Esteri

Il fallo di reazione di Trump, caduto in una trappola politica

L'intervista dei cardinali Usa in tv e lo stratega di Obama dal Papa. Chiesa Cattolica non immune dalla tendenza ad accusare l'Occidente e chiudere un occhio sui crimini dei regimi più spietati del "Sud globale"

Trump Leone
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Ci sta che i cattolici trovino “inaccettabile”, questa la parola usata dalla premier Giorgia Meloni, l’attacco di Donald Trump a Papa Leone XIV. Tuttavia, se non altro per comprendere cosa lo abbia innescato, sarebbe opportuno non chiudere occhi e orecchie, raccontandosi la favoletta di un generico appello alla pace contro tutte le guerre. Papa Prevost e, fatto non secondario che in pochi citano, alcuni cardinali Usa, non si sono limitati a “invocare pace” e condannare “ogni forma di guerra”, come si potrebbe pensare dalla nota della premier.

Critiche mirate

No, le critiche partite dal Santo Padre e – ci arriveremo tra breve – dai vertici della Chiesa Cattolica americana, erano rivolte, pur senza nominarlo, personalmente a Trump (“delirio di onnipotenza”, “chi vuole il mondo in ginocchio”, addirittura l’invito ai fedeli a rivolgersi ai congressmen) ed esplicitamente all’azione militare Usa in Iran e persino in Venezuela, nonché alla politica interna dell’amministrazione.

L’errore di Trump

Ora, The Donald, lo conosciamo, non si trattiene. Non si tira indietro nemmeno di fronte al Vicario di Cristo, non teme di attaccare frontalmente la massima autorità morale e spirituale per oltre un miliardo di cattolici nel mondo, 70 milioni solo negli Stati Uniti, rischiando di alienarsi la simpatia dei molti cattolici che lo hanno votato.

Ha sbagliato Trump a sparare a zero contro Leone XIV, quando avrebbe potuto gestire il dissenso in altre sedi e, soprattutto, scegliendo ben altri toni? Certamente sì. Un attacco inopportuno anche dal punto di vista politico, perché rischia di confondere l’elettorato cattolico americano e spaccare la coalizione conservatrice che ha riportato Trump alla Casa Bianca a pochi mesi dalle elezioni di midterm.

Nel campo di Cesare

Ma Trump ha del tutto torto nel denunciare la natura politica e partigiana degli attacchi ricevuti? Onestamente no. Tensioni e anche scontri tra potere politico e potere spirituale, “Impero e Papato”, non sono certo una novità, anche nella nostra epoca, quando è ormai saldamente accettato il principio della separazione tra Stato e Chiesa.

Il Papa è un’autorità morale e spirituale, e qui siamo convinti che abbia il pieno diritto di esprimersi su qualsiasi tema, e vada ascoltato con rispetto. Ma quando, come in questo caso, sconfina nel campo di Cesare, si espone alla polemica politica. Tanto più che i suoi commenti sui conflitti non sono “ex cathedra”, cioè dogmi “coperti” dalla infallibilità papale.

Una trappola politica

Mancano però dei tasselli fondamentali in questa storia. Poco prima che Trump, domenica sera, pubblicasse su Truth il suo attacco a Papa Leone, era andata in onda su “60 Minutes”, trasmissione da sempre ostile al presidente, un’intervista a tre cardinali cattolici americani, Blase Cupich, Robert McElroy e Joseph Tobin, che hanno attaccato ad alzo zero la politica interna ed estera dell’amministrazione, in particolare la guerra in Iran e le politiche anti-immigrazione, usando esattamente i talking points dei Democratici (“war of choice”, per esempio).

E certo non deve aver contribuito ad attenuare la percezione di critiche politicamente motivate l’udienza privata concessa dal Santo Padre, la settimana scorsa, a David Axelrod, consigliere e stratega della comunicazione dell’ex presidente Obama e dei Democratici.

Se a pensar male si fa peccato, ma a volte ci si azzecca, qualcuno potrebbe pensare ad un’operazione autorizzata dal Pontefice per spostare i consensi dei cattolici americani verso i Dem in vista delle elezioni di midterm. Dietrologia troppo spinta? Può darsi, ma basta la percezione a spiegare l’ira del presidente Usa.

Trump ha senz’altro commesso un fallo di reazione, diciamo pure da cartellino rosso, cadendo così in una trappola comunicativa ben orchestrata. Se infatti ha senso la nostra ricostruzione, la sua reazione è esattamente ciò che serviva per infiammare il dibattito all’interno del mondo cattolico Usa.

Condanne a senso unico

Ieri il Santo Padre ha chiarito di non essere un politico e non voler “entrare in un dibattito” con il presidente Trump, ma quando il no alla guerra e l’appello alla pace suonano come scomunica (“chi è cristiano non sostiene chi lancia bombe”) e si basano su valutazioni fattualmente incomplete o inaccurate, trascurando del tutto le responsabilità di regimi come Iran e Venezuela, il rischio è che dal registro morale si passi a quello politico, con tutte le conseguenze del caso.

Come si può ignorare che gli attacchi americani e israeliani sono rivolti non contro il popolo iraniano, ma contro il regime dei Pasdaran, che solo pochi mesi fa ha massacrato 40 mila innocenti e non vuole rinunciare all’atomica per minacciare la sopravvivenza dei popoli vicini? Come si può ignorare che l’uso della forza si è reso necessario dopo decenni di fallimenti della diplomazia? E come si può condannare l’azione militare che ha portato alla rimozione di Maduro, offrendo una prospettiva di speranza ai venezuelani e colpendo i traffici di droga e di esseri umani, o la pressione che potrebbe portare a esiti molto simili a Cuba – Paesi dove vivono milioni di cristiani?

Va riconosciuto che la Chiesa Cattolica non è immune da una tendenza purtroppo diffusa a mettere sotto accusa i governi occidentali e a chiudere più di un occhio sui crimini dei regimi più spietati del cosiddetto “Sud globale”. Condanna e indignazione appaiono troppo spesso a senso unico e sproporzionate.

Il Vangelo non benedice la guerra, certo. Ma bastano la condanna morale della guerra di Trump e le preghiere a fermare l’atomica iraniana? Responsabilità dei politici è difendere sicurezza e interessi dei loro cittadini. Impedire al male di prosperare richiede a volte l’uso della forza. Scegliere di non fermare regimi malvagi dal realizzare i loro piani di morte significa suggerire alle vittime di accettare il loro destino – agli israeliani di convivere con il terrore e agli iraniani con la barbarie del loro regime – solo per sentirsi “buoni cristiani”.

Non è purtroppo sempre vero che la Chiesa si rivolge a “tutti i leader del mondo”. Sicuramente non con la stessa forza e chiarezza, nemmeno quando si tratta della libertà religiosa. C’è per esempio molta cautela nel muovere critiche al linguaggio d’odio dei leader religiosi e politici dei Paesi islamici. I massacri di cristiani in Africa, la loro scomparsa dal Medio Oriente, la loro persecuzione in Cina, non sembrano assumere la stessa centralità nella comunicazione della Santa Sede come le guerre in cui sono coinvolti Stati Uniti e Israele.

Lo vediamo anche in Italia: il messaggio evangelico dell’accoglienza tiene in debita considerazione le preoccupazioni legittime dei cittadini per la loro sicurezza?

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