Nelle Considerazioni finali il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta colloca l’intelligenza artificiale al centro della trasformazione economica contemporanea, descrivendola come una tecnologia già pienamente operativa nei processi macroeconomici. “L’intelligenza artificiale è già entrata negli andamenti macroeconomici: sostiene gli investimenti, il commercio e le valutazioni finanziarie”, osserva Panetta, sottolineando come non si tratti più di una fase sperimentale ma di una rivoluzione industriale già in corso.
La velocità di diffusione, aggiunge, è senza precedenti: “come tutte le tecnologie trasformative di uso generale, sta ridefinendo il modo in cui si produce, si lavora e si prendono decisioni”, con una rapidità superiore alle precedenti ondate tecnologiche. Un processo che, pur generando grandi opportunità, mostra anche una forte concentrazione dell’innovazione nelle mani di pochi attori globali.
Concentrazione tecnologica e diffusione dei benefici
Il quadro descritto dal governatore evidenzia come lo sviluppo dei modelli di frontiera sia fortemente centralizzato. Cinque grandi aziende statunitensi controllano “circa tre quarti della capacità di calcolo mondiale”, mentre la leadership tecnologica resta saldamente negli Stati Uniti, con la Cina in rapido recupero e l’Europa ancora indietro.
Eppure, secondo Panetta, il punto decisivo non è solo chi produce la tecnologia, ma chi la adotta. “I guadagni maggiori sono spesso andati non a chi le ha originate, ma a chi ha saputo adottarle e applicarle”, una dinamica che sposta il baricentro della crescita dalla produzione all’utilizzo diffuso dell’innovazione.
Lavoro, automazione e transizione occupazionale
Sul fronte del lavoro, il governatore evidenzia un cambiamento qualitativo profondo: per la prima volta una tecnologia è in grado di svolgere “compiti a elevato contenuto cognitivo, finora considerati al riparo dall’automazione”. Questo implica una trasformazione ampia, non limitata alla sostituzione di mansioni ma alla ridefinizione stessa del lavoro. Panetta richiama però anche la storia economica: le innovazioni generano nuovi lavori oltre a eliminarne alcuni. “Il 60% degli occupati svolge mansioni che ottant’anni fa non esistevano”, osserva, ricordando che la crescita occupazionale moderna è in larga parte legata alla nascita di nuove professioni.
La transizione, tuttavia, non è neutra. Il rischio è che i benefici si concentrino sulle competenze più elevate, mentre una parte dei lavoratori fatichi ad adattarsi. Per questo il governatore insiste sulla necessità di accompagnare il cambiamento con formazione e politiche attive, per evitare fratture sociali nella distribuzione dei benefici dell’innovazione.
Il rischio della pianificazione tecnologica
L’indicazione di politiche pubbliche per favorire l’adozione dell’intelligenza artificiale solleva una prima obiezione di fondo. L’intervento dello Stato nella selezione o promozione delle tecnologie rischia di introdurre distorsioni nell’allocazione delle risorse, sostituendo i segnali del mercato con decisioni amministrative.
In questa prospettiva, la dinamica competitiva tra imprese è già di per sé il meccanismo più efficiente per determinare quali tecnologie emergano e si diffondano. Se un’innovazione è realmente produttiva, la pressione concorrenziale ne accelera naturalmente l’adozione, senza necessità di indirizzi pubblici o incentivi selettivi che possono alterare gli equilibri e favorire allocazioni inefficaci.
Innovazione e “distruzione creatrice”
Le preoccupazioni sugli effetti occupazionali dell’automazione vengono lette in chiave diversa dalla tradizione liberista classica. La trasformazione tecnologica è parte del processo di “distruzione creatrice” in cui l’eliminazione di vecchi lavori è compensata dalla nascita di nuove attività oggi ancora imprevedibili.
Il rischio, in questa prospettiva, è che l’eccessiva enfasi sugli effetti redistributivi dell’innovazione porti a politiche di contenimento del cambiamento, rallentando proprio quel processo che storicamente ha generato crescita e benessere diffuso. La priorità diventa quindi la flessibilità del mercato del lavoro, più che la protezione delle strutture occupazionali esistenti.
Istruzione e capitale umano oltre la spesa pubblica
Sul tema della formazione, l’analisi di Panetta converge sulla centralità delle competenze, ma viene riformulata in chiave di efficienza del sistema. Il problema non è soltanto il livello di investimento, quanto la qualità dell’offerta formativa e la sua capacità di rispondere alle esigenze del mercato del lavoro.
In quest’ottica la soluzione non risiede in un’espansione dell’intervento pubblico, ma in una maggiore apertura e concorrenza nel settore educativo, con una più stretta integrazione tra imprese, università e percorsi formativi. L’obiettivo è rendere il capitale umano più dinamico e adattabile, riducendo il divario tra competenze prodotte e competenze richieste.
Risparmio privato, rischio e venture capital
Il tema del finanziamento dell’innovazione evidenzia un ulteriore punto di divergenza. La difficoltà europea nel trasformare il risparmio in investimenti produttivi ad alto rischio viene spesso attribuita alla mancanza di strumenti adeguati.
Una lettura liberale, invece, individua nel contesto regolatorio e fiscale uno dei principali ostacoli allo sviluppo del venture capital. Tassazione elevata, rigidità normative e burocrazia complessa riducono gli incentivi al rischio imprenditoriale, limitando la capacità del capitale privato di finanziare l’innovazione. In questa prospettiva, non è un maggiore intervento pubblico a colmare il divario, ma una riduzione delle barriere che ostacolano l’investimento privato.
Enrico Foscarini, 29 maggio 2026
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