Il programma liberale perfetto non è di questo mondo. A meno che non si parli dell’Argentina di Javier Milei. In quel caso, c’è un liberale puro in azione, ai vertici dello Stato che, con coerenza e metodo, sta smantellando il potere statale e ridando piena libertà ai suoi cittadini.
I risultati di Milei
In meno di un anno, Milei ha eliminato il deficit fiscale, portandolo dal 5 per cento del Pil a zero. Ha ridotto il numero dei ministeri da 18 a 8, eliminando le relative burocrazie. Ha ridotto la spesa pubblica del 30 per cento. Ha deregolamentato mercati chiave, tra cui gli affitti immobiliari, le compagnie aeree commerciali e il trasporto merci su strada.
E dopo una lunga battaglia ha iniziato a liberalizzare anche l’ingessatissimo mercato del lavoro. Ha sciolto tutte le organizzazioni peroniste che dominavano la società civile, elargendo sussidi in cambio di favori politici. Ha riorganizzato, liberalizzandolo, il sistema delle importazioni. E ha ridato piena indipendenza alla banca centrale. Con Donald Trump è riuscito, per primo, a ottenere un accordo di libero scambio.
Non si tratta di un classico caso di teoria applicata a una realtà che si ribella. La formula di Milei, un bravo economista di Scuola Austriaca, sta anche producendo dei risultati ottimi nella realtà quotidiana degli argentini, ridotti letteralmente alla fame da quasi un secolo di governi e dittature populiste ed ora in procinto di ritornare in carreggiata.
L’inflazione mensile è ridotta dal 13 per cento al 2. L’economia ha ripreso a crescere a un tasso annuo previsto del 7 per cento: un risultato ancor più eclatante considerando che, nel 2023, quando Milei ha vinto le elezioni, il Pil si era ridotto dell’1,6 per cento. Il tasso di povertà è sceso dal 42 per cento del 2023 al 31 per cento attuale. Avere un terzo di cittadini in una condizione di povertà significa che stiamo parlando ancora di un Paese ridotto in miseria, ma molto meno di quel che era prima della cura Milei: 11 milioni di persone sono uscite dalla povertà, fra cui 2 milioni di bambini che ora hanno un futuro.
La guerra culturale e l’arma segreta
Intervistato da Niall Ferguson, storico britannico, sul quotidiano The Free Press, Milei illustra la sua strategia e la sua filosofia politica. Ritiene che i risultati, da soli, non bastino: “Devono essere accompagnati dalla guerra culturale (…) Altrimenti, quando il governo e l’amministrazione saranno finiti, tutto svanirà nel nulla. L’unico modo per garantire la sostenibilità di queste riforme è combattere la guerra culturale”.
L’arma segreta per vincerla sono i giovani. Paradossalmente i giovani, che in Nord America ed Europa occidentale stanno diventando le avanguardie dei nuovi totalitarismi, in Argentina hanno fame di libertà: “I primi a dare impulso al movimento liberal-libertario in Argentina – spiega Milei a Ferguson – sono stati proprio i giovani. Perché? Innanzitutto, perché i giovani si ribellano allo status quo. L’Argentina era ipercontaminata dalle idee socialiste, una sorta di wokeismo rivisitato. E quindi, naturalmente, la ribellione non poteva che essere libertaria. In secondo luogo, i giovani sono stati esposti per meno tempo al lavaggio del cervello nell’istruzione pubblica”.
Ma ad aver fatto da detonatore per la rivoluzione di Milei è stata la pandemia del 2020. Anche questo è un paradosso, perché in Europa e negli Usa è stata la causa del rilancio di politiche turbo-stataliste, chieste dalla gran maggioranza di popolazioni impaurite. In Argentina ha prodotto l’effetto opposto e Milei ha saputo cavalcare l’onda, soprattutto perché è un ottimo divulgatore sui social media.
Il fattore Covid
I giovani, dice il presidente argentino:
Non guardano più la tv. Comunicano attraverso i social media. Questo fenomeno è stato amplificato dalla pandemia di Covid. Innanzitutto, con l’inizio della pandemia, l’uso dei social media ha avuto un forte impulso. Poi c’è stata una ribellione contro la dittatura sanitaria, l’infettocrazia, uno degli esperimenti più brutali della storia. Allo stesso tempo, il fatto di essere rinchiusi significava che genitori e figli erano sostanzialmente confinati nello stesso posto. E hanno iniziato a parlare di Milei con i loro genitori. E i genitori dicevano loro: “Sappiamo tutto di questo liberalismo, o peggio ancora, di questo neoliberismo”. Non ti piace quello che c’è in tv? Puoi cambiare canale. Ma non puoi cambiare canale con i tuoi figli. E, a un certo punto, qualcosa è scattato nella testa dei genitori.
L’obiettivo finale
Milei non fa mistero che il suo obiettivo finale è l’abolizione dello Stato. Non la sua riduzione a “guardiano notturno”, ma proprio la sua abolizione. Pur essendo presidente di una repubblica, dunque di uno Stato, è ancora un anarco-capitalista convinto. Non è una contraddizione? No, spiega a Ferguson che:
Dal mio punto di vista, l’esistenza dello Stato è dovuta a una combinazione di problemi tecnologici – il fatto che l’informatica non è ancora stata pienamente applicata alle attività del settore pubblico – e al fatto che il mercato assicurativo è incompleto. A mio avviso, il lavoro dello Stato è una forma di assicurazione. È questo che ne determina l’esistenza nel breve termine. Ma con il progresso tecnologico e la completezza dei mercati assicurativi, dovrebbe esserci una tendenza verso la scomparsa dello Stato. E questa è la mia ambizione.
Naturalmente si deve procedere per gradi e, in estrema sintesi, Milei spiega così la sua strategia:
Il nostro obiettivo è diventare il Paese più libero del mondo, e le riforme di seconda generazione sono la riforma fiscale, la riforma del lavoro e una maggiore apertura al mondo in termini di commercio. E anche qui la sequenza è molto importante. Innanzitutto, abbasserò le tasse, poiché ciò ci renderà più competitivi e favorirà la crescita. Poi, renderò il mercato del lavoro più competitivo in linea con la riforma fiscale, che consentirà la creazione di nuovi posti di lavoro con salari migliori, il che a sua volta mi permetterà di aprire l’economia senza creare disoccupazione. Questo circolo virtuoso porta a una maggiore crescita, riducendo la spesa pubblica in rapporto al Pil. Quindi posso nuovamente abbassare le tasse e procedere verso una migliore riforma del lavoro. E posso aprire ulteriormente l’economia e generare crescita.
Un modello esportabile?
Secondo il presidente argentino, il suo modello è esportabile. Anche in Italia? Sì, perché no? Gli argentini sono di cultura latina, un po’ spagnola e un po’ italiana, hanno avuto quasi un secolo di statalismo estremo alle spalle. Se c’è un Paese considerato irriformabile, quello è proprio l’Argentina, molto più che l’Italia e altri Paesi della stessa America latina. Se hanno eletto un Milei loro, anche nel Bel Paese è possibile. Dipende solo ed esclusivamente dalla volontà e dalla capacità dei nostri liberali (se esistono ancora, battano un colpo).
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