Potrebbero essere ore decisive per la rivolta degli iraniani contro il regime degli ayatollah. Difficile azzardare una stima delle vittime della repressione, ma il numero potrebbe essere nell’ordine delle migliaia piuttosto che delle centinaia e aver battuto tutti i lugubri record del regime.
Certamente sufficiente per considerare superata la “linea rossa” tracciata dal presidente Usa giorni fa, quando ha minacciato un nuovo attacco, se il regime di Teheran continua a “uccidere manifestanti pacifici”.
Aiuto in arrivo
Non sappiamo cosa è accaduto questa notte, scriviamo queste note dopo il post su Truth, e il discorso a Detroit, in cui il presidente Donald Trump ha incoraggiato i “patrioti iraniani” a “continuare a protestare e prendere il controllo delle vostre istituzioni”, a “salvare i nomi degli assassini e degli abusatori”, che “pagheranno un caro prezzo”.
Ma soprattutto, nel suo messaggio Trump ha annunciato di aver “cancellato tutti gli incontri con funzionari iraniani finché non cesseranno gli omicidi insensati dei manifestanti”, concludendo che “l’aiuto è in arrivo. MIGA!”
Una conferma dei retroscena dei giorni scorsi sulla stampa Usa secondo cui il presidente sarebbe orientato ad un’azione militare. Secondo i media israeliani, “gli Stati Uniti attaccheranno l’Iran nei prossimi giorni. Non si tratterà di un attacco limitato, ma di uno potente, progettato per rovesciare il regime attuale”.
Secondo quanto riportato da CBS News, tra lunedì sera e martedì il presidente Trump è stato informato su “un’ampia gamma di azioni militari, ben oltre i convenzionali raid aerei, inclusi attacchi cyber e operazioni psicologiche volte a sgretolare le strutture di comando iraniane, le comunicazioni e i media statali”.
Secondo Axios, il segretario di Stato Marco Rubio, in riunioni a porte chiuse, ha parlato di “metodi non cinetici”, ovvero non azioni militari ma cyber attacchi e forme di sostegno ai manifestanti.
L’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff avrebbe incontrato segretamente nel fine settimana l’ex principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, ha riportato ancora Axios, mentre alcuni Paesi del Golfo, Arabia Saudita, Oman e Qatar, starebbero provando a dissuadere Trump.
L’Iran non è il Venezuela
Tuttavia, sarà meglio essere realistici nelle aspettative. Nonostante il successo del blitz in Venezuela induca molti ad azzardare similitudini con l’Iran, si tratta di situazioni diversissime, non solo dal punto di vista geografico e militare, perché nel primo caso eravamo nel “cortile di casa” degli Usa, con tutto ciò che ne consegue in termini di maggiore e migliore intelligence e operatività.
La brillante operazione che ha portato alla cattura di Maduro è stata pianificata per mesi. Anche se non si può affermare che il dittatore venezuelano sia stato consegnato ai militari Usa, Washington ha evidentemente allacciato rapporti con le seconde e terze file del potere venezuelano per assicurarsi la loro disponibilità a soddisfare le richieste americane e avviare una transizione controllata.
Non sembra che qualcosa di simile sia avvenuto e stia avvenendo in Iran, dove decapitare il regime potrebbe non essere sufficiente per avviare un simile processo. Insomma, anche dopo gli attacchi, difficilmente avresti il controllo della situazione. E dato che l’amministrazione Usa non vuole essere coinvolta in una nuova guerra in Medio Oriente, il rischio è di restare in mezzo al guado.
Il collasso interno
Estremamente improbabile che manifestanti per lo più disarmati, e non strutturati politicamente, possano avere la meglio sulle forze di un regime, sebbene boccheggiante, tra le più brutali della storia e armate fino ai denti. Un collasso interno, centri di potere che decidano di appoggiare le proteste o che almeno si rifiutino di reprimerle, appare l’unico scenario che porti ad un lieto fine.
La spallata esterna
Ma a quanto pare di capire, nemmeno il massacro di migliaia di vite in queste ore ha sollevato crisi di coscienza e aperto crepe interne al regime. Non resta quindi che sperare che il collasso venga provocato dalla spallata esterna, americana e israeliana. Ma anche qui, occorre essere realistici: escludendo l’ipotesi di una invasione di terra, non è scontato che una intensa campagna di bombardamenti mirati riesca ad abbattere il regime dell’ayatollah – anche se certamente può porre le basi per gli sviluppi accennati prima e accelerarne la caduta.
Debolezza e resilienza
Con ciò naturalmente non stiamo sostenendo che non sia opportuno tentare. Al contrario, si deve, perché il momento è propizio e il regime è indebolito come mai prima.
Come abbiamo osservato, il potere degli ayatollah si fondava in gran parte sulla cosiddetta mezzaluna sciita, sulla sua proiezione di potenza egemone nella regione e sul programma nucleare, nonché su partnership fruttuose come quella con il Venezuela di Maduro. Tutti pilastri demoliti dagli attacchi americani e israeliani nell’ultimo anno.
Restano però alcuni fattori di resilienza che differenziano il regime iraniano da quello venezuelano. Quasi il doppio degli anni al potere (45 contro 25), un regime meno personalistico e più ideologico-religioso, oltre che brutale, di quello di Maduro; un controllo più pervasivo della società e dell’economia del Paese; una maggiore presenza e quindi sostegno da parte russa e cinese, se non altro per la vicinanza geografica.
Insomma, indubbiamente un cambio di regime in Iran sarebbe un evento di portata storica, tale da rimodellare il Medio Oriente e gli equilibri di potere globali, ma il successo dell’azione Usa in Venezuela non deve trarre in inganno, non deve indurre in facili entusiasmi e similitudini. Ammesso che Trump decida per una potente azione di forza, gli eventi potrebbero non prendere la piega desiderata – almeno non nell’immediato. Keep calm and carry on, è il caso di dire.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Da oggi puoi aggiungere Nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google visitando questa pagina e spuntando la checkbox a destra


