L’accordo “più grande di sempre” (parole di Trump) per interscambio commerciale è stato raggiunto. Alla fine, la buona notizia è che Ursula Von der Leyen sarà seppellita da critiche e accuse dagli stessi eurolirici, per aver ceduto all’odiatissimo bullo arancione d’Oltreoceano.
Ma quando la Baronessa spiega che è “il meglio che si potesse ottenere”, probabilmente non va molto lontana dalla verità, che però resta difficile da ingoiare per gli eurolirici, come abbiamo visto in questi mesi. Qui ne eravamo consapevoli e avevamo avvertito che illudersi non aveva senso: il dato del surplus commerciale parlava chiaro, la realtà è più testarda degli astrusi sogni europeisti, e minacciare ritorsioni sui servizi digitali Usa, da cui siamo totalmente dipendenti, significava vaneggiare.
Nel peggiore dei modi
Altro che bazooka, l’Ue non poteva che capitolare. Ma lo ha fatto nel peggiore dei modi. Bisognerà ovviamente attendere i dettagli dell’accordo, ma l’impressione è che piuttosto che tirare giù i suoi muri, le barriere non tariffarie, Bruxelles abbia preferito pagare dazio (15 contro 0). Bene per gli euroburocrati, male per produttori e consumatori europei.
Un’occasione persa per buttare giù le regolamentazioni, nella maggior parte dei casi assurde, cervellotiche, ideologiche, che frenano l’export Usa ma danneggiano fortemente anche il nostro sistema produttivo.
I numeri
Dazi al 15 per cento sui prodotti Ue, auto incluse, mentre acciaio e alluminio restano al 50; dazi zero sui prodotti Usa. L’Ue inoltre si impegna ad acquistare 750 miliardi di energia Usa in dieci anni (principalmente GNL, ma anche petrolio e combustibile nucleare) e una non meglio precisata quantità di armamenti (ma questo faceva già parte dell’accordo Nato), nonché ad investire ulteriori 600 miliardi negli Stati Uniti.
Un regime “dazi zero” reciproco si applicherà invece agli aeromobili e ai relativi componenti, ai semiconduttori, alle materie prime essenziali e ad alcuni prodotti chimici e agricoli. Per quanto riguarda i prodotti farmaceutici, Von der Leyen ha chiarito che per ora rientrano sotto il 15 per cento, ma ha ammesso che Trump potrebbe adottare ulteriori misure per affrontare il problema “a livello globale”. Di fatto quindi non fanno ancora parte dell’accordo.
Questi i numeri noti fino a ieri sera. A cui bisogna aggiungere la rinuncia alla cosiddetta web tax, la tassa sui ricavi di Big Tech, conditio sine qua non per l’accordo.
Vittoria per Trump?
L’accordo sembra una vittoria netta per il presidente Donald Trump. Diciamo che sicuramente è in linea con i suoi obiettivi e con gli altri accordi siglati. Ha ottenuto dazi zero sui prodotti Usa, ma come sappiamo questo non si traduce automaticamente in un flusso di prodotti made in Usa che entrano in Europa. Perché per molte categorie di prodotti, come auto e agroalimentare, più che la percentuale dei dazi, l’ostacolo principale sta nelle barriere non tariffarie. Il dazio può anche essere zero, ma se il prodotto – auto o t-bone – non soddisfa gli standard regolamentari Ue, resta fuori.
Ecco perché sarà importante approfondire i dettagli. Ma nella peggiore delle ipotesi, nel caso in cui Trump non sarà riuscito a “sbloccare una delle più grandi economie del mondo”, perché le barriere non tariffarie restano in piedi, incasserà centinaia di miliardi di dollari con i dazi.
Un dettaglio lo ha fornito ieri il segretario al commercio Howard Lutnick, quando ha annunciato che l’Ue “accetterà completamente i nostri standard automobilistici e industriali per la prima volta in assoluto”. Ecco, questa sì sarebbe una vera svolta, se fosse così. Ma l’Ue ha una lunga storia di blocco delle auto e dei macchinari americani per i più disparati motivi: sicurezza, salute, emissioni, altri standard tecnici. Per esempio: il bando delle auto diesel/benzina dal 2035, che fine fa?
Trump ha detto che auto e agroalimentare Usa saranno i maggiori beneficiari. Vedremo se dazi zero per i prodotti Usa significherà anche zero barriere non tariffarie. Ma, come detto, nella peggiore delle ipotesi la Ue pagherà centinaia di miliardi il mantenimento delle proprie barriere non tariffarie.
C’erano alternative?
C’erano alternative? Sì, due. La prima era una guerra commerciale, che però gli Stati membri, soprattutto Germania e Italia, i principali esportatori, non volevano. Come ha ammesso la presidente della Commissione, accesso al mercato Usa (non più scontato), “stabilità e “prevedibilità” sono i vantaggi dell’accordo per l’Ue, pagati certo a caro prezzo. E non va dimenticato che per ora la concorrenza (Cina, Messico e Canada) ha dazi più alti.
Ma c’era anche una seconda alternativa, più coraggiosa: tirare giù i muri protezionistici Ue, ovvero essenzialmente le barriere non tariffarie, le costose regolamentazioni che danneggiano anche le nostre industrie. Non c’è stato il minimo dibattito in Europa su questo, nemmeno le categorie produttive hanno approfittato dell’occasione per metterle in discussione. Pagheranno dazio.
Immigrazione ed eolico
Non sono mancati, nel briefing dei due leader con la stampa, due pesantissimi affondi di Trump, accanto ad una impietrita Ursula, su immigrazione ed eolico che stanno “uccidendo e rovinando l’Europa”.
L’Europa ha un problema enorme… Noi abbiamo sigillato i nostri confini, nessuno entra, centinaia di migliaia vengono espulsi, prima i peggiori. Abbiamo letteralmente registrato zero persone il mese scorso, probabilmente l’avete visto. L’Europa ha un problema molto simile. Penso che finiranno a fare la stessa cosa.
Non permetteremo che pale eoliche vengano costruite negli Stati Uniti. Ci stanno uccidendo. Stanno distruggendo la bellezza del nostro paesaggio, delle nostre valli … È orribile. Ed è la forma di energia più costosa. Non va bene. Sono fatte in Cina… Tutta questa cosa è una truffa, è molto costosa. La Germania ci ha provato, devi sussidiarla ma l’energia non dovrebbe avere bisogno di sussidi, con l’energia dovresti fare soldi, non perderli… Una vergogna… L’Europa in particolare, avete pale eoliche dappertutto…
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