Al vertice Nato di Varsavia, il generale Alexus Grynkewich, statunitense, comandante in capo delle forze alleate in Europa (Saceur), ha illustrato a grandi linee la nuova dottrina militare dell’Alleanza.
Un’Alleanza difensiva
Proprio in un periodo in cui si teme uno scollamento fra Usa e alleati europei e in cui la Nato sembra più divisa che mai, si torna a discutere di “esercito europeo” (la grande incompiuta da 70 anni), il generale americano ha mostrato al pubblico quel che è frutto di un grande lavoro di squadra, meditato ed elaborato durante la guerra in Ucraina, per recepirne le lezioni e difendere l’Europa da un attacco di terra. Che non può che arrivare, potenzialmente, dalla Russia. A scanso di equivoci, il generale Grynkewich ha dovuto ribadire l’ovvio:
La Nato è un’alleanza difensiva, costituita per preservare la pace e che, in quanto tale, non abbiamo piani, intenzioni o ambizioni che vadano oltre la protezione dei nostri cittadini e la difesa del nostro territorio (…) Attraverso la nostra forza collettiva, puntiamo a esercitare la deterrenza e a preservare la pace. Ma se qualcuno fosse tanto sciocco da attaccarci, combatteremo. Fermeremo l’attacco e gli impediremo di raggiungere i suoi obiettivi, quali che siano. In breve, faremo in modo che qualsiasi attacco contro qualsiasi alleato si riveli completamente inutile.
La profondità strategica
Ci sono vari modi di difendere un territorio. Se si ha molta profondità strategica e tanto territorio “sacrificabile”, come la Russia, ci si può permettere una difesa in profondità per far allungare le linee del nemico e poi colpirlo quando è esausto. Se non si ha profondità strategica, cioè il proprio territorio è troppo piccolo e può essere attraversato in un giorno solo, come Israele, la miglior difesa diventa l’attacco preventivo.
La Nato, nella precedente Guerra Fredda, si trovava in una posizione intermedia fra questi due estremi: la Germania occidentale, se attaccata, avrebbe potuto essere attraversata in sette giorni dalle divisioni corazzate sovietiche. E non aveva territori “sacrificabili” visto che era densamente popolata. Un attacco preventivo, all’israeliana, era impensabile perché il Patto di Varsavia avrebbe risposto con le armi nucleari.
Una difesa in profondità è sempre stata esclusa, per volontà politica, perché avrebbe comportato un’occupazione sovietica di città tedesche importanti. E l’occupazione comunista, visto quel che avveniva nella Germania orientale, non era una prospettiva piacevole.
La dottrina degli anni ’80
Dopo varie trasformazioni dottrinali, all’inizio degli anni ’80, la Nato giunse ad elaborare la Air Land Battle. Mentre la testa delle formazioni nemiche viene trattenuta da forze difensive leggere, l’aviazione e le formazioni più mobili flagellano la coda, cioè il secondo e terzo scaglione sovietici, le retrovie, le sedi dei comandi e le linee logistiche, in modo da disarticolare l’attacco di una forza molto più numerosa.
Si trattava di una strategia pericolosa, perché implicava anche attacchi in profondità nel territorio nemico. Ma era pur sempre una manovra di difesa. Si puntava sulla qualità contro la quantità anche se i rapporti di forze, allora e fino alla fine della vecchia Guerra Fredda, erano impietosi: una superiorità di 3 a 1 del Patto di Varsavia sulla Nato.
La possibilità di escalation nucleare era molto alta, ma lo scopo del piano era proprio quello di vincere una battaglia convenzionale prima che si arrivasse all’escalation con armi di distruzione di massa.
Nessun effetto sorpresa
La dottrina attuale, spiegata da Grynkewich, parrebbe seguire le orme della Air Land Battle, o per lo meno raggiungere i suoi stessi scopi. C’è un vantaggio oggi rispetto alla vecchia Guerra Fredda: nel 2026 la Nato dispone di sistemi di ricognizione e di elaborazione dei dati infinitamente superiori a quelli di quaranta o cinquanta anni fa.
Mentre allora una ipotetica terza guerra mondiale si sarebbe aperta con un attacco sovietico a sorpresa (e semmai lo scopo della Nato era quello di reagire, con tempismo, a una crisi improvvisa), oggi la sorpresa è diventata pressoché impossibile.
L’esperienza dell’invasione russa dell’Ucraina dimostra che gli Usa sono in grado di capire le intenzioni dei russi e prevederne le mosse, tanto da poter suggerire, per tempo, agli ucraini dove andare e cosa fare per bloccare gli attacchi nemici. In caso di guerra in Europa, dice il Saceur:
Percepiamo e osserviamo l’ambiente operativo attraverso una sofisticata architettura stratificata di intelligence, alimentata da sistemi di raccolta delle informazioni di diversa provenienza che producono enormi quantità di dati. Utilizziamo questi dati per ricavare indicazioni cruciali, servendoci di algoritmi avanzati che ci consentono di interpretare le informazioni raccolte. Il risultato fondamentale è una comprensione approfondita dell’ambiente strategico e operativo. Questo significa che è improbabile che l’Alleanza venga colta di sorpresa. Vedremo arrivare un eventuale attacco, e questo ci darà il tempo di valutarlo e di schierare rapidamente le nostre forze.
Più profondità strategica
In caso di attacco nemico, nessun territorio è considerato “sacrificabile”, anche se la Nato, acquisendo più alleati sul fianco orientale, ha una profondità strategica molto maggiore rispetto a quella della vecchia Germania occidentale. Ma un’occupazione russa, come dimostra ancora l’esperienza ucraina, sarebbe un’esperienza durissima, inaccettabile.
Il compito “più sacro” dell’Alleanza, ribadisce Grynkewich, è “la difesa dei nostri cittadini e del nostro territorio”. Secondo la nuova dottrina, “bloccheremo l’attacco iniziale”. E poi, come nella Air Land Battle, si flagella da sopra e dai fianchi tutto ciò che arriva “dopo”, cioè gli scaglioni successivi, i centri di comando e controllo, le retrovie, le linee logistiche.
E lo si può fare con molti più mezzi oggi rispetto ad allora, perché si è aggiunta la cyberguerra, si sono aggiunti i droni e le armi di precisione, oggi, sono davvero precise. Non sono le bombe “intelligenti” (tra virgolette) degli anni ’80, quelle odierne sono armi capaci di centrare anche una tazza di caffè, o droni che possono persino entrare nelle finestre, nelle feritoie, nelle grate d’areazione.
Le nostre forze aeree e navali, operando di concerto con le nostre capacità spaziali e cibernetiche, conquisteranno rapidamente la libertà di manovra. Una volta assicurata rapidamente la superiorità aerea e marittima nell’area di battaglia e sopra di essa, queste forze impiegheranno una combinazione di massa e precisione per impedire al nemico di mantenere le proprie posizioni. Dopo questo blocco iniziale, smorzeremo qualsiasi azione offensiva ancora in corso o successiva contro di noi. Utilizzando sensori avanzati, sistemi autonomi e forze multi-dominio (terrestri, marittime, aeree, spaziali, cibernetiche, ndr), impediremo all’aggressore di acquisire slancio o conquistare l’iniziativa. L’impiego sincronizzato di effetti multi-dominio fino al livello tattico sopraffarrà le formazioni nemiche impegnate nel combattimento e la loro avanzata, ammesso che a quel punto sia ancora in corso, perderà ulteriormente slancio. Se l’avversario decidesse di insistere nell’attacco o di impegnare le proprie riserve, spezzeremo il sistema di combattimento schierato contro di noi.
Fermare il nemico
Non si punta alla distruzione o alla sconfitta strategica dell’avversario attaccante (che è superiore numericamente e troppo grande territorialmente), ma solo alla sua sconfitta tattica e operativa: lo si deve fermare e sfiancare, fino a costringerlo a fermarsi e giungere a più miti consigli.
Per chi è già pronto a etichettare tutto ciò come “guerrafondaio”, Grynkewich specifica che:
Non ritengo che un conflitto sia imminente o inevitabile. Non lo è. Contribuiamo a evitare i conflitti dichiarando chiaramente le nostre intenzioni difensive e mantenendo aperti i canali di comunicazione, così da risolvere eventuali incomprensioni e favorire la trasparenza. Ma scoraggiare un conflitto richiede anche la prontezza a combattere una guerra. E questa prontezza impone di pianificare sulla base di ciò che è possibile, non soltanto di ciò che è probabile. Come affermò il primo presidente degli Stati Uniti, George Washington, il modo più efficace per preservare la pace è prepararsi alla guerra. Oppure, come dice l’attuale presidente americano, questa è la pace attraverso la forza.
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