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L’agenda Mattarella-Pd come argine a Draghi. L’occhiolino del presidente ai complottisti

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L’agenda Mattarella non “rafforza” Draghi. Al contrario, ne delimita le pretese e apre la campagna elettorale del Pd. Sulla giustizia una riforma cosmetica, gattopardiana, per disinnescare i referendum…

La proposta lanciata su Twitter dal segretario del Pd Enrico Letta, e formalizzata da una richiesta dei suoi capigruppo ai presidenti di Camera e Senato, rafforza l’impressione dei molti che hanno percepito un registro programmatico nel discorso di reinsediamento del viceré Mattarella.

Letta ha proposto “una sessione parlamentare subito, per impegnare le Camere sugli indirizzi del discorso di Mattarella. Il modo più serio per evitare il rischio ‘lettera morta’ dopo i tanti belli e convinti applausi”.

Si legge e si sente parlare impropriamente, con riferimento al discorso del viceré, di “agenda” Mattarella. Letta ha parlato di “indirizzi”, lo stesso termine che la Costituzione usa per definire i poteri del governo, a cui è attribuito il potere di “indirizzo politico”.

In che senso, dunque, il Parlamento dovrebbe impegnarsi sull’agenda e sugli “indirizzi” enunciati dal presidente della Repubblica? In una Repubblica in teoria ancora parlamentare, l’indirizzo politico non spetta al governo e alla maggioranza? E il presidente Mattarella, consente che il suo discorso sia definito con il termine “agenda”, considerato un “indirizzo politico” su cui impegnare il Parlamento, come ha lasciato che centinaia di schede con il suo nome comparissero nonostante la sua indisponibilità alla rielezione?

La sessione parlamentare chiesta da Letta avrebbe caratteristiche simili alle “comunicazioni del presidente del Consiglio”, che dopo l’intervento del premier in aula prevedono un dibattito parlamentare e terminano con l’approvazione di una risoluzione – che in questo caso sarebbero solo differiti.

La strana combinazione tra un discorso quasi “programmatico” di Mattarella appena rieletto e la insolita richiesta di “impegnare” il Parlamento sugli “indirizzi” da egli espressi, pervenuta dal Pd, partito capofila nell’affossare la candidatura di Draghi al Quirinale, dovrebbe far risuonare un campanello d’allarme a Palazzo Chigi.

Sbaglierebbe chi commentasse “ecco, il semipresidenzialismo lo abbiamo avuto comunque, solo con Mattarella anziché con Draghi”, in riferimento all’auspicio espresso qualche mese fa dal ministro dello sviluppo Giorgetti: lo scorso settembre (“al Quirinale Draghi diventerebbe De Gaulle”) e ancora in novembre (“Draghi potrebbe guidare il convoglio anche dal Quirinale… sarebbe un semipresidenzialismo de facto, in cui il presidente della Repubblica allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole”).

Sbaglierebbe perché, come osservammo all’epoca con l’articolo di Musso, il presidenzialismo de facto in Italia esiste già e la levata di scudi della sinistra, Pd in testa, contro l’uscita improvvida di Giorgetti non era dovuta al merito, ma al chi: era il segnale più evidente, fino a quel momento, che il Pd non voleva Draghi al Colle, ma Mattarella.

Stefano Folli, tra i commentatori dei media mainstream, è forse l’unico ad aver colto nel discorso di Mattarella “una qualche freddezza” verso il premier. La mossa del Pd, che raccoglie l’assist e politicizza il discorso presidenziale, ne è una conferma.

Sarebbe esagerato parlare di commissariamento di Draghi da parte di un asse, o meglio una tenaglia Quirinale-Pd – anche se con un altro premier probabilmente qualche giornale avrebbe titolato in questi termini – ma certamente questa mossa è in netto contrasto con la narrazione che vorrebbe l’ex governatore Bce uscito rafforzato dal voto per il Quirinale e nella posizione di imporsi sui partiti, di metterli in riga rispetto ad una esecuzione puntuale dell’agenda di governo (“prendere o prendere”). O meglio, dipende da quali partiti: il premier può, anzi è chiamato ad imporsi con i partiti usciti sconfitti dalla corsa al Colle, come la Lega, ma non con il partito uscito trionfatore, il Pd, che facendo leva sul discorso da “capo politico” di Mattarella, rivendica i suoi margini di manovra. Non c’è solo l’agenda Draghi, da oggi c’è anche l’agenda Mattarella di cui tenere conto.

In questa ottica si può leggere anche il messaggio di Mattarella sulla centralità del Parlamento: “Appare anche necessario un ricorso ordinato alle diverse fonti normative, rispettoso dei limiti posti dalla Costituzione”. Un richiamo paradossale, se pensiamo che negli ultimi due anni di pandemia qualsiasi parvenza di gerarchia delle fonti è saltata sotto i colpi di Dpcm e decreti, ordinanze ministeriali e regionali, e persino delle Faq del sito della presidenza del Consiglio, senza che il “garante” della Costituzione avesse nulla da eccepire, né nelle sedi preposte né nei suoi discorsi.

Ora, in apertura del suo secondo settennato, Mattarella si ricorda improvvisamente della gerarchia delle fonti e della centralità del Parlamento. Perché ora? Perché è cambiata la fase politica: il messaggio rivolto al presidente del Consiglio è che ora, messo in sicurezza il Colle, dovrà ascoltare e mostrarsi più aperto alle richieste del Pd, perché entriamo nell’anno elettorale.

Uno degli “indirizzi” presidenziali salutato con maggiore consenso dai partiti riguarda la riforma della giustizia. Anche in questo caso, nulla di casuale. Il viceré ha voluto esortare chi di dovere a darsi una mossa, perché se i partiti falliranno nel metter mano alla riforma, a farlo rischiano di essere i cittadini con i sei referendum per la giustizia giusta promossi dal Partito Radicale e dalla Lega.

Ma chi si aspetta che da questo Parlamento possa uscire una riforma garantista, che tagli le unghie alla magistratura politicizzata, che metta fine al controllo del Csm da parte delle correnti, è un povero illuso. Sarà una riforma cosmetica, all’insegna del gattopardesco cambiare perché nulla cambi, proprio per scongiurare la riforma per via referendaria – e naturalmente impedire che il voto referendario possa offrire alla Lega Salvini l’occasione di rialzare la testa. Da non escludere che una mano possa darla la Corte costituzionale, presieduta ora da Giuliano Amato, che tra una decina di giorni dovrà esprimersi sui quesiti referendari e potrebbe decidere di sforbiciarne qualcuno…

Meritano la nostra attenzione anche altri passaggi del discorso di reinsediamento di Mattarella. La frase “viviamo in una fase straordinaria in cui l’agenda politica è definita dalla strategia in sede europea” è il segno di come ormai nelle istituzioni non sia avvertito nemmeno più il pudore di dissimulare la perdita della nostra sovranità nazionale: si dà per scontato che le decisioni vengano prese in sede Ue ed eseguite nel nostro Paese da commissari interni di fiducia, come dimostra lo stesso Pnrr, una pianificazione quinquinnale di stampo sovietico i cui obiettivi – transizione green e digitale – sono decisi a Bruxelles, indifferente allo sterminio di aziende e posti di lavoro che provochebbe.

Una frase che conferma quanto abbiamo già osservato: che fosse Draghi o Mattarella a salire al Quirinale, si trattava di scegliere il viceré che regnasse sugli italiani per conto dell’Ue.

Un altro passaggio ha mandato in tilt sia i Veri Liberali che i complottisti, con questi ultimi che si sono inaspettatamente ritrovati nelle parole di Mattarella: “Poteri economici sovranazionali tendono a prevalere e imporsi aggirando il processo democratico”. Uno zuccherino offerto ai complottisti di destra e di sinistra, guardandosi bene dallo specificare a chi si riferisse con l’espressione “poteri economici sovranazionali”, in modo che ciascuno potesse vedervi la conferma dei propri teoremi. Le multinazionali petrolifere – un grande classico a sinistra? Big Pharma? Big Tech? Bill Gates? Non è dato sapere. L’importante era il messaggio sotteso: lo Stato come argine ai loschi interessi delle multinazionali.

Ed è qui la saldatura profonda, ideologica, tra la politica ufficiale e i complottisti di destra e di sinistra: l’una e gli altri vogliono più Stato per difendere i cittadini dai capitalisti cattivi. E per quanto i complottisti possano schifare i governi e i partiti, in realtà finiscono per rafforzarli, giustificando più intervento statale. Allo stesso modo di coloro che si lamentano degli elevati livelli di corruzione, della “Casta”, ma poi esigono che tutti i servizi siano pubblici, quindi inevitabilmente gestiti dagli stessi partiti che disprezzano.

Noi di Atlantico Quotidiano non facciamo sconti a Big Tech e Big Pharma, ma ritieniamo che sia legittimo, e anzi auspicabile che inseguano il profitto.

Ad esempio, Big Tech censura? Sì, ma il punto non è pretendere che un privato sia tenuto a dar voce a qualsiasi opinione con i propri mezzi, il punto è quale sia il suo business, se una piattaforma neutrale, non responsabile dei contenuti, o un editore, che invece è chiamato a rispondere di ciò che pubblica. Big Pharma ha sviluppato in tempi record i vaccini anti-Covid, legittimo che voglia guadagnarci, ma sta ai governi e ai parlamenti decidere se autorizzarli, se raccomandarli e se obbligare i cittadini a vaccinarsi.

Sono i nostri governi, non le multinazionali, che ci hanno recluso in casa a più riprese, e inutilmente, durante la pandemia, che hanno imposto il Green Pass persino per lavorare e spostarci, e spinto milioni di ragazzi a vaccinarsi con il ricatto di escluderli dalla vita sociale. Che ci siano interessi e tangenti dietro, la miglior difesa non è combattere le multinazionali, ma non dare mai ai governi il potere di limitare le nostre libertà fondamentali e di distorcere il mercato.