Esteri

Un autogol le sanzioni di Burnham contro Israele

A fronte di un impatto limitato sugli insediamenti che si vorrebbero colpire, danneggiano i palestinesi e i rapporti commerciali e di intelligence tra i due Paesi

Andy Burnham (screenshot Ytube)
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Ha suscitato un certo subbuglio in Israele la decisione del Regno Unito di imporre restrizioni agli scambi commerciali di prodotti provenienti dagli insediamenti in Cisgiordania.

Il governo israeliano ha reagito chiudendo il consolato britannico a Gerusalemme e rimuovendo i rappresentanti britannici dal centro internazionale di coordinamento per Gaza a Kiryat Gat, nonché impedendo alle forze britanniche di addestrare le forze dell’Autorità nazionale palestinese.

Tuttavia, le sanzioni varate da Londra assieme ad altri Paesi europei hanno implicazioni profonde, che vanno oltre la sola questione della Cisgiordania.

Calcolo elettorale

Un’analisi della BBC ha spiegato come il primo ministro inglese Andy Burnham veda nelle sanzioni contro gli insediamenti israeliani un mezzo per riconquistare i voti degli elettori musulmani, che sotto il suo predecessore Keir Starmer si sono spostati verso il Partito Verde e candidati indipendenti.

Secondo le statistiche più recenti, i musulmani rappresentano circa il 6,5 per cento della popolazione in Inghilterra e Galles, il 2 per cento in Scozia e l’1 per cento in Irlanda del Nord. Tuttavia, la loro distribuzione non è uniforme: in località come Birmingham e Bradford, i musulmani rappresentano circa il 30 per cento della popolazione, il che significa che in quei distretti i loro voti possono decidere l’esito delle elezioni.

Accordi militari e di intelligence

A dispetto dell’interesse elettorale a breve termine, sanzioni contro Israele rischiano di danneggiare interessi a lungo termine, soprattutto nella cooperazione militare e di intelligence. Tanto che Philip Lester, ex-capo della RAF, ha chiesto al governo di Londra di ripristinare la piena collaborazione militare con Israele, in particolare per i sistemi di difesa antimissile come l’Iron Dome. Tom Tugendhat, ex-ministro della sicurezza britannico, ha spiegato al quotidiano The Telegraph:

Israele è uno dei nostri più importanti partner nell’intelligence e lo è da moltissimi anni. Posso dirvi, in qualità di ministro della sicurezza, che molti attacchi sono stati sventati grazie alla collaborazione con Israele, che ci ha aiutato a proteggere i cittadini britannici da attacchi terroristici.

Ad agosto, l’ex-capo del Mossad Yossi Cohen ha rivelato, in un’intervista rilasciata ad un podcast del giornale The Times, che sotto la sua direzione, durata dal 2016 al 2021, le informazioni fornite dal servizio d’intelligence israeliano per l’estero alle sue controparti britanniche ha permesso di sventare numerosi attentati sul suolo britannico.

In occasione delle Olimpiadi di Londra del 2012, i servizi segreti israeliani hanno contribuito a garantire la sicurezza dell’evento, effettuando simulazioni del massacro alle Olimpiadi di Monaco del 1972 per fornire la loro esperienza e le loro conoscenze all’intelligence britannica, al fine di prevenire fatti analoghi.

Impatto economico

Un altro fattore che generalmente non viene preso in considerazione, è il fatto che il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti dalla Cisgiordania può danneggiare economicamente i palestinesi che lavorano per aziende israeliane.

Un esempio in tal senso è fornito dal caso della Sodastream, azienda israeliana attiva nel campo delle bevande gassate: avevano una fabbrica in Cisgiordania, che nel 2015 venne chiusa e ricollocata in territorio israeliano, a causa delle pressioni dei boicottatori. Chi ci rimise di più non fu la Sodastream, ma le centinaia di palestinesi che ci lavoravano, e che secondo la rivista Forbes ricevevano stipendi da tre a cinque volte superiori alla media degli abitanti della Cisgiordania.

Per questo motivo, a luglio è stata lanciata una campagna contro il boicottaggio d’Israele da parte di un gruppo di musulmani di New York, l’Unbreakable Bond Coalition. “La verità è che israeliani e palestinesi sono profondamente connessi economicamente”, si leggeva in un loro comunicato. “I boicottaggi diffusi possono danneggiare involontariamente proprio i lavoratori e le comunità che dichiarano di sostenere”.

Nonostante ciò, il Regno Unito sembra non voler fare marcia indietro, mentre altri Paesi hanno adottato posizioni ancora più drastiche: in Norvegia, il governo ha recentemente annunciato di valutare una proposta di legge che non solo vieterebbe ogni scambio commerciale con gli insediamenti israeliani, ma in più renderebbe la violazione di tale divieto punibile con pene fino ai tre anni di carcere.

Reazioni degli ebrei britannici

Tutto questo avviene in un periodo in cui gli episodi di violenza nei confronti degli ebrei nel Regno Unito sono ai massimi storici: si va dall’accoltellamento di due ebrei ad aprile a Golders Green, quartiere ebraico di Londra, all’incendio doloso di quattro ambulanze appartenenti all’ente di soccorso ebraico Hatzola sempre a Golders Green. Senza dimenticare l’attentato avvenuto alla sinagoga di Manchester il 2 ottobre 2025, e che ha provocato due morti.

Il rabbino capo del Regno Unito, Ephraim Mirvis, in seguito all’approvazione delle sanzioni ha dichiarato: “Questo è davvero un giorno cupo per gli ebrei britannici”. Mentre l’opinionista Ben Cohen, in un’editoriale pubblicato dall’agenzia di stampa americana JNS, ha rinfacciato al ministro degli esteri Ed Miliband, che è ebreo, il fatto di rivendicare pubblicamente le sue origini ebraiche solo quando gli fa comodo per dare legittimità alle sue decisioni ostili a Israele, anche se il suo legame con le tradizioni è ridotto al minimo nella sua vita quotidiana.

Già a luglio, un report stilato dall’istituto di ricerca israeliano NGO Monitor ha rivelato che molte delle proteste pro-Palestina scoppiate nel Regno Unito dopo il 7 ottobre 2023 non erano affatto spontanee o nate dal basso, ma erano state finanziate e organizzate da una rete di organizzazioni islamiche e di estrema sinistra, in alcuni casi legate ad ambienti terroristici.

Dibattito interno

L’8 settembre, Miliband ha rimarcato il fatto che le sanzioni “prenderanno di mira gli insediamenti illegali e la loro espansione, non Israele”, e che “continueremo a sostenere importanti e proficui scambi con Israele entro la Linea Verde precisamente perché sosteniamo la Soluzione dei due Stati, che include sicurezza e prosperità per Israele”.

Tuttavia, a dispetto di queste sue parole, diversi analisti ed economisti interpellati dal Times of Israel affermano che queste sanzioni potrebbero avere un impatto limitato sugli insediamenti, ma in compenso potrebbero avere ripercussioni devastanti su tutti gli scambi con l’estero e danneggiare l’intera economia israeliana.

Per capire se queste sanzioni si sarebbero potute evitare oppure no, il sito israeliano Ynetnews ha intervistato diversi ex-diplomatici di lungo corso. Le opinioni raccolte sono divergenti tra loro: Nimrod Barkan, ex-ambasciatore israeliano in Canada, ha accusato il governo Netanyahu di portare ad una “sudafricanizzazione dello status d’Israele nel mondo”, che “porterà al disastro se non verrà fermata”. Di diverso avviso è Alan Baker, anch’egli ex-ambasciatore in Canada, il quale ha dichiarato:

Gli stessi Paesi che hanno incoraggiato e sostenuto il processo dei negoziati, che hanno persino firmato come testimoni e fornito garanzie per l’attuazione degli Accordi di Oslo, ora stanno agendo apertamente per minare gli accordi, per vincoli politici interni, il desiderio di placare la pressione delle popolazioni musulmane in patria e la pressione dei parlamentari ostili a Israele.

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