C’è una convinzione diffusa, soprattutto in Italia: che l’informazione sia una forma di militanza. Che il fatto possa essere adattato alla tesi, che il contesto sia un optional e che la verifica sia una perdita di tempo. È un errore. Grave. Perché l’informazione smette di essere tale nel momento esatto in cui rinuncia alla verità.
Negli ultimi giorni lo si è visto chiaramente parlando degli Stati Uniti, dell’ICE e dell’ordine pubblico. Argomenti affrontati con toni apocalittici da chi, fino a ieri, ignorava persino l’esistenza delle istituzioni che stava condannando.
Primo caso: l’ICE
È stata raccontata come una creazione recente, voluta dall’ultimo presidente inviso a molti. Falso. L’Immigration and Customs Enforcement nasce nel 2002, dopo l’11 Settembre, ed è attiva da oltre vent’anni. Non è un dettaglio cronologico: è il punto di partenza. Senza questo, tutto il resto è chiacchiera.
Secondo caso: il bambino
Un’immagine usata per un giorno intero come prova di una presunta brutalità sistemica. Poi emerge la verità: il bambino non viene “arrestato”, ma preso in carico perché il padre lo abbandona fuggendo alla vista degli agenti. Da quel momento, il racconto scompare. La rettifica non fa notizia.
Terzo caso: il Minnesota
I disordini vengono raccontati come spontanei, quasi naturali. Si omette che sono concentrati in uno Stato e in una città governati da amministrazioni che hanno ordinato alla polizia locale di non collaborare con i federali e che sono oggi travolte da un’inchiesta per frode da circa 19 miliardi di dollari di fondi pubblici. Non un dettaglio, ma il contesto. E senza contesto, i fatti diventano propaganda.
Le uccisioni
Qui l’informazione compie il suo salto più pericoloso: prende tragedie reali e le usa come prova generale di una tesi, senza distinguere. Due morti, due episodi drammatici, entrambi evitabili. Ma evitare non significa falsificare.
In nessuno dei due casi si è trattato di esecuzioni arbitrarie o di “caccia all’uomo” indiscriminata. In entrambi, l’uso della forza avviene in un contesto di resistenza, confusione, interferenze esterne, spesso aggravate dalla presenza di manifestanti che ostacolano operazioni mirate contro soggetti con precedenti gravi.
Dire questo non giustifica una morte. Ma spiegarlo è un dovere. Trasformare ogni uccisione in una prova di sistema, senza analizzare dinamiche, responsabilità e catene causali, non rende giustizia alle vittime. Serve solo a confermare una narrazione preconfezionata. È il punto in cui l’informazione smette di cercare la verità e comincia a usare il dolore.
I giornalisti Rai “minacciati”
Anche qui il racconto precede il fatto. Seguire un’auto federale durante un’operazione è un reato negli Stati Uniti. Non una forzatura autoritaria, ma una norma. Raccontare il fermo come intimidazione, senza spiegare il quadro giuridico, significa suggerire al lettore che la legge sia arbitrio e l’arbitrio sia legge.
Indignazione senza informazione
Questi non sono dettagli. Sono casi concreti. E dimostrano una cosa semplice: oggi l’informazione preferisce l’indignazione alla comprensione. Ma l’indignazione non informa. Semplifica, deforma, divide.
Montanelli diceva che il giornalista deve essere libero. Vero. Ma la libertà senza verità è solo rumore ben scritto. Perché senza fatti non c’è dibattito. Senza fatti non c’è democrazia. E senza verità, l’informazione non è più informazione: è propaganda con buone intenzioni.
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