O, America!

Florida e New York, due esperimenti di governo opposti

La Florida spende meno della metà della Grande Mela con milioni di residenti in più. Confronto impietoso tra i sistemi di istruzione. New York si merita il "furbetto" Mamdani

DeSantis (Foxnews) Il governatore della Florida Ron DeSantis
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In America, Paese pragmatico per definizione, da sempre si dice che gli stati siano i laboratori della democrazia. Lo Stato della Florida e quello di New York, da questo punto di vista, stanno conducendo esperimenti molto diversi, se non opposti.

Se prendiamo il corrente anno fiscale, vediamo che New York ha approvato un bilancio statale di 237 miliardi di dollari, mentre la Florida ne ha approvato uno di meno della metà, pari a 116,5 miliardi di dollari, e questo malgrado la Florida abbia ormai milioni di residenti in più rispetto a New York (U.S. Census, 2024). Insomma, non si tratta del numero di cittadini che compongono i due stati, ma di due filosofie distinte.

Il furbetto Mamdani

Per illustrare efficacemente l’esperimento newyorchese non esiste niente come il caso di Zohran Mamdani, l’autoproclamato “socialista democratico” che ha vinto la nomination democratica per la carica di sindaco della Grande Mela. Le sue posizioni ultra-progressiste – ad esempio sostiene apertamente l’acquisizione governativa di proprietà private da ridistribuire come edilizia pubblica, politiche che vanno ben oltre il liberalismo tradizionale – hanno ricevuto la loro consacrazione woke grazie all’imbroglio identitario che ha contribuito a lanciare la sua ascesa accademica.

Secondo il New York Times Mamdani, di origine indiana, e nato in Uganda, ha spuntato la casella di “Nero o Afroamericano” nella sua domanda di ammissione alla Columbia University. Lo ha fatto nonostante sapesse perfettamente di non essere né razzialmente nero, né discendente dell’esperienza afroamericana alla quale quella casella allude.

Come se non bastasse, il furbacchione ha compiuto il misfatto nella stessa università dove suo padre, studioso di fama mondiale, detiene una cattedra prestigiosa. Evidentemente gli piace giocare in casa e vincere facile.

Istruzione a confronto

Concretamente, mentre la Florida ha ridotto drasticamente il suo bilancio in questi anni, caratterizzati tra l’altro da una crescita record della popolazione, New York continua a spendere di più, a tassare di più e, soprattutto in ambito educativo, a ottenere meno, e questo in base a risultati misurabili e con implicazioni estremamente concrete per le famiglie, i contribuenti e gli studenti.

La Florida, che spende 9.130 dollari per studente, ottiene costantemente risultati superiori alla media nazionale in lettura e matematica per il 4° e 8° grado. New York, che spende 29.893 dollari per studente, si posiziona circa al 46° posto nella lettura per l’8° grado e al di sotto della media nella maggior parte delle altre categorie (dati del NAEP, National Assessment of Educational Progress).

Ancora più sorprendente: la spesa per studente di New York è aumentata del 50 per cento tra il 2012 e il 2022, raggiungendo quasi il doppio della media nazionale, mentre i punteggi NAEP sono rimasti pressoché invariati. Nel frattempo, i punteggi della Florida sono costantemente migliorati. Dal 2003 al 2022, la Florida ha registrato il miglioramento più significativo tra tutti i grandi stati del Paese.

Le scuse di New York

L’establishment educativo di New York, neanche a dirlo una fortezza liberal con forti tratti woke, mette avanti le solite giustificazioni: la sua popolazione studentesca ha maggiori “bisogni”, tipo studenti che apprendono l’inglese soltanto a scuola, oltre a quelli con bisogni educativi speciali e in condizioni di povertà. Queste sfide, sostengono gli insegnanti, i presidi e i sindacati, richiedono maggiori risorse.

Ma i dati statistici ufficiali pubblicati dal U.S. Census Bureau suggeriscono il contrario. Infatti, Florida e New York hanno tassi di povertà simili: circa il 12,3 per cento in Florida e il 14,2 a New York. Sempre secondo L’U.S. Census Bureau, che è l’ente governativo degli Stati Uniti incaricato di raccogliere e diffondere informazioni sulla popolazione, l’economia e altri aspetti demografici e sociali del Paese, entrambi gli stati hanno circa il 10 per cento di studenti che apprendono l’inglese nelle scuole pubbliche.

Insomma, le scuse accampate dagli spendaccioni di New York non reggono. Ad aggravare la situazione c’è l’impietoso raffronto tra lo stipendio medio dei professori delle scuole pubbliche di New York (90.222 dollari, il più alto della nazione) e quello dei docenti della Florida (55.000 dollari). Per non parlare dei “servizi di supporto amministrativo”, che nello stato di New York costano circa il doppio rispetto alla media nazionale.

Le università

Stesso discorso, più o meno, per l’università. La University of Florida, principale ateneo dello stato, è tra i primi cinque a livello nazionale e fa registrare il maggiore incremento di reddito ai suoi laureati rispetto al reddito familiare.

Non fa altrettanto bene il sistema SUNY (State University of New York). Il sistema universitario pubblico dello Stato di New York, uno dei più grandi e complessi di tutti gli Stati Uniti, non rientra tra i primi 20 atenei pubblici, malgrado l’enfasi sui programmi di “accessibilità” come ASAP (Advancing Success in Associate Pathways) e ACE (Advancing Completion through Engagement), che mirano ad aumentare i tassi di laurea attraverso sussidi, tutoraggio e trasporti gratuiti.

Questi programmi non raggiungono neppure lontanamente i risultati dell’Università della Florida in settori come diritto, business, giornalismo, ingegneria e medicina. In pratica il sistema SUNY spende tre volte di più per studente, impiega fino a otto volte più personale per studente (quattro studenti per amministratore) e produce meno professionisti ad alto reddito.

Se lo meritano Mamdani

Insomma, il quadro newyorchese sembrerebbe suggerire che un candidato sindaco come Zohran Mamdani sia esattamente quello che i cittadini della Grande Mela si meritano. Anche se ad onor del vero la vittoria di Mamdani alle primarie non è il risultato di un fenomeno di massa. Tutt’altro. Innanzitutto occorre tener presente che se l’affluenza alle primarie di New York City rimane regolarmente sotto il 30 per cento, nel caso specifico solo il 7 per cento degli elettori idonei ha partecipato alle primarie, con un’affluenza inferiore al 18 per cento tra i giovani elettori.

In un clima così apatico, non serve la maggioranza per vincere, basta una minoranza organizzata e che possibilmente detenga una posizione di egemonia culturale di stampo gramsciano. Ed ecco spiegata, almeno in parte, la candidatura a sindaco di un attivista sfegatato che si è fatto largo con slogan come “Globalizzare l’Intifada”, attaccando la legittimità dello stato di Israele e sostenendo il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).

Un candidato che incarna lo scontro tra meritocrazia e narrazione identitaria, simbolo di un’America progressista e woke dove la razza e l’“esperienza vissuta” possono contare più dei risultati oggettivi.

Del disastro possibile incarnato da Mamdani sembra essersi accorto pesino l’ultra-liberal New York Times, che non solo, come abbiamo visto, ha rivelato il trucco identitario, ma si è spinto fino al punto di scrivere:

Il signor Mamdani porterebbe anche meno esperienza rilevante rispetto a qualsiasi altro sindaco nella storia di New York. Non ha mai gestito un dipartimento governativo o un’organizzazione privata di alcuna dimensione. Come legislatore statale, ha faticato a realizzare la sua agenda. (…) Non crediamo che il signor Mamdani meriti un posto sulle schede elettorali dei newyorkesi. La sua esperienza è troppo limitata, e la sua agenda sembra una versione turbochargata del deludente mandato del signor de Blasio.

Se lo dice il NYT… Ma forse si sono svegliati troppo tardi, e del resto, come sappiamo, chi semina vento raccoglie tempesta.

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