“Non ci sono più le stagioni di una volta”, “La prima gallina che canta ha fatto l’uovo”, “Tanto tuonò che piovve”, “Il lupo perde il pelo, ma non il vizio”. Potremmo andare avanti in questo modo per anni, se non fosse per il freno che c’impone quello straccio d’intelligenza che ancora sopravvive al diluvio di cretinate alle quali ci appassioniamo senza un vero motivo. È come se una invisibile calamita, una di quelle a ferro di cavalo, rosso residuato delle scuole elementari, ci attirasse inesorabilmente e più volte al giorno a dire una fesseria.
Stupidaggini a strascico
Guardando la fotografia delle senatrici della sinistra, orgogliose delle loro gonne corte esibite come bandiere contro lo sfondone di Antonio Tajani di ieri l’altro, è difficile non cadere in un altro luogo comune: “Vorrei ma non posso”. Qui non c’entra nulla la misurazione centimetrica delle gonne indossate con orgoglio dalle pasionarie del politically correct contro il vice presidente del Consiglio, bensì una triste considerazione: hanno abboccato all’amo (altro modo di dire un po’ passato di moda ma efficace).
Il meccanismo è piuttosto semplice: dopo una scemata detta da qualcuno (e non andiamo ad analizzare: una scemata è una scemata e basta) ne vediamo e sentiamo molte altre a strascico. Come le caramelle o le ciliegie, si sa, basta dare la stura alle belinate (come le chiamiamo noi genovesi), e non ci sarà fine al peggio. È connaturato a noi esseri imperfetti ma più o meno raziocinanti di esercitare la sacrosanta libertà di dire una frescata anche più volte al giorno. Guai non fosse così.
Più se la tirano, più cadono
Accade inesorabilmente che un certo perbenismo di maniera, declinato nelle sue molte varianti che vanno dalla politica estera fai-da-te al femminismo, conduca a dare fiato a trombe, trombette e tromboni (ogni riferimento a detta foto di gruppo è puramente casuale) in una scompaginata ed inascoltabile orchestra di ottoni, anche per le inevitabile stecche di suonatori e suonatrici che non sanno stare a tempo o sulla nota giusta. Fateci caso: tanto più se la tirano da intellettuali, altrettanto facilmente cadono sulle cose da poco, immemori delle “quisquilie e pinzillacchere” di un indimenticabile Totò.
Una delle caratteristiche salienti di questi nostri tempi di teatranti (e pochi attori) è il troppo parlare, tanto dalla squadra A che da quella B. Come nel calcio, se ne parla troppo e se ne fa assai meno di qualità. Stiamo buttando dalla finestra la leggerezza della battuta per concentrarci sulla grevità di significati nascosti e posticci come foglietti gialli adesivi.
L’ansia della forca
Viviamo nella civiltà del retro pensiero: impossibile che una fesseria sia semplicemente dal sen sfuggita; ci doveva pur essere una finalità nascosta, un vile pensiero mascherato da boutade. Oggi basta una battuta inopportuna per tramutarsi in stigma e condanna senz’appello, perché a nessuno di noi è data la possibilità di non essere categorici e di mettere da parte per un attimo i discorsi sui massimi sistemi.
Basta discorsi da bar, basta scemate al profumo della pizza con gli amici e bando ai commenti in famiglia davanti al tg mentre siamo a pranzo? Sembriamo tutti ansiosi di mandare al rogo chiunque per un nonnulla, al punto che il pregiatissimo silenzio è diventato unica contromisura all’immancabile crucifige che segue uno svarione di nessun conto.
E che sarà mai, andiamo! E la nostra opposizione riesce soltanto a produrre tali inconsistenti manifestazioni, incurante delle istanze delle classe operaia che le sta voltando le spalle? Tutto qui, il vostro socialismo?
“Taci, il nemico t’ascolta”, recitava il manifesto degli anni Quaranta con la caricatura di un soldato inglese dalle grandi orecchie che spuntavano dal tipico elmetto britannico. Pare ancora oggi che sia meglio tacere, sempre. E il “bello” è che proprio quelli che pretendono dai politici una risposta per tutto quanto accade al mondo sono i primi a saltare sul carro dei moralizzatori ansiosi di erigere la tanto desiderata forca. Le assi ed i chiodi pronti, le corde insaponate, manca solo il pubblico, quello che sbircia tra il medio e l’anulare della mano posta a copertura degli occhi nel momento fatale. Crucifige!
Se non ricordo male (perché, a differenza delle senatrici rosse, mi concedo spesso e volentieri il lusso di sbagliare) erano proprio gli intellò della sinistra a definire “forcaiolo” chiunque non fosse comunista, ma con quale lestezza, con quale mirabile tecnica si erigono sempre nuove forche, con la manodopera poco qualificata di larga parte della stampa!
E va bene: Tajani, uomo di solito abilissimo nella scelta dei termini, retaggio di una delle più lunghe militanze in politica del nostro attuale Parlamento, ne ha sparata una che poteva offendere larga parte delle donne. Pazienza, ne pagherà il prezzo, nonostante le scuse, e noi ce ne faremo una ragione, ma tutto quel prevedibile teatrino dal copione unificato, quell’inutile esposizione di ginocchia (non tutte statisticamente apprezzate) da parte delle esponenti femminili della politica impegnata sul tema dei diritti della donne è, francamente, più risibile della frase del ministro Tajani.
Ok, in questa povera (e penso a chi non arriva a fine mese) Italia, ci si scanna per un nonnulla, lo abbiamo capito e metabolizzato. Per favore, politici di centrodestra, state bene attenti a non fare battutacce sulle donne. Non già perché chi non è in grado di distinguere una battuta infelice dal programma di governo possa aversene, ma perché potremmo assistere ad altre esibizioni che potremmo definire, quantomeno, ineleganti.
Per rimanere, e terminare, coi luoghi comuni potremmo improvvisarci buddisti e rifarci alla favoletta di chi guarda la luna e di chi vede solo il dito che la indica. Ci venga, quantomeno, risparmiata la misurazione tra orlo della gonna ed il ginocchio e tra questo e la tomaia delle scarpe. Lo dico tanto a chi ha proposto il malaccorto sillogismo tra fedeltà coniugale e lunghezza della gonna, ma imploro chi si sia immediatamente sentita in dovere di mostrare le gambe per far dispetto al centrodestra di non farlo più.
In certi casi, almeno a livello interpersonale, potrebbe dimostrarsi un boomerang. Il rischio è che la prossima battuta infelice potrebbe riguardare altre parti del corpo più o meno esposte. La reazione sarebbe una catastrofe nazionale, statene certi. Dio ce ne scampi.
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