Uno dei primi impegni assunti dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, subito dopo il suo insediamento il 20 gennaio scorso, è stato quello di occuparsi dei problemi della minoranza bianca del Sudafrica, 4,5 milioni di persone su un totale di 63 milioni, poco più del 7 per cento.
Convinto che siano “vittime di ingiusta discriminazione razziale” il 7 febbraio ha firmato un ordine esecutivo che autorizza il governo americano a concedere lo status di rifugiato a chi di loro ne fa richiesta. L’ambasciata americana in Sudafrica si è subito attivata per ricevere ed esaminare le richieste di asilo. A metà aprile più di 30 erano già state approvate e altre sono state vagliate nelle settimane successive.
Il 12 maggio i primi 59 sudafricani si sono imbarcati sull’aereo che li ha portati negli Stati Uniti. Sono tutti Afrikaner: così sono chiamati (oppure Boeri) i discendenti dei primi coloni in gran parte olandesi arrivati nella regione nel XVII secolo. Ad accoglierli all’aeroporto Dulles di Washington è stato il vice segretario di stato Christopher Landau che ha paragonato il loro viaggio a quello di suo padre, un ebreo austriaco fuggito negli anni 30 del secolo scorso prima in Sudamerica e poi negli Stati Uniti.
Il post-apartheid
Che cosa può indurre un cittadino sudafricano bianco a temere di vivere nel suo Paese e perché un governo straniero può ritenere giustificata una sua richiesta di asilo, sono le domande che molti si sono posti. Il regime di apartheid è finito nel 1994, da allora governano i neri.
Tuttavia, la maggior parte dei bianchi non hanno troppo patito il cambiamento radicale, se non per il fatto di risentire, come il resto della popolazione, dei danni economici e sociali causati al Paese dalla leadership nera, e in particolare dall’ANC, il potente partito di Nelson Mandela, talmente contaminato da logiche clientelari e interessi personali da aver dato vita a un “modello” di corruzione politica sistemica, assoluta, per il quale è stato coniato il termine “state capture”, cattura dello stato, letteralmente.
Il capro espiatorio
In qualche modo bisogna contenere la delusione, lo scontento e la frustrazione soprattutto della popolazione nera – oltre l’80 per cento del totale – che ancora attende il benessere e la giustizia promessi dai suoi leader. Alle politiche del 2024 l’ANC ha ottenuto solo il 40 per cento dei voti, 17 punti percentuali meno che nel 2019.
L’espediente più semplice è accusare la minoranza bianca, descriverla come ancora indebitamente detentrice di privilegi e potere. I ceti medi bianchi sono in effetti in media più ricchi di quelli neri. Il tasso di disoccupazione, tra i peggiori del pianeta e in costante aumento, tra i neri è molto più elevato che tra i bianchi. Tre quarti delle terre private, gran parte delle grandi e medie fattorie, sono proprietà di bianchi.
Le leggi discriminatorie
Così a gennaio è entrata in vigore una legge che intende rimediare alle disparità economiche destinando a neri, indiani e coloured (meticci) posti di lavoro soprattutto a livello manageriale e professionale qualificato dove la disparità tra bianchi e neri è maggiore. Ad aprile il governo ha pubblicato gli obiettivi quinquennali relativi a 18 settori economici, tra cui quello minerario, quello manifatturiero e quello agricolo, nei quali ai non bianchi dovranno essere assegnati impieghi dirigenziali.
In quello minerario, ad esempio, il 57,5 per cento dei posti dirigenziali di alto livello dovranno essere ricoperti da non bianchi. Va da sé però che, poiché l’occupazione difficilmente crescerà, almeno nel breve periodo, dei bianchi sono destinati a perdere il lavoro per far spazio a neri e coloured. Ad uno degli Afrikaner arrivati negli Usa il 12 maggio è già successo.
Espropri senza indennizzo
Ancora più preoccupante per i bianchi è la controversa legge entrata in vigore a gennaio, dopo anni di discussioni, che consente al governo sudafricano di sequestrare dei terreni senza indennizzi e che pertanto può aprire la strada alla confisca di terreni agricoli. L’ANC l’ha definita una “pietra miliare” decisiva per il cambiamento del Paese.
La legge, assicura, autorizza l’esproprio senza indennizzo solo in circostanze in cui farlo sia “giusto, equo e nell’interesse pubblico”. Ma è chiaro che chi l’ha voluta ritiene che non ci sia niente di più giusto, equo e di pubblico interesse che espropriare le terre dei bianchi e ridistribuirle. Le forze politiche di sinistra vogliono una riforma agraria che “faccia giustizia”.
Il precedente dello Zimbabwe
La prospettiva per molti proprietari di fattorie sarebbe di fare la fine dei loro colleghi del vicino Zimbabwe. Come in Sudafrica, anche lì i bianchi possedevano la maggior parte delle grandi fattorie che facevano del Paese il granaio dell’Africa australe. Espropriate 25 anni fa con il pretesto di una riforma agraria, in parte adesso sono incolte e in parte, frazionate in piccoli appezzamenti, sono state affittate a famiglie di neri che, invece di produrre per il mercato, le coltivano con scarsi risultati destinandole a raccolti per l’auto sussistenza.
È stato l’inizio di una crisi economica senza precedenti dalla quale lo Zimbabwe non si è mai risollevato, che ha ridotto in bancarotta uno dei Paesi africani più ricchi e ha ingiustamente mandato in rovina migliaia di famiglie.
Ramaphosa da Trump
Sembra che siano circa 70 mila i bianchi, in gran parte agricoltori Afrikaner ma non solo, che vorrebbero approfittare dell’offerta di Trump. Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha definito “codardi” quelli che sono già partiti. “Torneranno presto indietro – ha detto – scommetto che ritorneranno perché non c’è al mondo un Paese come il Sudafrica”.
Intanto il 21 maggio è volato lui negli Stati Uniti per provare a convincere Trump a ristabilire rapporti bilaterali, economici e commerciali, con il suo Paese e a riprendere gli aiuti umanitari da lui interrotti a febbraio per protesta contro la legge sul sequestro delle terre e per la decisione del Sudafrica di denunciare Israele di genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia. La posta in gioco è molto alta per il Sudafrica.
Gli Stati Uniti sono il suo secondo partner commerciale dopo la Cina e ogni anno forniscono al Paese aiuti per oltre un miliardo di dollari. “Che ci piaccia o no – ha dichiarato Ramaphosa parlando alla televisione di stato sudafricana prima di partire – ci uniscono agli Stati Uniti legami indissolubili e quindi dobbiamo dialogare”.
Ma l’incontro con Trump è stato carico di tensione perché il presidente americano ha insistito a dire che in Sudafrica è in atto un genocidio dei bianchi e che le loro terre vengono sequestrate. Ha persino voluto che fosse proiettato un video che fa vedere delle croci bianche in un cimitero, che secondo lui sono tombe di agricoltori bianchi uccisi. Ramaphosa ha mantenuto la calma nonostante il clima imbarazzante. Ha continuato a ripetere che in Sudafrica non è in atto un genocidio.
I dati e la situazione politica
Dalla sua ha l’evidenza dei fatti. Secondo dati raccolti dal sindacato degli agricoltori Afrikaner, il TLU-SA, dal 1990 a oggi sono stati assassinati 1.363 agricoltori bianchi, una media di 40 all’anno. Sembrerebbero comunque tanti, senonché il Sudafrica ha uno dei tassi di omicidi più alti del mondo. Nel 2024, ad esempio, sono stati registrati 26.232 omicidi, in media 72 al giorno, e le vittime sono state, come negli anni precedenti, quasi tutte nere (per un confronto, nello stesso anno in Italia ne sono stati commessi 319, su un numero di abitanti di poco diverso: 64 milioni il Sudafrica, 60 l’Italia).
Tra gli stessi Afrikaner in effetti c’è chi ritiene che pochi altri bianchi chiederanno asilo perché non ce n’è realmente motivo. C’è chi confida nel fatto che il DA (Democratic Alliance), il partito fondato dai bianchi, è la seconda forza politica e dal 2024 per la prima volta fa parte del governo.
Però tra chi più fortemente reclama la ridistribuzione delle terre agricole, in altre parole la loro confisca, e inoltre la nazionalizzazione di tutte le attività produttive c’è lo FFE, Economic Freedom Fighters, che è il quarto partito per importanza. Lo slogan del suo leader, Julius Malema, la canzone che canta sempre ai comizi, è “Spara al Boero, spara al contadino”. La Corte suprema ha respinto le richieste di vietare la canzone sostenendo che Malema ha diritto di cantarla perché “le sue parole non vanno intese alla lettera”, sono solo un modo provocatorio di promuovere il programma politico del suo partito che mira a porre fine a delle ingiustizie.
La scena iniziale del video proiettato alla Casa Bianca mostra Malema che in Parlamento, dove ha 39 seggi, grida: “occuperemo le terre, non abbiamo bisogno del permesso del presidente”. In un’altra clip promette di farlo. Non l’ha ancora fatto. In realtà in Sudafrica la gente esasperata se la prende soprattutto con gli immigrati illegali, specie quelli nigeriani, ritenuti i peggiori perché vivono di spaccio di droga e prostituzione. Periodicamente nelle grandi città le loro bancarelle vengono distrutte e razziate, date alle fiamme e per qualche giorno si scatena la caccia allo straniero.
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