Mobilitare il risparmio privato per sostenere la crescita. È la proposta al centro del nuovo Rapporto di previsione del Centro Studi Confindustria (CsC), che sottolinea come la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane – oltre 6.000 miliardi di euro, con circa 1.500 miliardi parcheggiati in conti correnti e depositi improduttivi – rappresenti una leva decisiva per rafforzare il tessuto produttivo del Paese. “Un ruolo cruciale per accelerare gli investimenti può avere la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane”, si legge nel documento.
Il calcolo del CsC è chiaro: anche una riallocazione minima, pari all’1% di quella liquidità, potrebbe liberare circa 15 miliardi di euro da destinare ad azioni e obbligazioni industriali. Risorse che contribuirebbero a finanziare nuovi progetti, sostenere la competitività e colmare il gap di capitale che ancora separa l’Italia dai suoi partner europei. Non si tratta solo di un esercizio contabile: senza una spinta di questo tipo, ammonisce l’associazione presieduta da Emanuele Orsini, “la crescita anemica del Pil attesa quest’anno e il prossimo rende necessario muovere l’Italia, intervenendo con le leve più efficaci a disposizione”.
La proposta arriva in un contesto macroeconomico che resta fragile. Secondo le nuove previsioni, il Pil italiano crescerà del +0,5% nel 2025 (0,1 punti in meno rispetto al rapporto di aprile) e del +0,7% nel 2026. La frenata è imputabile soprattutto al commercio estero: le esportazioni nette daranno un contributo negativo e la crescita di beni e servizi si fermerà quasi a zero tra 2025 e 2026. È un quadro già visibile nei dati più recenti: “La dinamica annua dell’economia è frenata in particolare dalla battuta d’arresto nel 2° trimestre 2025, quando il Pil italiano è diminuito di 0,1%, a causa della caduta delle esportazioni”, osserva il CsC.
L’unico vero motore resta la domanda interna, in particolare gli investimenti fissi lordi, previsti in crescita del +3% nel 2025 e dell’+1,9% nel 2026. A sostenerli sono state le misure fiscali della Transizione 4.0 e ora della 5.0, oltre alle risorse del Pnrr, che da sole valgono un impatto positivo dello +0,8% sul Pil nel 2025 e dello +0,6% nel 2026. Ma i consumi delle famiglie avanzano a passo molto più lento (+0,5% e +0,7% rispettivamente), frenati dall’incertezza e da una propensione al risparmio ancora elevata.
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Il contesto internazionale non aiuta. La crescita globale è appesantita dall’aumento delle barriere tariffarie e non tariffarie, che il CsC definisce “ostacoli al libero commercio internazionale” e che non riguardano solo la politica statunitense ma “la maggior parte dei paesi”. Il commercio mondiale è atteso espandersi del +2,8% nel 2025 grazie a un temporaneo “frontloading” delle vendite negli Stati Uniti, per poi rallentare drasticamente al +1,2% nel 2026. Proprio gli Usa, “danneggiati dai dazi”, vedranno la loro crescita scendere al +1,7% nel 2025 e al +1,6% nel 2026, contro il +2,8% del 2024.
L’Eurozona non fa meglio: l’attività si manterrà debole, con un Pil in aumento del +1,2% nel 2025 e del +1,1% nel 2026. La Germania dovrebbe ritrovare slancio solo dal 2026, mentre la Banca centrale europea ha già completato il ciclo di tagli ai tassi, portandoli al 2,00% a settembre. “Per l’Europa, la conclusione di accordi commerciali costituisce uno strumento essenziale per contrastare la frammentazione degli scambi internazionali”, sottolinea Confindustria.
In questo quadro di crescita debole e scambi internazionali in rallentamento, la richiesta degli industriali assume un carattere urgente: usare il risparmio privato come leva per sbloccare capitali e rimettere in moto l’economia. Un passaggio che, se accompagnato da politiche industriali stabili e da una piena attuazione del Pnrr, potrebbe trasformare un patrimonio “dormiente” in carburante per lo sviluppo.
Enrico Foscarini, 2 ottobre 2025
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