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Aborto e privacy

Privacy e dati personali a rischio dopo la sentenza Usa sull’aborto? Allarme eccessivo

Dopo la sentenza della Corte Suprema allarme negli Usa per i rischi di sorveglianza informatica delle donne che ricorrono all’aborto. Sarà tutto vero?

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Nell’articolo di Marco Faraci abbiamo visto come il pronunciamento della Corte Suprema Usa non sia quel divieto assoluto di aborto che viene dipinto da molti. Piuttosto si tratta di un richiamo allo spirito della Costituzione, che prevede che questo tipo di temi non sia affrontato tramite sentenze ma per via politica.

Vogliamo oggi analizzare alcuni dei numerosi articoli apparsi sulla stampa hi-tech americana che a seguito della sentenza hanno descritto scenari di repressione e caccia alle streghe tramite social e motori di ricerca degni di Pyongyang.

L’allarme di Axios

Il tutto è in realtà iniziato già prima della sentenza, per l’esattezza nel mese di maggio, immediatamente dopo il fallito tentativo di ribaltare gli orientamenti della Corte tramite la famosa fuga di notizie a probabile opera di una talpa interna.

Immediatamente Axios, sito di informazione fondato nel 2016 da ex giornalisti di Politico pubblica un articolo intitolato “Ribaltando Roe i dati diventeranno un mal di testa per le aziende e un incubo per gli utenti”.

Dati personali a rischio

La tesi di Axios era che dopo la sentenza le piattaforme tecnologiche avrebbero potuto ricevere richieste ufficiali riguardanti i dati personali di coloro che avessero effettuato ricerche online con determinate parole chiave (“interruzione di gravidanza”, “pillola del giorno dopo”, eccetera). Oppure i cui telefoni cellulari ne avessero rilevato la presenza in prossimità di specifiche cliniche specializzate.

Gli scenari ipotizzati erano foschi: “Chiunque abbia avuto un aborto spontaneo potrebbe entrare nel mirino di un pubblico ministero che intendesse utilizzare le sue ricerche online per ottenere le prove di utilizzo di servizi abortivi illegali”.

Il modello economico stesso di alcune grandi piattaforme, che necessitano di collazionare dati e comportamenti degli utenti per la presunta “vendita di dati personali” sarebbe dunque la base dati perfetta per una repressione di massa.

Gli articoli post-sentenza

Veniamo agli articoli pubblicati dopo la sentenza. Techcrunch affronta l’argomento partendo da alcune app dedicate alla salute della donna. In particolare Stardust, un servizio che “integra scienza, astronomia e intelligenza artificiale per connettere il ciclo ormonale con il ciclo dei corpi celesti”.

Secondo la testata questa app sarebbe balzata in testa alle classifiche dei download dagli app store statunitensi proprio dopo la sentenza Roe v Wade (nota: Atlantico Quotidiano non ha trovato alcun riscontro di quest’ultima affermazione).

In ogni caso, mentre gli utenti dibattono online sui limiti espliciti della app (impossibile ad esempio impostare un ciclo della durata media superiore ai 40 giorni), Techcrunch “trova” che “la versione attuale di questa applicazione di grande successo condivide il numero di telefono delle utilizzatrici con una società di marketing esterna (Mixpanel, ndr)”.

 Il problema in questo caso sta nell’ambiguità del End User Agreement, che afferma (o affermava) che la società potrebbe condividere dati personali “a fronte di richieste di cooperazione da parte di enti federali o altri enti, anche se non legalmente vincolanti”.

L’articolo che più ci ha colpito è apparso il 27 giugno 2022 sul popolarissimo portale The Verge. L’occhiello offre “i nostri migliori consigli per stare al sicuro mentre stai cercando informazioni sui servizi abortivi”.

Dati come prove in tribunale?

Secondo l’autore, “le persone che necessitano di abortire (negli Stati che hanno reso illegale la pratica) possono ora essere a rischio di indagine o azione penale. Molti difensori della privacy avvertono che la cronologia delle ricerche, le cartelle cliniche o altri dati di quelle persone potrebbero essere utilizzati contro di loro in tribunale. In alcuni casi questo è già accaduto”.

Già accaduto? L’articolo porta la data del 27 giugno e la sentenza è del 24 giugno. L’affermazione di The Verge implica che in meno tre giorni un tribunale abbia richiesto ad almeno una piattaforma dati specifici e che questa li abbia forniti a tempo di record, senza nulla obiettare. Possibile, ma riteniamo poco probabile.

Uno dei problemi sollevati dall’articolo riguarda la legge denominata HIPAA (Health Insurance Portability and Accountability Act). In base a questa, un medico, pur tenuto al segreto professionale, ha la facoltà di informare le autorità se convinto che un paziente abbia compiuto un crimine. Nulla a che vedere quindi con possibili delazioni da parte delle piattaforme informatiche.

Le ricerche su Google

In un altro caso la polizia avrebbe usato lo storico di alcune ricerche Google – quali “buy Misoprostol abortion pill online” – effettuate da Latice Fisher, un’abitante del Mississipi accusata di infanticidio dal marito.

Verrebbe da pensare che Google abbia fornito le informazioni richieste, ma leggendo meglio ci si accorge che si è trattato semplicemente di un’analisi della “history” sul telefono fisico dell’indagata, effettuata sul posto dalla polizia. Ma – afferma la testata – poiché Google avrebbe potuto fornire gli stessi dati, ecco il consiglio: niente Google, utilizzate piuttosto duckduckgo.com (noto per condividere le ricerche con Microsoft).

Allarmismo eccessivo

Tutto quanto affermato in questi ed altri esempi è tecnicamente possibile e invitare gli utenti a una certa prudenza non sembra certo una cattiva idea. Ma farlo in modo così massiccio, con titoli così terrorizzanti non è forse eccessivo?

Anche perché si parla spesso di società fortemente orientate alla difesa del diritto all’aborto. E’ di martedì la notizia che Google permette alle persone “che vivono in parti del Paese in cui l’aborto non è più legale (di) trasferirsi in stati in cui i loro diritti sono protetti, senza fare domande”.

Appare improbabile che società con questo mindset, con i migliori avvocati e capacità finanziarie praticamente illimitate, siano disposte a rilasciare i dati riservati dei propri utenti senza alcuna obiezione.

Ci sembra piuttosto che, forse volutamente, anche sul versante tecnologico sia in atto un eccessivo allarmismo che potrebbe portare a polarizzare la prossima campagna elettorale di midterm, favorendo i candidati e le forze politiche pro-choice.