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Da Mattarella un gigantesco errore politico e un pericoloso strappo costituzionale. L’ombra di Draghi e Bankitalia

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Non poteva il presidente della Repubblica Sergio Mattarella uscire indenne dal vicolo cieco in cui si era cacciato lui stesso, dopo una lunga serie di autogol all’inseguimento di calcoli politici sbagliati, che abbiamo più volte segnalato qui su Atlantico (la gestione tutta extraparlamentare della crisi, il rifiuto di conferire un incarico a un esponente della coalizione di maggioranza relativa, per finire con il subire l’iniziativa di Salvini e Di Maio…). Il presidente avrebbe potuto cedere sul nome di Savona, uscendo chiaramente sconfitto da un braccio di ferro da lui avviato nella convinzione, rivelatasi errata, di riuscire a dividere i due giovani leader. Ha deciso invece di far valere fino in fondo il suo veto su Savona, trasformando però in questo modo una crisi di governo in una crisi costituzionale, e mettendo in gioco la credibilità stessa del Quirinale come istituzione non di parte.

Un errore politico enorme. Per la prima volta un presidente della Repubblica si è assunto la responsabilità di far saltare la formazione di un governo pur sostenuto da un’ampia maggioranza parlamentare e così l’avvio della legislatura. Invece di permettere la nascita del Governo Conte, oggettivamente nella condizione di potersi bruciare in poco tempo, viste le contraddizioni tra M5S e Lega, l’inesperienza e l’incompetenza della squadra (il nome di Savona era di gran lunga quello più autorevole, per non dire l’unico decente) e la palese inattuabilità delle loro promesse elettorali (grazie alla sua nota indipendenza il prof. Savona non le avrebbe fatte passare tutte), Mattarella è riuscito nel capolavoro di saldare l’intesa tra i due leader populisti, all’inizio diffidenti e sospettosi l’uno dell’altro. Con il rischio di regalare a M5S e Lega, alle prossime elezioni, a quanto pare molto vicine, una maggioranza ancor più schiacciante, forse anche superiore a quella dei due terzi richiesta per cambiare la Costituzione senza referendum confermativo. Pur di non avere un governo incerto e fragile dei populisti oggi, rischiamo di avere un governo molto più forte e solido dei populisti domani.

Ma c’è di più: il vulnus causato dal veto di Mattarella può essere sistemico. In definitiva, i sistemi democratici reggono finché le regole del gioco sono credibili e finché si fondano sul principio di responsabilità politica. Mettendo all’angolo la sovranità popolare, si rischia invece un pericoloso contraccolpo sulla legittimità delle istituzioni. Da domenica sera, probabilmente, sono aumentati i cittadini italiani che credono alla narrazione populista secondo cui “il sistema è truccato”. E con il suo discorso, sincero ma incauto, Mattarella ha avvalorato tale narrazione, citando l’aumento dello spread, le preoccupazioni di mercati, investitori stranieri, Europa, non provando nemmeno a dissimulare la natura politica del suo veto su Savona, anzi rivendicandola: le idee e le posizioni espresse negli anni dal prof. avrebbero determinato rischi inaccettabili per la tenuta economica del nostro Paese, i risparmi e i mutui degli italiani. Condivisibile o meno, un giudizio di merito, fondato per di più su un travisamento del pensiero di Savona.

Tuttavia, essendo il presidente Mattarella un politico esperto, di lungo corso, è inimmaginabile che non abbia messo in conto le serie conseguenze politiche del suo veto. E’ verosimile quindi che le pressioni da parte europea, soprattutto da Berlino e da Francoforte, dalla Banca centrale europea, siano state fortissime. E ben più delle posizioni di Savona sull’euro (il suo “piano B” è puramente tecnico), potrebbero aver pesato le sue critiche a Mario Draghi e alla Banca d’Italia per la direttiva sulla risoluzione delle crisi bancarie e per gli errori della Vigilanza. Se si scoprisse che il veto insuperabile non è stato quello di Mattarella, ma quello di Francoforte e di Via Nazionale, sarebbe ancora più grave, perché questa sì sarebbe un’ingerenza indebita e anticostituzionale. D’altra parte, Mattarella avrebbe potuto molto più facilmente e credibilmente ostacolare l’operazione Di Maio-Salvini ponendo un veto su Conte (zero esperienza politica, curriculum accademico gonfiato, nessuna legittimazione popolare).

Se dal punto di vista politico il veto di Mattarella rischia di rivelarsi un errore esiziale, anche dal punto di vista costituzionale non sarei così certo che abbia agito all’interno dei propri limiti. Tutti i precedenti – da Previti a Gratteri – citati in questi giorni per avvalorare la tesi del potere presidenziale sulla scelta dei ministri sono da domenica sera inutilizzabili.

Non solo perché si trattava per lo più di casi di possibili conflitti di interesse, di onorabilità e procedimenti giudiziari in corso, quindi non delle idee politiche del ministro designato. Ma anche perché nei casi citati, il presidente del Consiglio e i partiti di maggioranza avevano sempre deciso di accogliere i rilievi, le obiezioni e le indicazioni del Colle, ritenendo evidentemente che non ne venisse intaccato irreparabilmente il potere di indirizzo politico, che spetta al presidente del Consiglio (art. 95) e, quindi, alla maggioranza parlamentare che lo sostiene. In tali casi il conflitto tra le due voci chiamate in causa dall’art. 92, chi propone e chi nomina i ministri, si era sempre ricomposto: PdC e forze di governo avevano fatto proprie le richieste del Colle. Da quel momento, la scelta dei ministri era stata condivisa e tutti quei governi avevano visto la luce.

Dunque, fino a ieri il potere di nomina non si era mai concretizzato in un vero e proprio potere di veto del presidente della Repubblica, ma di semplice moral suasion. Fino a un minuto prima della remissione dell’incarico da parte del prof. Conte era pieno di precedenti di pressioni andate a buon fine da parte del Colle nella scelta dei ministri, ma da un minuto dopo ci siamo ritrovati in un territorio ignoto. Non era mai accaduto. Il fatto nuovo è che stavolta le due forze politiche impegnate a sostenere il nascituro governo hanno ritenuto – legittimamente, perché è la loro la responsabilità politica in gioco davanti agli elettori – di non piegarsi alla pressione del PdR. Il che cambia tutto anche rispetto al potere che Mattarella ha esercitato.

Siamo sicuri che il potere di nomina del PdR possa spingersi fino all’esercizio concreto di un vero e proprio veto politico, di merito, sul nome di un ministro, fino a far saltare la nascita di un governo sostenuto da una maggioranza parlamentare? Il punto è capire se ciò prefiguri o meno una prevaricazione da parte del Quirinale del potere di indirizzo politico, che l’art. 95 della Costituzione attribuisce al presidente del Consiglio. In caso affermativo, sarebbe in contrasto con la natura parlamentare (fino a prova contraria) della nostra Repubblica. Se in caso di conflitto con il proponente, è il PdR ad avere l’ultima parola sulla scelta dei ministri, e persino sulla nascita dei governi, vuol dire che siamo in una Repubblica presidenziale, perché questi sono i poteri dell’Eliseo e della Casa Bianca. E’ quindi molto meno scontato che il PdR possa spingersi fino a tal punto.

Si ricorda spesso che i poteri del PdR sono “a fisarmonica”, si ampliano nelle fasi di crisi, in assenza di una maggioranza, fino al cosiddetto ruolo di “supplenza”, mentre si restringono quando le forze politiche presenti in Parlamento esprimono un chiaro orientamento politico. Se ne deduce che in presenza di una ampia maggioranza parlamentare il potere di nomina del PdR trova un limite invalicabile nell’eventualità che un suo veto possa intaccare il potere di indirizzo politico del presidente del Consiglio, fino a far venir meno la maggioranza pronta a sostenere il nascente governo. Esattamente il caso del veto di Mattarella su Savona. Anche perché il Ministero dell’economia e delle finanze è cruciale per l’indirizzo politico di un governo, dal momento che finanzia tutte le sue politiche.

Dice: ma perché impuntarsi su un nome? Savona era davvero l’unico in grado di portare avanti l’indirizzo politico dei partiti di maggioranza? Forse no, ma dietro il nome c’è la sostanza. Lega e M5S hanno ritenuto che cedere alla richiesta del presidente avrebbe significato aprire le porte ad una “tutela” sulla politica economica del loro governo, una specie di commissariamento, di “cordone sanitario europeista”.

E d’altronde, se come ha spiegato lo stesso Mattarella il veto su Savona è motivato dalle sue idee sull’euro, come avrebbe potuto fornire garanzie il nome del leghista Giorgetti, che pure sarebbe stato proposto dal capo dello Stato, protagonista di lezioni video disponibili online sulla necessità di uscire dalla moneta unica? Come avrebbero potuto fornirle altri esponenti di partiti che l’avevano sostenuta in tempi non lontani?