Economia
IL FATTO

Milei privatizza l’acqua, un altro buon esempio

Diventa privata Aysa, la società pubblica che gestisce l'acqua a Buenos Aires. Incasso da 340 milioni di dollari e 15 miliardi di investimenti privati

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Il governo argentino di Javier Milei mette un altro tassello nella sua strategia di riduzione del perimetro dello Stato. Questa volta nel mirino c’è uno dei servizi pubblici più delicati e capillari: la distribuzione dell’acqua potabile. Buenos Aires si prepara infatti a lasciare alla gestione privata la principale società pubblica del settore, Aysa, che gestisce la concessione dell’intera rete della capitale argentina.

Dalla privatizzazione il governo incasserà 340 milioni di dollari, mentre il nuovo concessionario sarà chiamato a sostenere un imponente programma di investimenti sulle infrastrutture idriche.

La gara premia il consorzio privato

La cifra è emersa oggi con l’apertura delle buste contenenti le offerte dei due soli contendenti rimasti in gara. A prevalere è stato un consorzio internazionale guidato dal fondo di investimento olandese Phx Aqua, che detiene il 55 per cento del capitale.

Al suo fianco ci sono l’impresa argentina di costruzioni e servizi Rowing, con una quota del 20 per cento, l’operatore brasiliano Arcos Saneamiento e Participacoes, che gestisce attualmente il servizio idrico a Rio de Janeiro, con il 15 per cento, e Transclor, società argentina specializzata nella fornitura di cloro, con il restante 10 per cento.

La composizione del nuovo azionariato è significativa perché mette insieme capitali finanziari, competenze industriali e operatori già attivi nella gestione dei servizi idrici. È esattamente il tipo di combinazione che il modello delle privatizzazioni punta a favorire: lo Stato esce dalla gestione diretta e il settore privato assume il compito di organizzare il servizio, sostenere gli investimenti e affrontare i relativi rischi.

Quasi 2 miliardi di investimenti entro il 2031

Il dato forse più rilevante dell’operazione, però, non è il prezzo pagato per Aysa, bensì quello che il nuovo concessionario dovrà mettere sul tavolo per rinnovare e potenziare la rete.

Il contratto prevede infatti un piano di investimenti infrastrutturali pari a 1,94 miliardi di dollari entro la fine del 2031. Una cifra destinata quindi a intervenire in tempi relativamente brevi sulla rete idrica di Buenos Aires, con l’obiettivo di garantire continuità e qualità del servizio.

Ma l’impegno non si ferma al primo quinquennio. Nell’intero arco della concessione, che terminerà nel 2056, gli investimenti previsti arrivano a 15 miliardi di dollari.

È qui che si trova uno degli elementi centrali della scelta argentina: privatizzare non significa semplicemente vendere un’azienda pubblica e incassare denaro, ma trasferire al concessionario privato anche la responsabilità degli investimenti necessari a mantenere efficiente un’infrastruttura essenziale.

Lo Stato incassa e riduce il proprio perimetro

La vicenda Aysa si inserisce nella più ampia strategia di riduzione della presenza dello Stato nell’economia perseguita dal governo Milei. L’obiettivo dichiarato della politica economica argentina è ridurre il peso della macchina pubblica, limitare la spesa e lasciare maggiore spazio all’iniziativa privata.

La privatizzazione della società idrica assume perciò un valore che va oltre i 340 milioni di dollari che finiranno nelle casse pubbliche. Il punto è soprattutto il trasferimento della gestione di una grande rete infrastrutturale a un soggetto privato, chiamato a operare sulla base di una concessione di lungo periodo e con un preciso obbligo di investimento.

In questo senso, il caso argentino ripropone una questione molto concreta: quanto deve essere esteso il perimetro dello Stato nella gestione dei servizi? Se un’attività può essere svolta da operatori privati sotto regole e controlli pubblici, mantenere necessariamente una gestione statale significa anche continuare a impegnare risorse pubbliche, capitale e capacità amministrativa.

L’acqua resta pubblica, la gestione cambia

La distinzione è importante. La privatizzazione di Aysa non equivale alla privatizzazione dell’acqua come risorsa, ma al passaggio della gestione del servizio a un concessionario privato. La rete viene quindi affidata per un periodo molto lungo a un gruppo che, in cambio della concessione, dovrà rispettare gli obblighi previsti dal contratto e realizzare gli investimenti stabiliti.

È un modello nel quale il pubblico mantiene la funzione di regolazione, mentre il privato assume quella gestionale e industriale. Il vantaggio atteso è quello di evitare che ogni esigenza di manutenzione, ammodernamento o ampliamento della rete ricada direttamente sul bilancio dello Stato.

Per un governo che ha fatto della disciplina della spesa pubblica e della riduzione dell’intervento statale uno dei propri principali obiettivi, la privatizzazione di Aysa rappresenta quindi un passaggio particolarmente coerente.

La scommessa di Milei sulla gestione privata

La partita argentina sarà naturalmente valutata anche sulla qualità del servizio che il nuovo concessionario riuscirà a garantire. La dimensione degli investimenti previsti rende però evidente la portata dell’operazione: 1,94 miliardi di dollari entro il 2031 e 15 miliardi complessivi fino al 2056.

Il governo Milei punta così a trasformare un servizio gestito dallo Stato in una concessione di lungo periodo nella quale il capitale privato finanzia gli investimenti e il rischio gestionale non grava direttamente sui contribuenti.

È questa, al di là del singolo caso argentino, la logica della privatizzazione: lo Stato stabilisce le regole, controlla che siano rispettate e tutela l’interesse generale; l’impresa privata mette capitale, competenze e capacità gestionale. Per Buenos Aires, la sfida comincia ora. Per Milei, è un altro passo nella costruzione di un’Argentina con uno Stato più leggero e un’economia affidata maggiormente al mercato.

Enrico Foscarini, 8 ottobre 2026

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