Cultura

Come cattocomunisti e progressisti celebrano un Pasolini mai compreso

Ai fenomeni wokisti e di cancellazione culturale, senza alcun dubbio, Pasolini si sarebbe opposto energicamente

Pasolini (Rai)

In questo periodo da più parti benpensanti e politicamente corretti stanno celebrando il mezzo secolo trascorso dalla tragica morte di uno dei poeti e giornalisti più politicamente scorretti del Novecento, Pier Paolo Pasolini.

Soprattutto i cattocomunisti e i sedicenti progressisti di bandiera soffiano le cinquanta candeline sul cadavere di un Pasolini di cui non hanno mai compreso l’amore per le tradizioni, e per la conservazione dei valori più genuini.  Anzi essi, post mortem, strumentalizzano a fini ideologici la sua sessualità giocando a fare i libertari che non sono, con il malsano obiettivo di rendere l’istituzione famigliare un nonluogo liquido, un fungibile aeroporto esistenziale.

Senza considerare che Pasolini detestava il gayismo e si teneva lontano dallo scimmiottare istituti giuridici e sacramenti canonici riservati alle coppie eterogenee uomo-donna, come il matrimonio o l’adozione e in generale il bonum prolis. Oggi probabilmente avrebbe avuto lancinanti mal di pancia nel veder sfilare l’ideologia gender, con il triste spacchettamento delle persone in categorie (si pensi all’elleggibbittiquì plus), o con asterischi o schwa.

Se chiaramente non è vero che i comunisti mangiano i bambini, lo stesso non può dirsi del fanciullino pascoliano di Pasolini: divorato dall’ipocrisia intellettuale dei cattosoviet. E invece proprio su Pascoli aveva scritto la sua tesi di laurea Pasolini.

Intelligenza e amore

Potremmo invece leggere i chiaroscuri del poetare pasoliniano con più attenzione e umiltà, senza scindere l’intelligenza dall’amore. In tal senso è doveroso ricordare che nel 2009 Papa Benedetto XVI, nella sua lungimirante Enciclica Caritas in veritate, ha ricordato a tutti che “non c’è l’intelligenza e poi l’amore: ci sono l’amore ricco di intelligenza e l’intelligenza piena di amore”, chiarendo così con il suo aratro teologico il terreno che Paolo VI aveva iniziato ad arare nella Populorum progressio. Fa paura reperire coordinate ermeneutiche per leggere Pasolini anche nel Magistero della Chiesa cattolica? Fa paura soltanto a chi vive di odio, con la mente chiusa verso l’amore.

Terza via

Nel leggere Pasolini, senza scindere l’intelligenza dall’amore che lo animava per il popolo della tradizione, si avrà la sensazione di scoprire una terza via di esistere davanti all’altare della storia umana, mai piegata nei suoi versi alla mera immanenza: una terza via, alternativa a quella degli ipocriti benpensanti, ma alternativa anche a quella dei dannati dai moralistici sensi di colpa autoflagellanti.

Sovviene in mente il passo del Vangelo di Luca (Lc 18,9-14) in cui Gesù Cristo raccontava del fariseo e del pubblicano saliti al tempio a pregare: Pasolini sembra essersi tenuto sempre lontano e critico verso i farisei del suo tempo, sempre in piedi a sentirsi i primi della classe su tutto, e ci ha descritto una civiltà di pubblicani che invece oltre a battersi il petto per i propri peccati spesso batteva la propria pancia vuota.

Pasolini, pur non essendo stato sempre uno di quei divergenti pubblicani del suo tempo, non ha rinunciato a dare agli umili la dignità della parola, e lo ha fatto attraverso l’arte del verso, della prosa e della cinematografia.

La visione politica

A mezzo secolo dalla morte del poeta stramaledetto, dai rappresentanti della destra di governo sono risuonate parole concrete di vero apprezzamento e comprensione verso Pasolini. A sinistra si sono visti i soliti lirismi di maniera, o poco più, a dire il vero.

Il senatore di Fratelli d’Italia Andrea De Priamo al termine di un suo intervento in Senato per la commemorazione di Pasolini, ha dato voce senza filtri ad alcuni versi spesso dimenticati del poeta, leggendo una parte della poesia Io sono una forza del Passato del 1962.

Io sono una forza del Passato / Solo nella tradizione è il mio amore. / Vengo dai ruderi, dalle Chiese, / dalle pale d’altare, dai borghi, / dimenticati sugli Appennini o le Prealpi, / dove sono vissuti i fratelli. / Giro per la Tuscolana come un pazzo, / per l’Appia come un cane senza padrone. / O guardo i crepuscoli, le mattine, / su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, / come i primi atti del Dopostoria, / cui io assisto per privilegio di anagrafe, / sull’orlo estremo di qualche età / sepolta (…)

Così scrisse Pier Paolo Pasolini. In quella occasione è stato finalmente possibile respirare la complessità del poeta, sinteticamente, senza partigianeria, senza schemi sinistroidi, senza bomboniere buoniste né chiavi interpretative culturalmente corrette.

De Priamo, prima di declamare quei versi, ne ha infatti ricordato la visione politica, secondo lui caratterizzata da “un marxismo” che si poneva “in senso critico verso un modello capitalista che sicuramente più e con più attenzione di altri Pasolini aveva denunciato”. Ha inoltre ricordato l’attaccamento ai valori della Resistenza, ma al contempo “il dolore per la perdita di un fratello ucciso a diciannove anni da chi della Resistenza, e in particolar modo di quella comunista, faceva parte”.

Ha ricordato la lettera che scrisse a un giovane del Movimento Sociale Italiano, pubblicata su Il Mondo nel 1974, in cui criticò alcuni degli aspetti di quei ragazzi suggerendo loro di non scontrarsi con altri giovani che, come loro, volevano cambiare la società combattendo il potere che si dimenticava degli ultimi.

Il senatore De Priamo ha ribadito anche che “Pasolini non è un patrimonio solo della destra o solo della sinistra, ma un patrimonio dell’Italia, dell’Europa e del mondo intero”.

In questo periodo di infiltrazioni violente tra le fila dei proPal, senza dubbio, i figliocci di papà antioccidentalisti dovrebbero rileggere il Pasolini del 1968, che davanti agli scontri di Valle Giulia a Roma si schierò umanamente con le Forze dell’ordine, giacché ieri come oggi tra le braccia dei poliziotti e in mezzo a quella forza-lavoro è possibile riconoscere i veri figli del popolo; non tra i violenti.

Destra divina e cancel culture

È più semplice che le grosse contraddizioni del potere degli anni Sessanta e Settanta passino per la cruna di un ago, che Pier Paolo Pasolini entri nell’Olimpo fragile di ogni sinistra o destra della prima Repubblica. Tuttavia, tra coloro che più di tutti possono leggere i suoi versi senza apparire come i farisei saliti al tempio, oggi, ci sono gli eretici di quella che il poeta giornalista assassinato mezzo secolo fa chiamava la “Destra divina”, che pure è stata ricordata nell’intervento dell’esponente di Fratelli d’Italia in Senato.

Per ricordare degnamente Pasolini, in verità, potremmo accostargli alcuni versi di Ezra Pound: tanto per rimanere incorrotti e incorruttibili davanti al tribunale del politicamente corretto, risultando non troppo antipatici ad un (comunque inimmaginabile) Pasolini odierno. “Rendi forti i vecchi sogni / Perché questo nostro mondo non perda coraggio / A lume spento”, scrisse Pound.

Oggi tutto il letame anti-trascendentista del materialismo positivista e post-positivista, iniettato gradualmente nelle menti dalle sinistre per oltre un secolo, si è fatto ancor più occulto e ancor più subdolo con un nichilismo lobotomizzante che scorre tra le vene del woke e della cancel culture.

Ai fenomeni wokisti e di cancellazione culturale, senza alcun dubbio, Pasolini si sarebbe opposto energicamente, magari tenendosi in compagnia degli eterni versi dell’Inno nazionale di Mameli “Siam pronti alla morte / L’Italia chiamò”. E magari custodendo nel più profondo del suo cuore combattente quel “coraggio” da non perdere nel vivere, pur davanti al “lume spento” del mainstream.

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