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Intellettuali orfani del regime sanitario: le restrizioni vanno, la cappa ideologica resta

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Tanti di loro, organici al pensiero pandemicamente corretto, si sono schierati dalla parte della ragione di Stato e non dell’individuo. Il pericolo di relegare libertà e diritti su un piano secondario, riducendoli a nemici della salute pubblica. Il prezzo di una narrazione a senso unico fondata su subdole forme di tortura psicologica e di demonizzazione dei recalcitranti

Com’era ampiamente prevedibile, nemmeno la fine delle principali restrizioni ha liberato gli italiani dalla cappa ideologica che li ha imprigionati mentalmente negli ultimi due anni. Non solo la stragrande maggioranza delle persone gira ancora mascherinata pur in assenza di specifici obblighi, mentre altri si arrogano il potere di travestirsi da guardiani dell’ortodossia sanitaria, ma addirittura la grande stampa ha schierato i suoi intellettuali di riferimento per celebrare i divieti dell’era pandemica e descriverne la malinconica separazione. Per esempio, lo scrittore Antonio Scurati, premio Strega, che già aveva invocato un Natale di astinenza e penitenza nel 2020 durante una puntata di Otto e mezzo, ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale dal titolo emblematico “Siamo liberi però teniamo i piedi per terra”. Che, poi, sul mantra di evitare voli pindarici il ministro Speranza ha il diritto d’autore per averlo ripetuto a raffica, fino alla noia. Ma, senza divagare, torniamo a Scurati e a un passaggio fondamentale del suo pezzo: “I contagi si contano nell’ordine di diverse decine di migliaia, eppure si scivola insensibilmente verso un bizzarro liberi tutti”.

Di bizzarro c’è solo questa incredibile tendenza dei maître à penser nostrani, che scrivono e discettano sui principali quotidiani e nei talk show televisivi, a mostrare il proprio conformismo verso le regole sanitarie che relega libertà e diritti su un piano secondario, riducendoli incredibilmente a nemici della salute pubblica. Ma, d’altronde, Scurati è in ottima compagnia. Su Repubblica, per esempio, un altro premio Strega, Francesco Piccolo, si è sperticato nell’elogio della carta verde con grande enfasi e pathos. “Sarà un elemento vintage nel futuro, come i gettoni o il ping-o-tronic. Si dirà: ti ricordi quando c’era il Green Pass? E bisognerà spiegare cos’era, e non sarà facile”.

Beh, dipende da quale punto di vista si guarda la questione. In termini di diritti e funzionamento della vita democratica, la certificazione verde resterà una ferita aperta per questo Paese perché ha vessato chi ne era in possesso e ha discriminato chi ha deciso di non sottoporsi al trattamento sanitario. “D’altra parte, ho visto sbuffare la stragrande maggioranza delle persone nel doverlo tirare fuori. Nella sostanza, lo consideravano offensivo sia coloro che lo chiedevano sia coloro che lo mostravano. Voleva significare: allora tu non ti fidi di me?”.

Anche qui, Piccolo sbaglia prospettiva. Non si tratta di fiducia ma di fastidio da parte del controllore perché è stato investito di una funzione che non gli spettava e da parte del controllato perché costretto a esibire il suo status sanitario per poter sedere al tavolo di un ristorante o per degustare un caffè. In un contesto democratico, il rapporto tra Stato e cittadino è basato sulla reciproca fiducia e non sull’imposizione di norme assai irritanti che hanno messo le persone le une contro le altre. Peraltro, è questo il prezzo di una narrazione a senso unico fondata su subdole forme di tortura psicologica e di demonizzazione dei recalcitranti. Come non ricordare il fantastico servizio del Tg1 sulla grama vita di chi era sprovvisto del Green Pass, nonché l’improvvida frase del premier Draghi in conferenza stampa (“Speriamo di riammetterli quanto prima in società).

Magari, in altre epoche nemmeno troppo lontane, grandi pensatori come Sciascia, Pasolini, Moravia avrebbero manifestato il proprio dissenso verso questo autoritarismo distopico che non riconosce più i diritti individuali ma classifica i cittadini in base agli adempimenti sanitari imposti in maniera surrettizia. Oggi, invece, si fa fatica a distinguere tra elzeviri e omelie. Perciò, ce ne ricorderemo del Green Pass e di tutte le altre restrizioni, a differenza di quello che pensa Piccolo. E, magari, chiameremo in causa Manzoni e la sua colonna infame proprio perché c’è questa tendenza a considerare tutti come presunti untori. Almeno in campo sanitario, non esiste più la presunzione d’innocenza. Al massimo si è potuto esibire il Green Pass come scriminante e la mascherina come attenuante. Tuttavia, chi sa come va a finire la storia del Manzoni può anche immaginare che poi la verità, seppur lentamente, viene a galla. Perciò, va evitata proprio la damnatio memoriae.

Di questi anni assurdi, dovremo conservare un ricordo nitido che serva da monito per ulteriori derive anti democratiche che già si preannunciano. Per esempio, in Campania, dove regna incontrastato il presidente De Luca il quale, anche se un po’ distratto dalle raffinate analisi geopolitiche che dispensa durante le sue celebri dirette social, non abbandona la trincea sanitaria avvisando i cittadini che, nel suo feudo, la mascherina sarà sempre e per sempre obbligatoria. Non è da meno il ministro Speranza che dispensa ancora prediche urbi et orbi: “Non avere un obbligo non significa diventare irresponsabili”. Parole che tradiscono la preferenza per lo Stato etico, quello in cui la morale comune equivale a precetto (anche non scritto) di legge. Invece, nel pensiero liberale, tutto ciò che non è espressamente vietato è permesso. Sfugge questo particolare al ministro che palesa una cultura politica ben lontana non solo dai principi liberali ma anche dai valori illuministici che sono alla base dello Stato moderno.

Perciò, in questo panorama così alienante e desolante, risulta ancora più rumoroso il silenzio di chi avrebbe i mezzi e le platee per raddrizzare la rotta. “I tempi erano oscuri: perché i poeti hanno taciuto?”, si sarebbe chiesto Brecht. In realtà, non sono rimasti in silenzio ma tanti di loro, organici al pensiero pandemicamente corretto, si sono schierati dalla parte della ragione di Stato.