La vicenda dell’ex Ilva di Taranto entra nella fase decisiva con una certezza e un paradosso. La certezza è che la Corte d’Appello di Milano ha nuovamente respinto la richiesta di sospendere l’ordine di fermare l’area a caldo. Il paradosso è che la decisione definitiva della Cassazione arriverà il 20 ottobre, mentre lo spegnimento degli impianti dovrà essere completato entro il 28 ottobre. La partita giudiziaria, dunque, potrebbe concludersi quando quella industriale sarà già stata compromessa.
La Corte: la salute viene prima
I giudici milanesi hanno respinto la seconda istanza presentata da Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia, confermando l’efficacia del provvedimento emesso a luglio. L’ordine prevede la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo e il completamento delle operazioni entro il 28 ottobre, sotto la sorveglianza dell’autorità competente.
La motivazione è netta. Il pericolo legato all’eventuale spegnimento degli altiforni deve cedere «rispetto al preminente diritto alla salute nell’ottica del necessario bilanciamento dei contrapposti interessi». La tutela «del diritto alla salute» è «comunque prevalente, nel doveroso rispetto dell’interpretazione data in sede comunitaria, oltre che delle stesse previsioni costituzionali».
La ripresa della produzione, inoltre, potrà avvenire soltanto dopo la rimozione integrale dell’amianto ancora presente negli impianti e dopo l’adozione delle misure necessarie per riportare le emissioni di polveri sottili entro livelli di sicurezza, considerando lo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate annue.
Quando la magistratura si sostituisce all’impresa
La questione, però, non è soltanto sanitaria. C’è un problema più profondo che riguarda il confine tra giustizia e politica industriale. Per anni il caso Ilva è stato affrontato sulla base del principio secondo cui non esistono diritti tiranni e che salute e lavoro devono essere bilanciati, come stabilì la Corte Costituzionale nel 2013. Quel principio è stato progressivamente eroso: nel 2022 è stato modificato l’articolo 41 della Costituzione, inserendo tra i limiti alla libertà d’impresa anche il danno alla salute e all’ambiente, mentre nel 2024 la Corte di giustizia Ue ha affermato che, quando l’attività di un impianto presenta rischi gravi per ambiente e salute, l’esercizio può essere sospeso.
È su questa nuova impostazione che oggi la Corte d’Appello di Milano fonda il proprio ragionamento. Il problema è che, attraverso questo percorso, una scelta che dovrebbe spettare agli imprenditori e, in ultima analisi, alla politica – ove mai la libertà di intrapresa fosse conculcata (come in questo caso) – finisce di fatto nelle mani della magistratura. La salute deve essere tutelata, naturalmente, ma stabilire come rendere compatibili produzione, occupazione, risanamento ambientale e sicurezza dovrebbe essere innanzitutto compito del legislatore e del governo, non il risultato indiretto di un ordine giudiziario che rischia di rendere irreversibile una scelta industriale.
E qui emerge la vera stortura del caso Ilva: la magistratura non si limita più a stabilire se una condotta sia lecita o illecita, ma finisce per determinare le condizioni alle quali un grande impianto industriale può continuare a esistere. Con il rischio che, dietro il richiamo a principi ormai elevati a rango costituzionale ed europeo, si consumi una scelta di politica industriale senza che nessuno abbia formalmente assunto la responsabilità politica di farla.
Non è un dettaglio. Perché lo spegnimento di un altoforno non è una misura neutrale né facilmente reversibile. E se la politica ritiene che Taranto debba continuare a produrre acciaio, con impianti più moderni e meno inquinanti, deve avere la possibilità di perseguire quella soluzione e assumersene fino in fondo la responsabilità. Altrimenti il rischio è quello indicato dalla stessa vicenda: il governo aspetta, i giudici decidono e il conto economico e industriale arriva dopo.
Il problema è l’irreversibilità
Il punto controverso è infatti un altro: che cosa succede all’industria dopo lo spegnimento? Un altoforno non è un impianto che si arresta premendo un interruttore e si riavvia qualche settimana più tardi. A Taranto, al momento, è operativo soltanto l’Afo2, in condizioni di sostanziale stand by. Il passaggio decisivo verso lo spegnimento definitivo riguarda i cowper, le grandi torri che alimentano l’altoforno con aria portata a temperature elevatissime.
Ed è qui che emerge il rischio economico. Anche una successiva decisione favorevole della Cassazione potrebbe arrivare quando il processo di fermata sarà già troppo avanzato per consentire una ripartenza economicamente sostenibile. È proprio questo il cortocircuito che dovrebbe interessare una cultura liberale e favorevole all’impresa: la tutela della salute è un limite all’attività economica, ma anche la distruzione irreversibile di un asset industriale ha un costo per il Paese.
Leggi anche:
- Ilva, i giudici di Milano uccidono l’acciaio in Italia
- Ex Ilva: il suicidio firmato dalla sinistra ecologista
La Cassazione rischia di arrivare dopo
La Corte d’Appello ha ritenuto che la fissazione dell’udienza del 20 ottobre non modifichi il quadro cautelare. Nell’ordinanza si legge che essa è «meramente consequenziale alla presentazione dei ricorsi straordinari avanti alla Suprema Corte di Cassazione» e non cambia «rispetto al passato in ordine alla tutela sostanziale degli interessi coinvolti».
Dal punto di vista strettamente giudiziario, il ragionamento è comprensibile. Ma sul piano economico resta una domanda: che valore avrà una decisione favorevole della Cassazione se nel frattempo gli impianti saranno stati spenti?
È il problema delle decisioni irreversibili. Se un’impresa viene obbligata a interrompere una produzione e quella produzione non può essere facilmente ripristinata, il tempo diventa una variabile decisiva. E il rischio è che il terzo grado di giudizio arrivi formalmente in tempo, ma materialmente troppo tardi.
Senza altiforni cambia tutto
La questione non riguarda soltanto la sopravvivenza dell’attuale configurazione dell’acciaieria. Riguarda il futuro stesso della siderurgia italiana.
Se gli altiforni dovessero essere definitivamente abbandonati, la produzione a ciclo integrale non sarebbe più possibile. Per alimentare i laminatoi occorrerebbe ricorrere alle bramme importate dall’estero, almeno durante la fase di transizione. In prospettiva, la soluzione sarebbe quella dei forni elettrici, ma si tratta di impianti che richiedono anni e investimenti molto rilevanti.
Il problema è quindi anche quello della competitività. L’Italia rischia di trovarsi nella condizione di importare semilavorati che oggi può produrre internamente, sostenendo nel frattempo costi energetici e logistici aggiuntivi. Non è un dettaglio. L’acciaio prodotto a Taranto alimenta infatti una filiera industriale che comprende laminazione, trasformazione e componentistica. Ridurre la capacità produttiva italiana significa aumentare la dipendenza dall’estero proprio in un settore strategico.
Si cerca ancora un acquirente
Il paradosso è che proprio mentre la magistratura si avvia a rendere sempre più concreta la chiusura dell’area a caldo, il futuro proprietario dell’ex Ilva non è ancora definito. Una cordata italiana coordinata da Federacciai ha manifestato interesse per l’operazione, mentre sul tavolo restano anche proposte internazionali, tra cui quella di Jindal. La prospettiva industriale cambia però radicalmente a seconda che un investitore debba rilevare un grande polo siderurgico integrato oppure un complesso nel quale gli altiforni siano ormai definitivamente fuori gioco.
E qui torna il principio liberale: un’impresa ha valore se qualcuno è disposto a investirci capitale e assumersi un rischio. Se una parte essenziale dell’impianto viene resa inutilizzabile prima che il potenziale acquirente possa completare il progetto industriale, il valore dell’asset inevitabilmente cambia.
Ora il governo deve decidere
Il punto, allora, è rovesciare il paradigma. L’industria non è un interesse da mettere sullo stesso piano degli altri e da sacrificare ogni volta che emerge un rischio: è ciò che produce ricchezza, lavoro e reddito. È ciò che consente alle persone di avere uno stipendio con cui vivere e allo Stato di avere le risorse per finanziare sanità, bonifiche e sicurezza. Senza industria non si diventa più sani: semplicemente si diventa più poveri.
Per questo il diritto alla salute non può essere trasformato nel diritto a non avere più industrie. Il problema dell’Ilva non si risolve cancellando la produzione siderurgica, ma obbligando l’impresa a produrre in condizioni compatibili con la sicurezza e imponendo alla politica di creare le condizioni perché questo avvenga. Se un impianto è inquinante, lo si risana, lo si ammodernizza, lo si sostituisce. Ma se lo si spegne senza avere una reale alternativa industriale, si distrugge una capacità produttiva prima ancora di averne costruita una nuova.
È qui che la decisione della magistratura diventa una scelta politica. Perché una volta spenti gli altiforni, non si spegne soltanto l’inquinamento: si spegne una parte della capacità produttiva italiana. E riaccenderla, ammesso che sia possibile, richiede anni e miliardi.
La politica dovrebbe quindi avere il coraggio di decidere quale rischio vuole correre e quale Paese vuole costruire. Perché un Paese senza industria non è un Paese più sano: è un Paese più povero, più dipendente dall’estero e con meno possibilità di finanziare proprio quelle tutele ambientali e sanitarie che pretende di difendere.
Enrico Foscarini, 6 ottobre 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


