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Superata la linea rossa dell’obbligo: un potere arbitrario che ormai fa più paura del virus

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Superata la linea rossa dell’obbligo vaccinale per lavorare. La vera emergenza è politica

Tre decreti in due settimane, ciascuno alla vigilia di una festività, quasi a voler fiaccare psicologicamente l’opinione pubblica, a voler ricordare ai cittadini che i loro diritti, le loro libertà fondamentali, sono nella più totale disponibilità del governo, che da un giorno all’altro può disporne come ritiene. E un presidente del Consiglio che non ha sentito l’esigenza di illustrarne nemmeno uno pubblicamente.

Invece di presentarsi in conferenza stampa per spiegare decisioni di così grande impatto sui diritti costituzionali di milioni di italiani, e così ravvicinate, Sua Competenza ha preferito mandare due ministri impresentabili a parlare con i giornalisti, letteralmente in mezzo alla strada. Lungi dal salvargli la faccia, questo dice molto dello spessore politico ed umano di chi non solo ambisce, ma si autocandida al Quirinale.

Lo avevamo osservato in tempi non sospetti, quando ancora muoveva i suoi primi passi, ma anche i più ottimisti oggi dovranno ammetterlo: per approssimazione, caos e incongruenza delle misure e della loro comunicazione, il governo Draghi è del tutto equiparabile al suo predecessore, il governo Conte-Casalino. Dal Green Pass all’obbligo vaccinale, passando per le mascherine, non c’è una sola misura restrittiva che risponda ad un criterio scientifico e che sia stata comunicata non in modo truffaldino. La soglia dell’obbligo fissata a 50 anni, quando le stime di efficacia vaccinale dell’ISS sono divise per fasce 40-59, 60-79, sembra il frutto di un compromesso politico, con buona pace delle decisioni basate sui dati e non sulla politica.

Uno stillicidio di restrizioni e obblighi che però lascia sempre aperta, come una spada di Damocle, la possibilità di un ulteriore inasprimento. Il super Green Pass per lavorare e l’obbligo vaccinale non ancora per tutti, ma per gli over 50, così da poter abbassare la soglia di età con successivi provvedimenti e lasciarsi un ulteriore alibi nel caso in cui i contagi continuino a crescere. Colpire una categoria, una fascia di età alla volta, per illudere le altre di venire risparmiate ed evitare che si rivoltino tutte insieme…

Venendo al merito delle misure varate ieri sera, in attesa di un testo ufficiale, possiamo dire che dopo lockdown e Green Pass è stata superata un’altra linea rossa, il nostro Paese è pioniere anche nell’obbligo vaccinale, sebbene per il momento limitato agli over 50. Un triste primato, dato che nessuna di queste misure ci ha assicurato un particolare primato nel contenimento dei contagi e dei decessi. A Londra contagi e ricoveri sono in calo, nell’intero Regno Unito i decessi quotidiani sono una cinquantina, il numero di terapie intensive occupate inferiore al nostro da settimane. E non ci sono chiusure né discriminazioni, non c’è mai stato il “lockdown dei non vaccinati”, non c’è un pass per lavorare né un obbligo vaccinale. Nemmeno la vaccinazione dei bambini.

Abbiamo sempre sostenuto che in linea teorica un obbligo vaccinale generalizzato non sarebbe contrario ai principi del nostro ordinamento, ma ci sono dei paletti fissati dalla Costituzione e dalla attuale giurisprudenza costituzionale. Il governo Draghi li ha calpestati.

Per poter essere reso obbligatorio, uno dei criteri che un vaccino deve soddisfare è la protezione degli altri dal contagio, ma come ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, ed ancora più evidente con la variante Omicron, non è questo il caso dei vaccini anti-Covid, che non immunizzano, non impediscono cioè la trasmissione del virus. Se la motivazione dell’obbligo non può essere impedire il contagio, e diventa “salvare le vite” di chi non vuole vaccinarsi, allora siamo di fronte ad un obbligo terapeutico e al di fuori dei paletti fissati dalla Consulta. A giustificare l’obbligo, quindi la compressione della autodeterminazione personale, può essere solo la tutela della salute degli altri, non basta la tutela della salute di chi è assoggettato al trattamento.

Con l’obbligo vaccinale inoltre ci si aspetterebbe dal governo che sia in grado di fornire il numero preciso, definitivo, di richiami e il loro intervallo temporale. Se non è in grado di fornire queste minime informazioni, ammette di non avere conoscenze sufficienti sul funzionamento dei vaccini a cui intende sottoporci. Si può adempiere ad un obbligo di cui sia indeterminato il “quanto” ed il “quando”, che potrebbero essere estesi potenzialmente a piacere dal governo?

C’è poi un problema di sanzioni: nel caso dei vaccini già oggi obbligatori, è prevista nei confronti dei non adempienti una sanzione amministrativa. L’obbligo surrettizio via super Green Pass per lavorare, invece, prevede la sospensione dal lavoro e dallo stipendio, cioè dei mezzi di sostentamento per sé e per la propria famiglia. Una sanzione che equivale di fatto ad una costrizione fisica, in aperta violazione dell’articolo 32 della Costituzione, secondo cui l’obbligo “non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Per questo, sebbene nelle dichiarazioni pubbliche venga rivendicato l’obiettivo di spingere a vaccinarsi, l’obbligo di Green Pass, basic e super, per lavorare non viene presentato nei testi di legge come obbligo o spinta a vaccinarsi, ma come misura finalizzata a “prevenire la diffusione dell’infezione da Sars-CoV-2” e a garantire la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro. Peccato che questa giustificazione, come abbiamo visto, non regga più, semmai abbia retto in passato, dal momento che i vaccini non impediscono il contagio – e ciò è ancor più vero con Omicron.

Ma l’aspetto più inquietante di questo susseguirsi di restrizioni e obblighi è la sensazione di essere assoggettati ad un potere che in nome di un’emergenza sempre più difficile, dati alla mano, da presentare come tale, agisce in modo sempre più arbitrario e insindacabile. Con Omicron si intravede la fine della pandemia, ma se i governi che hanno gestito con più equilibrio l’emergenza in questi giorni stanno ragionando in modo pragmatico su come evitare che un raffreddore possa bloccare un intero Paese, per esempio allentando le regole sull’isolamento dei positivi e le quarantene da contatto, da cui si può uscire senza test, in Italia perseveriamo ideologicamente nella direzione opposta, rafforzando lo schema emergenziale con strumenti palesemente sorpassati nel contesto della nuova variante.

Come cittadini, anche da vaccinati, ci troviamo nella condizione di non poter più programmare le nostre vite, non potendo sapere cosa il governo deciderà delle nostre libertà dall’oggi al domani. Trovarsi costantemente nel mirino di una discrezionalità totale del potere politico, vivere nell’incertezza di vedersi oggi riconosciuti domani negati i propri diritti, sono condizioni proprie dei sudditi rispetto ad un sovrano assoluto.

Il problema non è più il virus, o il vaccino. È arrivato il momento di chiederci con inquietudine se riavremo mai indietro le nostre libertà, trattate ormai come concessioni temporanee del governo, revocabili in ogni momento: all’emergere di una nuova variante o nel caso in cui una dose – oggi la seconda, domani la terza e così via… – dovesse risultare non più efficace. Ed è un problema che riguarda anche i vaccinati, perché una volta introdotto nell’ordinamento, ed esteso gradualmente ad ogni aspetto della vita quotidiana, a tempo indeterminato, l’istituto di un lasciapassare sanitario, esso funziona come un interruttore on/off, con cui si può accendere o spegnere al minimo alito di vento le vite delle persone. Oggi lo ritenete accettabile, ragionevole per costringere le persone a farsi vaccinare? Un domani non troppo lontano potreste trovarvi di fronte ad un obbligo a cui non vorreste adempiere.

Come ha ben sintetizzato il governatore della Florida Ron De Santis, “i passaporti vaccinali discriminano le persone e creano una società a due livelli sulla base di una decisione sanitaria personale. Hanno fallito alle loro condizioni e nel frattempo hanno danneggiato la società”.

Di fronte a questa deriva illiberale, serve un sussulto di dignità, se ne è rimasta, da parte di tutti i partiti, che facciano parte o meno del governo Draghi. Perché la storia non perdonerà l’ignavia, non basterà qualche distinguo, non basterà dissociarsi o votare contro restando al governo, né un’opposizione solo nominale.

Il caso della Lega è emblematico. Alle resistenze leghiste si deve, pare, il passo indietro sul super Green Pass per andare dal parrucchiere, accedere ai centri commerciali, ai servizi per la persona, bancari e postali, per i quali comunque da domani ci vorrà il Green Pass basic. Molti quindi sono portati a chiedersi a cosa sarebbe potuto arrivare il governo Draghi senza la funzione di freno svolta dalla Lega. Ribaltando punto di vista, ci chiediamo invece se avesse potuto arrivare a tanto senza la Lega, con una opposizione del 40 per cento nel Paese. Privo dell’unanimismo che sembra circondarlo oggi, probabilmente il governo Draghi non si sarebbe potuto spingere fino a questo punto con Fratelli d’Italia e Lega all’opposizione – e qualcuno sostiene che non sarebbe nemmeno nato.

Oggi, infatti, i partiti di sinistra al governo sanno che ad avvantaggiarsi dei fallimenti e degli strappi costituzionali del governo Draghi sarà al massimo il partito di Giorgia Meloni, ma ai danni della Lega, mentre è ragionevole ipotizzare che sarebbero stati più cauti, se avessero dovuto intestarsi da soli tutte le restrizioni, gli obblighi e i relativi danni. La partecipazione della Lega al governo, per altro senza i voti per determinarne la caduta, potrebbe aver fatto da leva al moral hazard illiberale delle sinistre.