O, America!

Censura woke

Il caso Ilya Shapiro, un’altra vittima della mafia woke nelle università Usa

Shapiro si è dimesso: “L’università non mi ha licenziato, ma ha ceduto alla mafia progressista, abbandonato il free speech e creato un ambiente ostile”

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Ilya Shapiro

Ilya Shapiro ha vinto ma ha gettato la spugna. Il 2 giugno, l’ormai ex direttore esecutivo del Georgetown Center for the Constitution, presso la prestigiosa Georgetown University Law School, è stato reintegrato nel proprio ruolo dopo un’indagine di 122 giorni, iniziata ancor prima che Shapiro iniziasse il suo primo giorno di lavoro.

Sotto processo per un tweet

All’origine di tutto l’aver twittato che Sri Srinivasan, giudice capo della Corte d’Appello degli Stati Uniti per il circuito del Distretto di Columbia, sarebbe stata la “scelta migliore” del presidente Biden per la Corte Suprema. Il tweet continuava così: “Ma purtroppo [Srinivasan] non si adatta all’ultima gerarchia di intersezionalità, quindi otterremo una donna di colore minore” [a lesser Black woman].

La perifrasi di Shapiro – oggettivamente non il massimo del fair play – ha immediatamente ottenuto una notevole attenzione su Twitter e all’interno della comunità di Georgetown, e ha portato il decano della Georgetown Law School, William Treanor, a denunciare il tweet come “spaventoso” e “in contrasto con tutto ciò che rappresentiamo a Georgetown Law”.

Shapiro ha cancellato il tweet e si è scusato per il suo linguaggio “inadatto”, ma il campus ha fatto pressioni sul preside Treanor affinché ritirasse l’offerta di lavoro al 44enne studioso di diritto, di formazione princetoniana e idee conservatrici-libertarie.

Treanor ha cautelativamente sospeso Shapiro, in attesa dei risultati dell’indagine. Al termine di quest’ultima il preside ha confermato il professore nell’incarico sulla base del fatto che non era un dipendente di Georgetown al momento del tweet – diciamo, un escamotage che poteva risparmiare quattro mesi di indagine, se non le polemiche…

Forse ha ragione il Wall Street Journal, che nel dare la notizia sottolinea la delusione degli ottimisti, che ritenevano che l’America avesse raggiunto il “peak woke (picco del risveglio, nel senso “woke” del termine) proprio mentre cresceva la reazione negativa contro di esso. “Beh, è meglio che si ricredano, come dimostra l’esperienza di Ilya Shapiro”.

Libertà di offesa, ma solo se di sinistra

Quest’ultimo, si legge nell’editoriale del WSJ del 6 giugno, “era stato incoraggiato dal preside William Treanor e dalla policy della Scuola per quanto riguarda il diritto di parola ed espressione, che promette di difendere le voci di dissenso all’interno del campus. Shapiro ha scoperto di persona che certi discorsi sono più protetti di altri”. E infatti, Treanor ha gestito in maniera assai diversa casi analoghi ma di matrice opposta, cioè offese e provocazioni “di sinistra”.

Lo scorso mese, per esempio, come Shapiro ricorda nell’articolo sul WSJ, sempre del 6 giugno, in cui spiega le ragioni per cui ha deciso di mollare, il professor Josh Chafetz ha twittato il suo sostegno alla manifestazione alla sede della Corte Suprema di Giustizia: “Quando la protesta ha ragione, alcune (ma non tutte!) le tattiche più aggressive sono giustificate”. Mica male, vero? Chafetz si è anche vantato che la School of Law “non lo avrebbe licenziato” per un tweet. Previsione azzeccata (e facile), evidentemente.

Per non parlare del caso a dir poco clamoroso della prof.ssa Carol Christine Fair, della School of Foreign Service, che nel 2018, durante la procedura per la conferma di Brett Kavanaugh alla Corte Suprema, ha vergato un tweet come questo:

“Guardate questo covo di emeriti bianchi che giustificano l’arrogato diritto di uno stupratore seriale. Alcuni di loro meritano una morte miserabile mentre le femministe ridono mentre quelli esalano i loro ultimi sussulti. In sovrappiù vogliamo castrare i loro cadaveri e darli in pasto ai porci? Ebbene, sì”.

Georgetown ha ritenuto che questo fosse “un discorso protetto”.

Clima da epurazione a Georgetown

Alla luce di quanto sopra – nonché di altri casi analoghi di doppio standard – e dopo aver letto il rapporto di 10 pagine dell’Office of Institutional Diversity, Equity & Affirmative Action della Georgetown University, Shapiro ha capito che se fosse rimasto si sarebbe incastrato da solo e avrebbe finito per essere licenziato la prossima volta che qualcuno nel Campus si fosse opposto a qualcosa che aveva detto o fatto. Se uno studente o un professore affermasse di essere stato offeso da una dichiarazione, scatenerebbe immediatamente un’altra indagine. Ed ecco la conclusione del j’accuse del professore sul WSJ:

“Va bene adottare politiche forti sulla libertà di parola, ma non è sufficiente se gli amministratori universitari non sono disposti a resistere a coloro che chiedono la censura. E il problema non è limitato agli amministratori codardi. La proliferazione degli uffici in stile IDEAA [Office of Institutional Diversity, Equity & Affirmative Action] impone un’ortodossia che soffoca la diversità intellettuale, mina le pari opportunità ed esclude le voci dissenzienti. […] Ciò a cui Georgetown mi ha sottoposto, e a cosa mi avrebbe sottoposto se fossi rimasto, è il veto a un disturbatore che porta a una Star Chamber [una corte inglese dei secoli XV-XVII divenuta sinonimo di oppressione sociale e politica attraverso l’uso e l’abuso arbitrario del potere che esercitava, ndr]. ‘Non vivere di bugie’, ha esortato Aleksander Solzhenitsyn. ‘Lascia che la menzogna venga al mondo, che trionfi anche. Ma non attraverso di me.’ Non vivrò in questo modo”.

Difficile non condividere queste parole. Come la conclusione dell’Editorial Board del WSJ:

“L’episodio sottolinea ancora una volta che il mondo accademico americano è dominato da una sinistra censoria. Mr. Treanor ha dimostrato di essere un uomo debole che si piega agli umori dei più scalmanati. Quando la folla inferocita di sinistra non tollera uno studioso premuroso come Mr. Shapiro, non dovrebbe sorprendersi se la risposta diventa una folla inferocita di destra”.

Il licenziamento di Joshua Katz

Per la cronaca, infine, il mese scorso, l’Università di Princeton ha licenziato un professore di ruolo di materie classiche, Joshua Katz, in quella che molti ritengono essere una punizione per un articolo del 2020 sulla rivista online Quillette che criticava una lista di quelle che erano state annunciate come proposte antirazziste da docenti, studenti e personale di Princeton.

By the way, scrivendo sul National Review dopo il licenziamento del dottor Katz, Shapiro ha dichiarato: “Il licenziamento di Joshua Katz mostra che Princeton non è più sinonimo di tolleranza, rispetto, buona fede ed eccellenza”.