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Mattarella ha agito a tutela dell’indirizzo politico costituzionale, ma ha messo l’euro al centro delle prossime elezioni

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“Pertini disse no a Cossiga per Darida alla Difesa (1979). Scalfaro a Berlusconi per Previti alla Giustizia (1994). Ciampi a Berlusconi per Maroni alla Giustizia (2001). Napolitano a Renzi per Gratteri alla Giustizia (2014)”.

Impazza, soprattutto a sinistra, e soprattutto nel tritacarne superficiale dei social media, la caccia ai precedenti per giustificare il veto posto da Mattarella sulla nomina di Paolo Savona a ministro dell’economia. Veto che ha indotto il premier incaricato di formare il “governo del cambiamento”, Giuseppe Conte, a rimettere il mandato affidatogli dal presidente della Repubblica. Sul caso Darida è difficile trovare dettagli, per capirne le motivazioni. Gli altri tre casi citati, invece, più recenti, risultano accomunati da un tratto simile: si tratta di veti, per quanto di tre diversi presidenti della Repubblica, tutti motivati da condizioni personali o da status particolari che creavano una situazione, più o meno evidente, di conflitto con la nomina a ministro della Giustizia. Previti era l’avvocato personale del premier Berlusconi; Maroni era sotto inchiesta per resistenza a pubblico ufficiale durante una perquisizione disposta dall’autorità giudiziaria; Gratteri era un magistrato in servizio.

Fatto sta che nella storia della Repubblica si registrano almeno quattro veti del capo dello Stato sulla nomina dei ministri, che possono trovare un fondamento, almeno implicito, nel tenore testuale dell’art. 92 della Costituzione (i ministri sono nominati dal presidente della Repubblica, e solo proposti dal presidente del Consiglio). E, ragionando serenamente, occorre aggiungere che vi sono almeno due modi legittimi per reagire ad un veto di questo tipo: o indicare, come ministro, un’altra persona (cosa che Movimento Cinque Stelle e Lega si sono rifiutati di fare); o rimettere l’incarico e chiedere nuove elezioni, come appunto ha fatto, nella sostanza, Conte. Per cui sono esagerate le richieste di “impeachment” di Mattarella (utilizziamo per comodità l’anglicismo impropriamente in voga nel gergo politico giornalistico per indicare la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica).

Non deve sfuggire, però, la peculiarità e, in questo senso, la novità del veto posto da Mattarella nei confronti di Savona, racchiusa nelle motivazioni comunicate dal capo dello Stato nel messaggio letto domenica sera. Non si tratta di un veto contro la persona, per la quale il presidente della Repubblica ha anzi espresso “stima e considerazione”. D’altronde, Savona aveva già svolto l’incarico di ministro, seppur quale responsabile di un altro dicastero, nel governo Ciampi. E il suo curriculum è ineccepibile e di sicuro valore. Il veto, quindi, non è stato contro la persona di Savona, ma contro la linea politica che la sua nomina avrebbe espresso agli occhi degli investitori e dei risparmiatori. Una linea “che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro”. Il presidente della Repubblica ha chiarito di aver voluto scongiurare il caos che tale lettura della nomina di Savona a ministro dell’economia avrebbe potuto provocare, e le relative conseguenze: rischi di aumento del debito pubblico; rischi di riduzione della possibilità di spesa dello Stato per nuovi interventi sociali; contraccolpi negativi per i risparmiatori italiani.

Non si tratta di motivazioni peregrine, anzi, è vero esattamente il contrario: quelli citati dal presidente della Repubblica sono tutti valori e beni di rango costituzionale. La novità del caso è, quindi, che Mattarella ha affermato esplicitamente la prevalenza – in una fase di instabilità politica, quale è quella che stiamo attraversando – dell’”indirizzo politico costituzionale” (di cui il capo dello Stato è principale custode) rispetto all’indirizzo politico di una possibile – ma ancora tutta da verificare – maggioranza parlamentare palesatasi solo settimane dopo le elezioni. Sarà sicuramente un precedente su cui scorreranno fiumi d’inchiostro.

Nel frattempo, le discussioni già nate sulla richiesta di messa in stato d’accusa del capo dello Stato, formulata da Di Maio e Meloni, fa passare in secondo piano il vero problema, che invece andrebbe affrontato con la massima urgenza: la dimensione abnorme del debito pubblico italiano. L’Italia è, di fatto, ostaggio dei propri creditori, e si trova costretta a procedere lungo un sentiero angusto, facendo attenzione, soprattutto, ad evitare l’aumento, oltre il livello di guardia, degli interessi sul proprio debito. Per questa propria condizione, l’Italia si trova ad essere un debitore che non può permettersi di “spaventare” gli investitori e i risparmiatori, che secondo la nota citazione attribuita a Luigi Einaudi – tanto evocato in questi giorni – hanno memoria di elefante, cuore di coniglio e zampe di lepre.

Siamo dunque di fronte alla dimostrazione definitiva del fatto che l’euro è, ormai, un totem intoccabile? Non proprio. Nel messaggio pronunciato dopo che Conte ha rimesso l’incarico, il presidente della Repubblica ha detto chiaramente che, se si vuole, occorre discutere apertamente e con serio approfondimento della permanenza dell’Italia nella moneta unica. “Anche perché – ha aggiunto – si tratta di un tema che non è stato in primo piano durante la recente campagna elettorale”. Voleva essere, nelle intenzioni del presidente della Repubblica, una bacchettata a Movimento Cinque Stelle e Lega; secondo Mattarella, queste forze politiche non possono, allo stato, rivendicare un autentico mandato elettorale per mettere in discussione quello che – piaccia o non piaccia – è un pilastro dell’assetto economico ed istituzionale del Paese.

Questo monito del Quirinale, però, non deve far dormire sonni tranquilli ai difensori della moneta unica. Una conseguenza inevitabile di quanto avvenuto in questo travagliato passaggio, e delle parole del Presidente della Repubblica, sarà infatti che la permanenza dell’Italia nell’euro sarà prepotentemente al centro del dibattito della prossima campagna elettorale. Che è già iniziata.