Nel corso della guerra tra Israele e Hamas che si sta finalmente avviando alla fine, l’abuso della parola “genocidio” si è talmente sedimentato nella mentalità collettiva che in molti l’hanno sfruttato per cercare di censurare di voci filoisraeliane. Come quando Enzo Iacchetti gridava su Rete4 che “non ci deve essere un contraddittorio” sulla guerra in corso. Nel dirlo, sosteneva che ci fosse un solo esercito sul campo, ignorando che prima del 7 ottobre Hamas poteva contare tra i 20 e i 30 mila combattenti armati.
In questi due anni, larga parte della sinistra ha cercato di imporre l’utilizzo del termine “genocidio” quasi come se fosse un dogma religioso, etichettando come “negazionisti” coloro che vi si opponevano. Nel farlo, ha ignorato che proprio una storica icona della sinistra filopalestinese e antisionista, il linguista americano Noam Chomsky, nel corso dei decenni ha prestato il fianco ai negazionismi di veri genocidi, dalla Shoah a quello perpetrato nella Cambogia comunista.
La Cambogia di Pol Pot
Quando, il 17 aprile 1975, i Khmer Rossi conquistarono la capitale Phnom Penh dopo un lungo assedio, la prima cosa che fecero fu evacuarne gli oltre due milioni di abitanti verso le campagne. Come raccontato dall’attivista cambogiana per i diritti umani Loung Ung nel suo libro “Per primo hanno ucciso mio padre“, chi si rifiutava di lasciare la città veniva ucciso sulla porta di casa. Neanche gli anziani che non potevano camminare e i malati ricoverati in ospedale erano esentati.
Il nuovo regime tentò di eliminare ogni traccia del vecchio governo e del libero mercato, arrivando persino ad uccidere coloro che indossavano degli occhiali, visti come un prodotto dell’odiato capitalismo. La popolazione fu costretta a indossare un’uniforme tutta nera e uguale per tutti.
Secondo i leader dei Khmer Rossi, la Cambogia era stata a lungo traviata dall’Occidente, il denaro e il profitto.
Una volta evacuate tutte le città e ricollocata la popolazione nelle campagne, la Cambogia sarebbe dovuta tornare ad un’economia agraria, basata unicamente sul coltivare la terra. Per facilitare lo sradicamento del capitalismo, la Banca nazionale cambogiana venne distrutta. I matrimoni vennero organizzati dallo Stato, ai bambini venne insegnato a obbedire al governo invece che ai genitori, e ogni traccia residua di individualità venne cancellata dalla vita quotidiana.
Tra il 1976 e il 1978, si stima che il numero di vittime delle stragi perpetrate dal regime di Pol Pot, nonché delle carestie ed epidemie provocate dalla malagestione del sistema agrario, si aggiri tra un minimo di 1,2 milioni e un massimo di 3 milioni di persone, su una popolazione complessiva di 7,5 milioni. Tra queste, sono inclusi diversi professionisti assassinati in quanto “intellettuali”, tra cui medici, avvocati e insegnanti. Va altresì aggiunto lo sterminio sistematico delle minoranze etniche e religiose (cinesi, vietnamiti, musulmani di etnia Cham, ecc.).
Il negazionismo di Chomsky
Nonostante l’ecatombe provocata, all’epoca i Khmer Rossi godettero delle simpatie di diversi intellettuali occidentali di estrema sinistra, che vedevano nell’operato di Pol Pot il tentativo di creare un’utopia comunista.
Noam Chomsky, in particolare, contestò la versione di coloro che denunciavano i crimini del regime. All’uscita nel 1977 del libro “Murder Of A Gentle Land” dei giornalisti americani John Barron ed Anthony Paul, che forniva un’ampia documentazione sul genocidio in Cambogia, il linguista del MIT lo definì “un trattato di propaganda di terza categoria”. Di fronte alle testimonianze dei sopravvissuti, scrisse sulla rivista progressista The Nation che non andavano prese alla lettera. “I rifugiati”, disse, “sono spaventati e indifesi, alla mercé di forze straniere. Tendono naturalmente a riferire ciò che credono che i loro interlocutori vogliano sentire”.
La difesa di Faurisson
Nel 1980, Chomsky prese anche le difese dell’autore francese Robert Faurisson, negazionista dell’Olocausto noto per aver messo in discussione l’esistenza stessa delle camere a gas. Nello specifico, il linguista firmò la prefazione di un libro di Faurisson, Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire. La question des chambres à gaz (“Memoria in difesa contro coloro che mi accusano di falsificare la storia. La questione delle camere a gas”).
Pur non entrando nel merito delle tesi dell’autore francese, Chomsky ha sempre sostenuto di averlo difeso in nome della libertà di parola. Tuttavia, nel farlo ha dato l’impressione di riconoscere Faurisson come un ricercatore autorevole, le cui tesi negazioniste potessero avere una valenza scientifica.
Intervistato nel luglio 1981 dalla rivista The Village Voice, quando gli venne fatto notare che Faurisson aveva definito l’Olocausto “una bugia sionista”, Noam Chomsky negò di esserne a conoscenza. Peccato che questa definizione era stata scritta da Faurisson proprio nel libro del quale Chomsky aveva scritto la prefazione un anno prima.
La guerra nei Balcani
In un’intervista rilasciata al Guardian nell’ottobre 2005, Chomsky ha sostenuto le tesi dell’autrice americana Diana Johnstone, la quale nel suo libro del 2002 “Fools’ Crusade” negava la strage di 8.000 bosniaci ad opera dell’esercito serbo avvenuta a Srebrenica nel 1995. Il linguista definì il libro “un’opera eccezionale, che dissente dalla visione mainstream ma facendo appello ai fatti e alla ragione, in una grande tradizione”.
Lo sdoganamento di questo negazionismo sul più famoso giornale britannico suscitò reazioni indignate. Kemal Pervanic, un superstite del campo di internamento di Omarska dove negli anni ’90 venivano rinchiusi i bosniaci, inviò una lettera al Guardian nella quale si disse “scioccato” dalle tesi di Chomsky, denunciando “i tentativi deliberati di banalizzare nel migliore dei casi, e negare nel peggiore dei casi, atti genocidi commessi dai nazionalisti serbi in Bosnia”.
Conclusioni
Nel corso della sua carriera, Chomsky ha sempre parteggiato per i nemici degli Stati Uniti e dell’Occidente, anche quando commettevano atrocità inenarrabili. Ma, nonostante ciò, per decenni è stato quasi una guida spirituale per buona parte della sinistra occidentale.
Questa, prima ancora della popolarità raggiunta in tempi recenti da figure come Francesca Albanese, aveva già la brutta abitudine di idealizzare falsi profeti e cattivi maestri.
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Il rapimento dei civili


