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La sottile ipocrisia dei pacifisti: un deserto che chiamano pace

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Chi può dissentire sull’essere la pace universale un bene assoluto? Solo che come tale non esiste, se non nell’empireo valoriale, che a sua volta presuppone una umanità perfetta. Quella che la storia ci ripropone non è la pace, ma quella pace che di volta in volta è infranta da una guerra in corso, con una puntuale identificazione dei protagonisti, dei trascorsi, dei rapporti di forza sul terreno, degli obiettivi, dei sistemi di alleanza. Questo è dove il pacifismo senza se e senza ma si rivela del tutto astratto, perché ritiene che sia sempre e comunque realizzabile, a prescindere dall’intero contesto, sì che di fatto si risolve al massimo in un cessate-il-fuoco, provvisorio e precario, rimesso al buon volere dei contendenti.

Si può ben dire che con riguardo alla guerra in Ucraina, la complessità della realtà concreta, proprio perché non colta nella sua interezza, ma valorizzando all’estremo questa o quella peculiarità, porta a proposte diverse, anzi addirittura opposte, sì da alimentare una discussione senza fine. Basterebbe tener presente quella che dovrebbe costituire la conditio sine qua non di una possibile intesa, quale data dalle aspettative vere delle due parti, che sembrano a tutt’oggi coincidere solo sulla neutralità del Paese, ma non sulla disponibilità di una sua forza armata, per non parlare della integrità territoriale, che la Ucraina rivendica in toto, lasciando comunque aperta in presenza di una pausa armistiziale quella questione del Donbass e della Crimea, che la Russia dà per scontata, facendo capire di puntare alla conquista dell’intera fascia costiera del Mar Nero.

Non c’è da farsi nessuna illusione che sia possibile al momento pur anche un cessate-il-fuoco, tutt’al più l’apertura di corridoi umanitari. Lo sarà una volta che la situazione sul campo si stabilizzerà, ma appare difficile capire quando potrà apparire tale ad entrambe le parti, senza che nessuna possa cantare vittoria. La carta decisiva avanzata e sostenuta dall’onda pacifista, molto forte in Italia, è che l’Ucraina dovrebbe realisticamente accettare l’amputazione del Donbass, pure anche estesa all’intera regione, ben oltre la parte già occupata dalle repubbliche indipendenti riconosciute dalla Russia, e della Crimea. Da qui il boicottaggio per l’invio di armi, con una difficile distinzione fra difensive e offensive, ora convertita da Conte fra leggere e pesanti, di quest’ultime espressione tipica i carri armati.

La riserva non più tanto sottintesa è che in mancanza di armi, specialmente se pesanti, l’Ucraina dovrebbe prendere atto della realtà, comunque destinata a prevalere con un crescendo di distruzioni e di vittime, cioè della inevitabile prevalenza armata della Russia. Non occorrerebbe neppure avere l’assenso di Zelensky, cui l’essere diventato da comico presidente, testimonierebbe già di per sé un istinto megalomane; per quanto si dimeni a sostenere, novello Churchill, che il popolo continuerà a combattere con le unghie e coi denti, dovrà arrendersi all’avanzata russa, destinata a lambire la stessa Kiev. D’altronde questa sarebbe l’opinione prevalente in Italia, a cui ben risponde la distinzione ossessiva, portata avanti dalla Associazione nazionale partigiani, fra resistenza italiana e resistenza ucraina, sì che non paia contraddittorio inorgoglirsi della prima e dissociarsi dalla seconda, passando del tutto sopra al fatto che la nostra fu di élite, con la prospettiva di una vittoria certa quale assicurata dall’avanzata alleata, mentre quella ucraina è di popolo, con nessuna certezza di una qualsiasi vittoria rimessa solo alla sua capacità di durare.

Ma, per quanto non nobile come si vorrebbe, a dar fiato a tale opinione è il costume italico di chiamarsi fuori quando il costo appaia oneroso, già a cominciare dal ridotto uso del condizionatore, come detto egregiamente da Draghi, immaginiamoci dal possibile rischio di un conflitto atomico, dando credito ad un uso ricattatorio della bomba se pur solo tattica, che a questo punto potrebbe essere fatto valere sempre, fino a vedere i carri armati russi davanti a San Pietro.

Bene, nessun problema a considerare questa tesi del non invio di armi, almeno quelle pesanti, limitandoci ad aiuti umanitari, fra cui il rifugio dei profughi, che una volta costretta alla resa l’Ucraina, ben potrebbero non volerci o non poterci ritornare. L’Italia si chiama fuori dalla fornitura di armi, limitiamoci alle pesanti, ma anzitutto per stare ai fatti, dovremmo sapere se in effetti gliele mandiamo, con a indizio esemplare l’invio di carri armati. Il che non pare, nonostante il giudizio del Cosapir sia stato segretato. Ma anche ammettendolo, ci sarebbe da contare su un assenso istituzionale, che al momento non c’è, anzi tutto il contrario, a tener conto del parere del presidente della Repubblica, del governo, del Parlamento, sì che non c’è niente all’orizzonte che faccia pensare a quella che sarebbe una inevitabile crisi di governo, con conseguente scioglimento delle Camere.

Ma ammettiamo pure che questa tesi prevalga, che cosa ci resterebbe da fare? Chiamarci fuori dalla posizione unanime dell’Ue e della Nato, caratterizzandoci come antieuropei ed antiatlantici, oppure più semplicemente far valere questa posizione eterodossa a livello dei vertici di tali istituzioni, così da mandare a benedire tutte le ostentazioni di lealtà incondizionata rispetto alle stesse? È facile accorgersi della sottile ipocrisia che è celata nei sostenitori di questa tesi, che se l’Ucraina dovesse soccombere, come ben potrebbe visto il rapporto di forze, sosterebbero di aver avuto ragione, per cui una questione di libertà di un popolo intero verrebbe rimessa ad una confrontazione armata, chi la vince avrebbe per sé la ragione della storia. Non è il caso di richiamare la nostra resistenza, che ha accompagnato non determinato la vittoria. Meglio, molto meglio sarebbe allora ricordare la resistenza più o meno aperta dai popoli sottomessi all’Urss all’indomani della guerra mondiale, la repressione non l’ha spenta, anzi ha comportato un costo che alla fine ha prodotto il collasso del sistema sovietico.

A quanto sembra il composito movimento pacifista – che certo trova alimento nell’ambiguo messaggio del Papa, che non riesce a conciliare l’inconciliabile fra pace ad ogni costo e sopravvivenza dell’Ucraina come nazione ancor più che come stato – non tiene conto del mutamento radicale avvenuto nella mente di Putin dopo lo scacco della guerra lampo, che avrebbe dovuto concludersi in pochi giorni con la conquista di Kiev. Ormai, persa completamente la faccia rispetto all’opinione di larga parte del mondo, non solo per l’invasione, ma anche e soprattutto per non aver liquidato Davide in quattro e quattro otto, la sola cosa che, nella rabbiosa impotenza di un autocrate assoluto, lo motiva, è non solo vantare la conquista di una fetta larghissima dell’Ucraina, ma lasciare quel che ne resta distrutto e desertificato. È questo che vuole il movimento pacifista: “Desertum fecerunt et pacem appellaverunt”?