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L’altra faccia del lunedì – Borrelli, la sinistra e il sogno di una nuova Mani pulite

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Chiunque si sia stupito delle tonnellate di melassa riversate ieri sulla scomparsa di Francesco Saverio Borrelli dovrebbe di diritto essere iscritto al club “amici di Alice” (nel paese delle meraviglie). Dalle sei, dicasi sei pagine, di Repubblica ai dolenti pezzi del Corriere della Sera sul gran Borghese sopraffino conoscitore di Richard Wagner, la realtà è che la sinistra italiana e larghi pezzi di un establishment decrepito sono ancora assai legati alla memoria di Mani pulite (e al “resistere resistere” contro i governi Berlusconi). Tra un attimo vedremo perché.

Così come non mi sono stupito della valanga di insulti scatenati sui social da grillini ma soprattutto da piddini contro Stefania e Bobo Craxi, rei di aver detto la verità, cioè che Mani pulite fu un colpo di Stato. Lo fu infatti, nelle forme in cui oggi, cioè dopo la caduta del Muro di Berlino, si realizzano i golpe. Non con i vecchi metodi, esercito, generali, carri armati ecc. Ma con nuovi più chirurgici, strategici e puliti: utilizzando la magistratura, i media e quello che si è usi chiamare stato profondo.

Questo vale per tutti i paesi e per tutte le latitudini. Ma in Italia con una particolarità. Da noi è sempre stata molto presente, all’interno dell’establishment e nei gangli dello Stato, sia esterno che profondo, l’ideologia del vincolo esterno, cioè l’idea che le decisioni democratiche dei cittadini vadano regolate da un corpo di Guardiani perché gli italiani, popolo immaturo e incivile, non conoscerebbero i loro veri interessi, che i Soloni invece sarebbero meglio pronti a tutelare.

Durante la Guerra fredda l’ideologia del vincolo esterno fu utilizzata soprattutto per evitare che l’Italia cadesse dall’altro lato della barricata, cioè ad est. Dopo il 1991, essa è servita invece per legittimare gli interventi esterni, sia di corpi non elettivi dello stato sia di poteri extra nazionali, per influire sulla condotta delle elezioni e poi per limitare il potere di chi le aveva vinte, nel caso fosse ritenuto pericoloso al nuovo blocco, ormai solidamente legatosi alla tecnoburocrazia Ue.

Per quanto Craxi fosse europeista, ma sempre più critico (e in realtà ostile a Maastricht) fu considerato, assieme ai “vecchi partiti”, un pericolo. Così come era considerato Berlusconi, anch’egli tutt’altro che anti-europeista: vittima di vari interventi esterni, l’ultimo, che gli fu fatale, quello del 2011 (dopo quella data è solo l’ombra dell’uomo che fu).

E qui capiamo perché la sinistra e un pezzo consistente dell’establishment guardino ancora al modello Mani pulite. Perché sono in cuor loro convinti che mai potranno ritornare al potere attraverso le procedure democratiche (cioè elezioni) ma solo attraverso la creazione di un’emergenza, di uno stato di eccezione, che consenta loro prima di delegittimare, e poi di detronizzare quelli che gli italiani hanno votato in maggioranza. Poco importa che a realizzare il colpo sia la magistratura, ormai piuttosto screditata (anche se resta un potere a cui affidarsi ancora, come si vede da varie vicende degli ultimi tempi). Oggi si porta di più il colpo dei “mercati”, anche se pure questo ultimamente ha perso smalto.

Ma non entriamo nei dettagli: per la sinistra e per lo Stato profondo garante della tecno-burocrazia asservita al vincolo esterno, Mani pulite resta un modello grandioso, un atto fondativo, la dimostrazione che “un altro mondo è possibile” e che quei puzzoni degli elettori, magari pure senza laurea, alla fine no pasaran.