare fino alle estreme conseguenze il proprio mondo interiore, il proprio sistema elevato all’assoluto.

In quella che è una delle più incisive opere di Giorgio Agamben, “Homo sacer”, nella seconda parte, viene ricostruito il famigerato processo ai dottori, a Norimberga, al termine della Seconda Guerra Mondiale: meno noto rispetto a quello principale che venne istruito contro i gerarchi supremi del Reich hitleriano, il processo contro i dottori fu una messa a punto giuridica e sociale degli esperimenti degli scienziati nazisti.

Consultando i materiali processuali, Agamben ricorda come durante questo processo anche gli scienziati americani, inglesi, francesi, ipotetici testimoni dell’accusa, commentando i feroci e abietti esperimenti dei medici nazisti, asserirono con perfetta naturalezza come gli stessi si fossero presentati come validi e come scientificamente apprezzabili: perché la risultante di quegli atti di inumano sadismo era stata comunque rispettosa dei postulati razionali del metodo scientifico, spogliato di qualunque umanità.

I risultati rappresentavano una conquista oggettiva, tanto che alcuni degli stessi vennero poi utilizzati al termine della guerra, obliando il come erano stati raggiunti.

Il processo ai dottori dimostra, al di là di qualunque dubbio, come la scienza debba essere politicamente governata secondo logiche ‘umane’. Il che non significa che il potere politico debba intromettersi nel metodo scientifico, ma soltanto che l’esplicazione della presenza della scienza in società debba essere presidiata al fine di non farla esondare.

E se si volesse obiettare che quella aberrante deviazione scientifica fu propiziata proprio dal potere politico, nel caso di specie quello del Terzo Reich, si potrebbe ricordare come il Reich hitleriano fu un trionfo di logiche iper-tecniche, del tutto scisse dal valore del politico.

La famosa “libertà dei funzionari tedeschi” richiamata di recente da J. Chapoutot nel suo “Nazismo e management” e che rese la Germania degli anni Trenta una arena policentrica di logiche tecniche spesso in concorrenza tra di loro, con i gerarchi hitleriani a poter poi sfruttare la risultante di questi processi del tutto inumani, ne è un esempio privilegiato.

Ripercorrendo qualunque volume e qualunque serio studio accademico sul mondo scientifico durante gli anni hitleriani, da “I medici nazisti” di R. J. Lifton a “Nazi Medicine and the Nuremberg Trials” di P. J. Weindling, ci si rende conto della enorme libertà che veniva lasciata ai medici, ormai svincolati da qualunque canone politico: l’esperimento del medico nazista era un esperimento che non doveva più piegarsi alla logica compromissoria del dato umano o etico e che poteva perseguire fino alle estreme conseguenze il risultato richiesto dal metodo scientifico.

La scienza è intrinsecamente votata alla logica totalitaria non per motivazioni politiche o ideologiche ma perché lo spazio totalitario è vuoto di politica, è una collettivizzazione che spezza la presenza dell’individuo, del suo valore e della sua libertà, e segue soltanto la sua logica intrinseca.

La similitudine tra sfera politica totalitaria e scienza priva di controllo sta proprio in questa prospettiva: il superamento del freno rappresentato dalla dialettica sociale e istituzionale, e che venne riconosciuta, per istinto, per comunanza di visione e di sentire, anche dagli scienziati appartenenti a Paesi nemici del Reich hitleriano.

D’altronde, la stessa scienza ‘hitleriana’ attingeva a piene mani da quelle che erano le coordinate scientifiche dell’epoca, cronologicamente preesistenti al Reich: dalla eugenetica alla sterilizzazione forzata, dagli esperimenti funzionali al miglioramento delle prestazioni belliche a forme radicali di contenimento della malattia mentale, con ospedali psichiatrici trasformati in antesignani lager, quelle che oggi considereremmo delle aberrazioni andavano per la maggiore in moltissimi Paesi, tra cui i civilissimi Stati Uniti, ed erano al centro del serissimo dibattito accademico.

Per questo più la politica si dimostra incerta, oscillante, debole, più la scienza tenderà ad espandersi occupando manu militari gli spazi lasciati liberi e vuoti dalla politica stessa.

E per questo avremo scienziati desiderosi di impartire lezioni di diritto o di scienza della politica o di economia: perché il metodo scientifico, vorace, apre le proprie fauci per inghiottire qualunque altro ambito e per sottoporre il tutto sociale alle proprie regole e ai propri canoni.

L’autoesautorazione di una politica piccina, pigra, incapace anche solo di scorgere la fisionomia di soluzioni e impossibilitata a imbrigliare l’esondazione della scienza dal suo alveo naturale e fisiologico diventa il segno palese, e sofferto, di un ordinamento chiuso su e in se stesso, destinato a stravolgere i suoi stessi assetti costitutivi e a cedere, continuamente, quote di potere decisionale, alla scienza stessa.

La cui tirannia non è metafora o replica strutturale di una tirannia per come la intenderemmo in senso politico o storico, non è ‘dittatura’, ma semplice, e non per questo meno dolente e pericolosa, destrutturazione del sistema sociale: i paradigmi che compongono la vita sociale recedono, diventano meramente serventi e ancillari, a fronte della logica vorace e appunto tiranna della scienza che avanza inesorabile.

Il famoso ‘lo dice la scienza’ che in questi due anni abbiamo sentito ripetere fino allo sfinimento, autentico mantra della fine della politica, il commissariamento anche visuale di conferenze stampa presidiate in maniera permanente da scienziati, resi parte integrante del dispositivo politico e dei centri decisionali, tra comitati tecnici e cabine di regia, sono elemento segnaletico privilegiato di una torsione radicale e da cui non sembra esserci spazio di genuino ritorno alla normalità.

Il ministro della salute, Roberto Speranza, in una intervista al Corriere della Sera, dichiara, serafico, imperturbabile, “su materie così delicate decide la scienza, non la politica”. A lasciar intendere la genuflessione totale della sfera politica davanti alle ragioni scientifiche, la ritirata della logica politica e sociale mentre incalza ed avanza il rullo compressore della razionalità tecnico-scientifica.

C’è quasi un certo grado di masochistico compiacimento in questo aver abdicato al dover decidere, incoronando quale sovrano assoluto lo scienziato. Il quale non governerà più solo le ‘materie così delicate’ ma fisiologicamente inizierà a espandere le sue richieste, la sua logica, la sua visione del mondo in ogni ambito, per quanto parziale e di nicchia o per quanto costituzionalmente garantito e socialmente delicato.

O la politica deciderà di riappropriarsi del senso autentico e del cuore del circuito decisionale, oppure la scienza si renderà sempre più tiranna. Fino alle estreme conseguenze.