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Nucleare, l’Italia torna al futuro

Via libera definitivo del Senato al ddl che apre agli SMR e agli AMR. Confindustria: "Svolta storica". Meloni: "Scelta coraggiosa". Sinistra sulle barricate

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L’Italia torna a parlare seriamente di energia nucleare. E stavolta non si tratta soltanto di un dibattito teorico o di una promessa politica: con l’approvazione definitiva al Senato della legge delega sul nucleare sostenibile, il Paese si è dato il quadro normativo per costruire il percorso che dovrebbe riportare l’atomo nel proprio mix energetico. Il voto di Palazzo Madama è arrivato con 81 sì, 51 no e 7 astensioni, dopo il via libera della Camera del giugno scorso.

Un ritorno dettato dalla realtà energetica

La ragione del ritorno al nucleare è innanzitutto industriale ed energetica. La crescita delle rinnovabili è importante, ma una rete elettrica sempre più elettrificata ha bisogno anche di produzione programmabile e continua. Servono energia per le imprese energivore, calore per alcuni processi industriali, elettricità per i data center e capacità aggiuntiva per accompagnare la diffusione di pompe di calore, mobilità elettrica e nuove tecnologie.

Il nucleare offre proprio una produzione stabile, a basse emissioni e poco esposta alla volatilità del combustibile. È una caratteristica particolarmente rilevante per un Paese come l’Italia, che importa una quota consistente dell’energia necessaria al proprio sistema produttivo.

Non è un caso che l’industria abbia accolto con favore la svolta. «Il voto di oggi al Senato con l’approvazione definitiva del ddl Nucleare è una svolta storica per il futuro del Paese e per il rafforzamento del mix energetico nazionale», ha dichiarato Aurelio Regina, vicepresidente di Confindustria per l’Energia. Secondo Regina, il nucleare può essere «una leva fondamentale per rafforzare l’indipendenza energetica italiana, stabilizzare i costi dell’energia e accompagnare l’industria verso gli obiettivi di neutralità climatica».

Una partita industriale

La posizione di Confindustria va oltre il semplice sostegno politico. L’associazione degli industriali vede nel ritorno dell’atomo anche una grande opportunità per la filiera italiana. Oltre 70 aziende operano già nel settore nucleare, dalla progettazione alla componentistica, dalla sicurezza alla manutenzione.

È un patrimonio che può essere valorizzato proprio dalla nuova stagione degli Small Modular Reactor (SMR) e, in prospettiva, degli Advanced Modular Reactor (AMR). «Il settore industriale potrà contribuire attivamente a questa sfida», ha sottolineato Regina, ricordando che queste imprese coprono «diversi settori della filiera, dalla progettazione dei reattori alla produzione di componenti, fino alla manutenzione degli impianti».

Le stime citate da Confindustria indicano inoltre un potenziale di circa 117mila nuovi posti di lavoro e un impatto economico annuale superiore ai 50 miliardi di euro, pari a circa il 2,5% del Pil. Sono naturalmente stime prospettiche, legate alla realizzazione effettiva del programma, ma fotografano la dimensione industriale della partita.

Non sono le vecchie centrali

Il punto centrale della nuova strategia è che il nucleare del futuro non coincide con quello del passato. Il governo punta sui reattori modulari, che possono essere prodotti in serie e assemblati in sito. Gli SMR commercialmente più avanzati appartengono alla Generazione III+, mentre gli AMR di Generazione IV rappresentano una frontiera successiva, ancora in fase di sviluppo e dimostrazione.

La modularità cambia anche il paradigma industriale: non soltanto grandi impianti costruiti interamente sul posto, ma componenti standardizzati realizzati in fabbrica e successivamente installati. L’obiettivo è sfruttare l’economia di serie, riducendo progressivamente costi e tempi attraverso la standardizzazione.

Non significa però che costruire un reattore sia semplice. Restano necessari la qualificazione del sito, le opere civili, i sistemi di contenimento, le infrastrutture di sicurezza e gli adeguamenti della rete elettrica. E proprio per questo il ritorno al nucleare richiede una programmazione industriale di lungo periodo e regole certe.

La questione dei costi e della continuità

Il costo dell’energia nucleare ha una caratteristica particolare: una parte molto consistente dell’investimento è concentrata nella costruzione dell’impianto, mentre combustibile e costi variabili hanno un peso relativamente contenuto. Questo rende la produzione meno esposta agli shock sui prezzi delle materie prime rispetto alle fonti fossili.

Per gli SMR, tuttavia, esiste una condizione decisiva: bisogna arrivare alla produzione in serie. Le prime unità possono avere costi elevati proprio perché manca ancora l’economia industriale che si ottiene realizzando numerosi reattori standardizzati. È il motivo per cui servono ordini aggregati, una pipeline credibile e un quadro regolatorio stabile.

È una sfida industriale, non un argomento contro il nucleare. Del resto, anche l’Agenzia internazionale dell’energia segnala che il nucleare resta una componente rilevante del sistema elettrico mondiale: a fine 2025 la capacità installata globale era di circa 420 GW e 78 GW risultavano in costruzione in 15 Paesi.

Meloni: «Una scelta coraggiosa e di buon senso»

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha sintetizzato la scelta del governo con parole molto nette: «Dopo quasi quarant’anni, l’Italia torna ad avere un quadro di regole per produrre energia Nucleare. Una scelta coraggiosa e di buon senso».

Il punto, ha osservato Meloni, è anche paradossale: «Oggi importiamo elettricità prodotta dalle centrali nucleari di nazioni vicine, ma non possiamo produrla noi». La nuova legge dovrebbe cambiare questo quadro, puntando su «più sicurezza energetica», «meno dipendenza dall’estero» ed «energia stabile e a basse emissioni», integrata con le rinnovabili.

Anche il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto ha insistito sulla discontinuità: «Il nucleare non è un ritorno al passato: è una tecnologia vincente, che integrata con le rinnovabili può dare straordinari risultati per la nostra sicurezza energetica, verso la neutralità al 2050».

La sinistra del «no»

Di fronte a questo quadro, le opposizioni hanno riproposto molte delle infondate obiezioni tradizionali: costi, tempi di costruzione, scorie e sicurezza. I «figli dei fiori» di Greenpeace, Legambiente, Wwf e Kyoto Club hanno sostenuto che il «nucleare sostenibile» non esista ancora e hanno contestato soprattutto la prospettiva degli SMR. Una cecità ostinata nel rifiutare la sicurezza energetica, fino al paradosso di consegnarci alla lobby cinese del green.

Il Movimento 5 Stelle ha parlato di «prodotto da campagna elettorale», mentre dal Pd sono arrivati giudizi sulla presunta irrealizzabilità dei piccoli reattori. Angelo Bonelli, «lo jettatore» come lo ha definito Vincenzo De Luca (e anche questa volta non si può dargli torto), ha invece sostenuto che gli SMR potrebbero essere disponibili soltanto fra molti anni. È il vecchio motto, in salsa green, del «tanto peggio, tanto meglio».

Si tratta del solito veto ideologico sulla tecnologia da parte di una sedicente coalizione che ha fatto delle follie green la propria ragione sociale. Il fatto che una tecnologia richieda tempi lunghi per essere sviluppata non dimostra che sia inutile. E il fatto che gli SMR siano ancora nella fase iniziale della loro industrializzazione è precisamente il motivo per cui oggi si costruiscono regole, filiere, competenze e programmi di ricerca.

Il nucleare non deve essere presentato come una bacchetta magica capace di risolvere domani il problema delle bollette. Ma nemmeno si può pretendere che una politica energetica seria ragioni soltanto sull’emergenza del presente e sulle rinnovabili, che hanno mostrato sì dei pregi ma anche tanti limiti. Energia, industria e competitività si programmano nell’arco di decenni.

La partita delle scorie e della sicurezza

C’è poi un capitolo che non può essere eluso: sicurezza e rifiuti radioattivi. La nuova delega comprende infatti anche la disciplina del combustibile, degli impianti di stoccaggio e dello smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi, oltre a vigilanza, controllo e governance del settore.

È un passaggio essenziale perché il ritorno al nucleare può essere credibile soltanto se accompagnato da una gestione trasparente dell’intero ciclo. La sicurezza non si affronta con slogan favorevoli o contrari all’atomo, ma con autorità indipendenti, competenze tecniche, procedure rigorose e informazione alle comunità interessate.

Lo stesso Pichetto ha sottolineato che negli anni di preparazione del provvedimento è stato «riannodato a tutti i livelli il filo tra scelte istituzionali e conoscenze tecniche», con il coinvolgimento di esperti, università e imprese.

Una scelta di libertà energetica

Il vero significato della svolta è dunque più ampio della costruzione di qualche reattore. Significa tornare a considerare l’energia nucleare come una tecnologia disponibile, da valutare sulla base dei costi, della sicurezza, della sostenibilità e della capacità di rafforzare il sistema produttivo.

«La delega rappresenta un traguardo e al tempo stesso un nuovo punto di partenza», ha concluso Pichetto. Ed è probabilmente questa la chiave della nuova stagione: il Parlamento ha riaperto una porta che per quasi quarant’anni era rimasta chiusa. Ora toccherà al governo trasformare la delega in regole, autorizzazioni, programmi industriali e scelte concrete.

Per un Paese manifatturiero che vuole mantenere competitività e ridurre la propria dipendenza energetica dall’estero, avere anche il nucleare nel proprio mix non è un ritorno al passato. È, semmai, il tentativo di recuperare una tecnologia che gran parte del mondo industrializzato non ha mai smesso di considerare strategica.

Enrico Foscarini, 23 settembre 2026

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