Ecco che i media di tutto il mondo hanno, giustamente, polarizzato la loro attenzione sull’elezione – ampiamente prevedibile da un lato – ma comunque sorprendente dall’altro di Zohran Mamdani come nuovo sindaco di New York, giovane socialista democratico primo musulmano a ricoprire quella carica nella “Grande Mela”, primo di origini sud-asiatiche e il primo nato in Africa.
Il fenomeno Mamdani
Osannato, ancor prima della vittoria, come icona di un radioso futuro multicolore dalla stampa progressista di tutto il mondo; specularmente guardato con diffidenza dai media più conservatori, as usual.
A poco servirebbe ricordare le sue origini, solidamente da upper class metropolitana, ancor meno che le sue proposte “socialiste”; più che tali (mancano di una visione strategica di lungo periodo), sono “populiste”, trumpiane in salsa rosa, finalizzate al mero risultato elettorale. Per la loro realizzazione si può attendere: “After all, tomorrow is another day!” è la frase terminale di un iconico romanzo americano.
Già troppo si è scritto su questo nuovo astro nascente dell’ala “Sanders-Ocasio Cortes” del Partito democratico, fin da adesso in grado di oscurare i suoi godfathers “socialisti”; uomo che, con felice ironia, Vittorio Macioce, su Il Giornale descrive come “un vestito etnico firmato da un grande stilista […] la buona sorte della globalizzazione”.
Pur partendo dall’assunto che the City that Never Sleeps non è – come dicono orgogliosamente i newyorkers – l’America, ma qualcosa di profondamente differente ed estraneo al resto della nazione, è forse più interessante analizzare il contorno, e l’archetipo elettorale di Mamdani, in fondo la narrazione dietro il personaggio.
Ad accompagnare sia il candidato, sia il “sindaco eletto” è una multicolore folla dove le minoranze nazionali venivano rappresentate come maggioranza, dove gli WASP erano sparute comparse provenienti dai movimenti studenteschi liberal. Quale differenza, ma anche quale solido fil rouge unisce la mesta, ma determinata folla “caucasica” presente alle esequie di Charlie Kirk, con il multietnico mondo rappresentato dalle istanze di Mamdani.
La differenza non potrebbe essere più stridente, ma entrambe le narrazioni sono “America”. Ognuno può preferirne una, piuttosto che l’altra, ma entrambe sono “originali”, oneste, figlie legittime delle tante storie che hanno fatto gli Stati Uniti.
Dal melting pot alla identity politics
Non pochi media del “Bel Paese” hanno visto nella vittoria di Mamdani il trionfo del Melting Pot, di quel crogiuolo di etnie, così come descritte nel 1908 per la prima volta dal drammaturgo Israel Zangwill. Paragone assolutamente improprio. Il “calderone”, come sanno gli studiosi, non esiste più da molto tempo. Il concetto iniziale del “pot” era legato all’assimilazionismo, ovvero era il processo di assimilazione culturale degli immigrati nella cultura dominante, soprattutto attraverso l’apprendimento della lingua inglese.
In modo differente con il modello Salad Bowl – a partire dagli anni ’60 – ogni cultura (come gli ingredienti di un’insalata) mantiene la propria identità individuale, unita da una “salsa” comune di leggi e identità nazionale. A distruggere il mito del melting pot provvidero le rivolte nei ghetti neri delle grandi città, il radicalismo black e i movimenti per i diritti civili negli anni sessanta che resero possibile lo sviluppo di una molteplicità di altri movimenti di rivendicazione etnica in particolare fra i nativi americani e fra gli ispanici.
Ciò si rispecchiò, a livello scientifico, nell’affermazione di una teoria pluralistica che valorizzava la “nuova etnicità”: l’accento era spostato sulla dimensione soggettiva delle etnicità, che era concepita come una scelta identitaria strategica, ritenuta particolarmente appropriata, nella società moderna, a dare forma alle esigenze di mobilitazione politica e alla rivendicazione di risorse e di potere. Dagli anni novanta, come conseguenza, iniziò una rilettura basilare della storia ad esclusivo riconoscimento del valore storico, politico e morale delle minoranze.
La Cancel Culture
Non deve apparire strano che nel 2020 Zohran Mamdani, che 5 anni dopo si fa eleggere sindaco di NYC, fotografa il monumento a Cristoforo Colombo immortalando, in primo piano, davanti alla statua, il suo rampante dito medio. Proprio perché – a differenza dell’Europa – l’America è una creatura “immaginata”, secondo la definizione di Comer Vann Woodward (“Tho Old World’s New World”, 1991), la rilettura della storia è un investimento a basso costo, ma ad alta resa.
D’altronde la storia non interessa a nessuno; interessano le storie, parziali e di prossimità, ma in grado di scaldare gli animi. Si prenda ad esempio il discorso di Alexandria Ocasio-Cortez il 4 novembre. L’enfasi è quella delle grandi occasioni, ma la retorica sfocia in un cumulo di errori ed inesattezze da cadere nel ridicolo.
Sarebbe consolatorio pensare che si tratti di ignoranza: tutt’altro. È una sofisticata operazione tesa a delegittimare i “padri fondatori”: bianchi anglo-tedeschi destinati ad essere sostituiti da una moltitudine divisa su tutto, sia dal punto di vista culturale, linguistico sociale e religioso, ma unita solo dal desiderio di sostituirsi alla vecchia élite.
La cosa è assolutamente normale e comprensibile. Il processo sociale di cambio di élite è un continuum della storia. Ma quello al quale si sta assistendo è un apax: per la prima volta questo ricambio di regime avviene con il consenso di chi dovrebbe fare parte dell’antica élite. È un assurdo, come vedere i tacchini festeggiare l’arrivo del Thanksgiving Day, ma è così.
Il ruolo dei media
Nelle fratture che dilaniano l’unione statunitense non piccolo gioco ha rivestito la stampa. Essa, che per decenni ha insegnato al mondo il modo di fare giornalismo in modo critico, magari, ma – apparentemente – imparziale, ha rinunciato al suo ruolo di essere un termometro super partes per diventare ferocemente pars; anzi, proprio l’antica proclamata oggettività della stampa (It’s the press baby, the press, and there’s nothing you can do about it, Nothing – Deadline Usa, L’Ultima minaccia, 1952) proclamata come un grido di battaglia, diventa una colpa, perché deve essere ancillare, ovviamente su differenti fronti, ad opposte narrazioni ideologiche.
L’uomo dei media neppure prova più a fare il suo antico mestiere, consumando taccuini e suola di scarpe, cercando di capire dove andava il Paese, ma si è trasformato in un “maître à penser” che dispensa le sue verità come atti di fede.
Le diverse anime dell’America
Eppure non è così difficile capire le diverse anime profonde dell’America. Basta un giro nella metropolitana di una grande città e sbirciare come in pochi decenni sono cambiati i quartieri o uscire di poche decine di chilometri dai ricchi e progressisti centri cittadini per trovarsi immersi nell’immensa provincia americana.
Meglio concionare, spesso con colleghi stranieri, delle magnifiche sorti e progressive della “nuova America” negli ovattati salotti del n. 529 14th Street dei Washington, sede del National Press Club. In questa lussuosa e sofisticata cornice la vulgata sull’elettore non “progressista”, quando non trumpiano è sempre la medesima: provinciale, “bianco”, a basso reddito, di modestissima formazione e di scarse letture etc: l’eterno redneck.
Dall’altra parte del fronte l’elettore democratico o appartiene al variopinto universo delle minoranze (etniche, religiose, di genere) o è l’uomo informato, “consapevole”, culturalmente avanzato, insomma “alla moda”. Se si dovesse rintracciare l’idealtipo di questo eterogeneo e conflittuale bacino elettorale lo potremmo trovare tra il pubblico ed i personaggi all’interno dei primi film di Spike Lee o della serie tv “Sex and the City”. Universo impossibile da conciliare, se non nella narrazione glam di Oprah Winfrey.
La seconda guerra civile
I valori comuni sono ampiamente compromessi nello sforzo che il Paese ha compiuto nel tenere legate idee, aspirazioni, nazionalità che hanno poco a spartire l’una con l’altra. Non è fuori luogo ricordare che nel 1997 la HBO fece uscire il film per tv via cavo “La seconda guerra civile americana” (The Second Civil War), diretto da Joe Dante. Il film è una satira della società e del sistema politico statunitense di fronte al problema dell’immigrazione e dell’integrazione delle minoranze etniche.
In un futuro, prossimo all’assoluta contemporaneità, gli Stati dell’Unione, ormai – ognuno per propria parte – controllato da specifiche etnie, si confrontano sulla disponibilità di eseguire un ordine presidenziale relativo all’opportunità di aprire le porte a nuove ondate immigratorie. In questo quadro anche Stati controllati da minoranze di recente arrivo si oppongono in armi. Un gruppo di terroristi a favore della chiusura delle frontiere fa esplodere nottetempo la Statua della Libertà, per sottolineare il fatto che gli Stati Uniti non sono più una nazione aperta all’immigrazione.
Come spesso accade, il conflitto, per pura casualità, deflagra. Il film termina affermando che la guerra dura una settimana, ma non dice chi sarebbe stato il vincitore. Satira graffiante e film riuscito (anche se non compreso fuori dagli Stati Uniti); così riuscito da sembrare che quel lontano futuro distopico possa vedere la sua alba anche domani a partire dal fu luccicante Niuyurkstan.
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