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Il filo rosso tra crisi pandemica e ucraina: più la Competenza sbaglia, più scarica i costi sui cittadini

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Enrico Letta a Sochi

Nella nostra accezione contemporanea di “democrazia matura”, il popolo non decide, ma paga con giubilo i costi dei fallimenti dei governanti…

Gli anni 20 di questo secolo si stanno sempre più connotando come una stagione emergenziale. Dopo la pandemia che ha sconvolto il mondo nell’ultimo biennio, (ri)viviamo ora l’orrore di una classica guerra in Europa, che ci fa ripiombare improvvisamente nel gelido clima da Guerra Fredda del secolo scorso.

Sono, ovviamente, situazioni diverse, che però almeno nel nostro Paese registrano un elemento comune, che ritieniamo opportuno evidenziare, poiché espressione di una tendenza generale che ormai da tempo sta ridefinendo il nostro modello di forma di stato e di governo. Si fa riferimento alla circostanza che in entrambe le crisi le reazioni delle autorità pubbliche sono tanto più risolute nell’adottare misure che danneggiano la generalità dei cittadini quanto maggiori erano state le loro manchevolezze.

Sono ormai tristemente famosi gli episodi di sottovalutazione iniziale del coronavirus da parte di molti che subito avevano issato il vessillo della lotta al razzismo contro chiunque, prudentemente, invitava ad adottare misure preventive nei confronti di coloro che tornavano dalla Cina. Gli stessi sono poi divenuti i più ferventi devoti della liberticida gestione pandemica, approfittando di un sistema mediatico sempre prono verso chi detiene il potere e dunque dimentico di evidenziare le incongruenze e le omissioni. Le stesse autorità sanitarie, nazionali e regionali, non sono mai state chiamate a rispondere delle loro scelte in materia di pianificazione della politica sanitaria e hanno dimostrato una energia e una durezza nell’adottare il fiume di ordinanze chiusuriste che non si erano mai viste prima, quando si trattava di organizzare e gestire i loro sistemi sanitari, e anzi quanto più questi si mostravano inefficienti tanto più severe erano le chiusure.

Il medesimo fenomeno, amplificato, accade ora con la guerra in Ucraina. In questo caso, infatti, la situazione è più grave, poiché più prevedibile. Erano note da anni le tensioni tra la Russia e l’Ucraina, che già nel 2014 erano esplose in un conflitto che aveva determinato severe sanzioni internazionali da allora ancora in vigore. Successivamente nelle cosiddette regioni separatiste dell’Ucraina orientale vi era stata una ininterrotta stagione di violenze, raccontate anche in libri pubblicati da editori minori, per indicare che certamente era una situazione nota ai servizi informativi e dunque ai vertici politici. Ci si poteva aspettare pertanto l’adozione prudenziale di politiche in grado di far fronte a eventuali focolai di crisi provenienti da quell’area, soprattutto con la riduzione della dipendenza energetica dalla Russia. E invece in tutti questi anni si è fatto l’opposto.

È ormai di pubblico dominio che la dipendenza italiana dal gas russo sia cresciuta dalla annessione della Crimea fino ad arrivare oggi ad una percentuale superiore al 40 per cento delle importazioni di gas. Ed è altrettanto noto che ciò non sia avvenuto in modo inconsapevole. Soprattutto durante la presidenza Trump abbiamo assistito ad un vigoroso scontro tra Stati Uniti e molti Paesi europei, in testa la Germania, sul gasdotto Nord Stream 2, che avrebbe accresciuto la dipendenza energetica europea dalla Russia, e sull’aumento della spesa militare dei Paesi membri Nato per fronteggiare con maggiore autonomia le sfide della sicurezza nel panorama europeo. Queste polemiche sono state liquidate in Europa come bizzarrie di un presidente anomalo e pericoloso, quando invece, come i fatti stanno ora dimostrando, avevano una loro obiettiva fondatezza.

Ma anche in questo caso la nostra opinione pubblica non chiede ragione di questa miopia strategica che oggi ci impedisce di adottare un embargo energetico nei confronti di Mosca, a meno di non suicidarci economicamente e socialmente, con rilevantissime e imprevedibili ricadute politiche. Essa piuttosto, docilmente accompagnata dalla “stampa di regime” (per rievocare una nota rassegna stampa a cui verosimilmente molti lettori sono affezionati), si dichiara entusiasta di dare il proprio contributo alla pace con una volontaria riduzione del proprio consumo energetico quotidiano. Atteggiamento nobile quanto inutile per ovvie ragioni.

E soprattutto possiamo notare come molti esponenti politici che sono stati protagonisti degli anni precedenti, ricoprendo primari incarichi di governo, sono i più attivi promotori della linea di assoluta intransigenza sul fronte delle sanzioni economiche, richiedendo a gran voce anche il totale embargo energetico, senza che passi loro in mente di doverci rendere conto perché durante i governi da loro presieduti (o di cui comunque facevano parte o sostenevano con ruoli politici importanti) abbiano aumentato la nostra dipendenza energetica dalla Russia, malgrado gli evidenti segnali di pericolo.

Un’ulteriore dimostrazione di questa consapevolezza si ebbe durante l’inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Sochi quando, come è già stato ricordato da uno dei condirettori di questo quotidiano, tutti i principali leader del mondo occidentali disertarono la manifestazione di inaugurazione, tranne il nostro presidente del Consiglio pro tempore, Enrico Letta, che andò in perfetta solitudine. Oggi lo ritroviamo segretario del più importante partito dell’establishment nostrano a invocare l’embargo energetico.

Si ripete pertanto lo schema per cui i responsabili non degli eventi di crisi (la pandemia e la guerra), ma della virulenza dei loro effetti sul nostro sistema, scaricano sulla popolazione le conseguenze dei loro errori strategici attraverso l’adozione di rigorose misure che aggravano ulteriormente l’intensità e l’ampiezza degli effetti negativi. E ciò avviene in un contesto mediatico in cui sei rappresentato non come sei, un disastroso decisore pubblico che non è stato capace di mettere in sicurezza il proprio Paese da possibili fonti di rischio, ma come convenga (al sistema) che appaia, un risoluto leader che non si piega durante i tempi duri (altrui).

Questa è un’altra costante che si può registrare nelle due crisi: il costo delle misure adottate si scarica principalmente, se non esclusivamente, sulla generalità dei cittadini, in particolare sugli operatori di mercato, sempre più orfani di una loro rappresentanza politica.

Il fenomeno descritto sopra (l’adozione di una linea di intransigente durezza di fronte una crisi per coprire le proprie anteriori responsabilità, con la complicità del sistema mediatico e scaricandone il costo sulla popolazione) è l’epifania della tendenziale chiusura oligarchica del nostro sistema pubblico, nel quale il momento elettorale è sempre più sostanzialmente marginale rispetto alle scelte di indirizzo politico e si manifestano con sempre maggiore frequenza toni da stato etico e verità di stato.

Questa legislatura ne è una lampante dimostrazione, in quanto inizia con un voto politico che chiaramente invoca un radicale cambiamento di paradigma, con il successo elettorale del Movimento 5 Stelle e della Lega, e la nascita del governo giallo-verde e finisce con un governo sorretto da una maggioranza da far invidia alla Bulgaria degli anni d’oro e l’adozione di un piano quinquennale, il Pnrr, che delinea la linea di sviluppo economico e sociale del futuro prossimo, non curante dell’esito delle prossime elezioni politiche.

D’altronde, sembra che nella nostra accezione contemporanea lo sviluppo di un sistema democratico maturo, come è quello nel quale in ogni caso devono governare le forze politiche “responsabili” e gli individui “migliori”, i “Competenti”, non può certo farsi condizionare dalla volontà popolare.

Nelle democrazie mature il popolo non decide, ma paga con giubilo i costi dei fallimenti dei governanti.

A noi pare di ricordare che era leggermente diversa la logica del costituzionalismo liberaldemocratico, ma evidentemente la nostra memoria ci inganna. Se così non fosse, oggi tutti i mezzi di informazione dovrebbero chiedere conto ai governanti (in senso esteso) degli ultimi otto anni delle loro scelte, soprattutto in materia energetica e di difesa, al fine di consentire ai cittadini di esprimere la loro sovrana valutazione sul loro operato.