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Dall’albero cattivo, frutti cattivi: la spirale vessatoria del Green Pass era prevedibile dall’inizio

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Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così, ogni albero buono fa frutti buoni, ma l’albero cattivo fa frutti cattivi. Un albero buono non può fare frutti cattivi, né un albero cattivo fare frutti buoni. Ogni albero che non fa buon frutto è tagliato e gettato nel fuoco. Li riconoscerete dunque dai loro frutti (Matteo, 7, 16-20)

La lettura dei famosi versetti biblici ci ricorda che la spirale vessatoria delle misure restrittive adottate per il contrasto alla pandemia era possibile prevederla sin da principio, perché l’albero cattivo della colpevolizzazione di parte della popolazione, sulla base di specifiche condizioni personali che nel caso in argomento è quella di non sottoporsi volontariamente alla vaccinazione Covid, può solo produrre il frutto cattivo della repressione e della disumanizzazione da parte dei poteri pubblici.

E, difatti, se si scorrono cronologicamente, anche in sintesi, gli eventi non potrà non accertarsi che questi si siano sviluppati lungo una direzione vessatoriamente afflittiva che è aumentata di intensità man mano che si mostrava fallace nei suoi esiti sperati, dimostrando che alla base delle varie misure adottate non c’erano solide evidenze scientifiche e, anzi, talvolta forse hanno favorito il contagio, creando un falso sentimento di sicurezza indotto da perentorie, quanto errate, esternazioni delle autorità di governo.

In principio, fu il Green Pass. Pochi denunciarono tra il generale scherno che l’introduzione della certificazione sanitaria per l’esercizio di alcune libertà costituzionalmente tutelate costituiva un grave vulnus. Come spesso accade, chi va controcorrente, ovvero testimonia la verità in tempi confusi, non ha immediatamente un grande seguito.

Allora, come si ricorderà, la principale argomentazione a favore del Green Pass, considerato addirittura come “strumento di libertà”, era sostanzialmente la possibilità per l’individuo di potere ottenere la certificazione facoltativamente con il vaccino, con la guarigione dalla malattia, ma anche con il tampone. Dunque lo strumento era idoneo ad agire, secondo i suoi fautori, come un efficace e legittimo incentivo alla vaccinazione che salvaguardava comunque la libertà di scelta terapeutica, non imponendo nessun obbligo vaccinale e permettendo al contempo l’apertura di tutte le attività.

In questa, quasi unanimemente condivisa, interpretazione della misura non si teneva conto di alcuni elementi che invece avrebbero, per l’appunto, potuto fare intendere che si iniziava a percorre un sentiero che non avrebbe portato a nulla di buono.

In primo luogo, la sottovalutazione della natura discriminatoria dell’effetto costrittivo, la c.d. “spinta gentile”, che la misura mirava di produrre, attraverso una serie di materiali impedimenti che rendevano estremamente difficoltoso lo svolgimento di una normale vita sociale a coloro che decidevano di non sottoporsi al ciclo vaccinale. Infatti, per molti il ricorso continuo al tampone era, in concreto, impraticabile per l’elevato costo che avrebbe comportato; per altri, invece, poteva divenire materialmente impossibile rispettare la prescrizione temporale, anche alla luce delle rigorose interpretazioni che ad essa erano state date (si ricorderanno i casi di lavoratori allontanati durante l’orario di lavoro perché il Green Pass, valido all’inizio del turno, era nel frattempo scaduto); per altri ancora era insostenibile il prolungato ricorso al tampone per il dolore/fastidio fisico che provavano. Tutte queste persone subivano una discriminazione indiretta, poiché era, di fatto, per loro impraticabile la facoltà del tampone per condizioni connesse alla loro capacità economica o alla durata temporale del loro lavoro o a loro caratteristiche fisiche o psichiche.

In secondo luogo, l’alterazione della genuinità del consenso informato da parte di chi sottoponeva alla vaccinazione sotto l’effetto costrittivo della “spinta gentile”. Si è quindi consapevolmente accettato che molti individui obtorto collo si sottoponessero ad un determinato trattamento sanitario con la pretesa però che formalmente risultasse un atto volontario. Ciò, al netto delle considerazioni legali relative ad eventuali reazioni avverse, non può non essere apparso odioso poiché percepito come una soverchieria da parte di chi si è sentito costretto a fare qualcosa e a dovere anche dichiarare di volerlo fare volontariamente.

In terzo luogo, le numerose esternazioni di importanti esponenti politici, anche con incarichi istituzionali e di governo, e di molti altri opinion makers hanno chiaramente espresso la finalità afflittiva che sta a fondamento di questa misura, al fine di rendere impossibile la vita dei non vaccinati (e molti ricorderanno come questo concetto sia stato talvolta formulato in modo piuttosto volgare e minaccioso).

Pertanto, come si diceva, erano già presenti all’inizio tutti gli elementi per comprendere che l’introduzione del Green Pass avrebbe imposto una robusta accelerazione all’illiberalità della gestione pandemica non tanto perché, come si è sostenuto, si proponeva, per un interesse collettivo, la subordinazione dell’esercizio di determinate libertà all’assolvimento di un onere (e già questo è uno schema estraneo alla tradizione del costituzionalismo liberaldemocratico dei diritti di libertà), quanto piuttosto perché, in realtà, il predetto onere mascherava una sanzione afflittiva per la violazione di un obbligo etico. Si era cioè di fronte ad una visione da Stato etico che indica i corretti comportamenti e punisce le condotte ritenute pericolose per la collettività.

E difatti i successivi sviluppi nel frattempo intercorsi (super Green Pass; estensione obbligo vaccinale dapprima a determinate categorie di lavoratori e, successivamente, a intere fasce anagrafiche; rivisitazione in senso restrittivo dell’accesso alle diverse attività commerciali e sociali) hanno accentuato, nel giro di poche settimane, il carattere afflittivo e sanzionatorio della scelta di non vaccinarsi, giungendo a prevedere, addirittura, la sospensione dal lavoro senza retribuzione: una misura, al limite della crudeltà, che difficilmente non può essere considerata alla stregua di una sanzione penale per la sua elevata afflittività, privando un individuo di potersi guadagnare da vivere in modo legale per tutta la durata della disposizione, che si protrarrà ben oltre il 31 marzo prossimo.

Ieri, infine, si è giunti all’apoteosi di ridurre drasticamente, con Dpcm, un Decreto del Presidente del consiglio, gli spazi vitali dei non vaccinati, ai quali è sostanzialmente consentita la mera sussistenza e poco più, con una regolamentazione degli accessi alle attività commerciali e sociali degna della migliore tradizione pianificatrice sovietica.

E il peggio potrebbe ancora venire, perché sembra evidente come la morsa si faccia più serrata, via via che risulti chiaro come le restrizioni imposte non siano idonee a conseguire lo scopo di contrastare la diffusione del contagio.

Così mentre il resto del mondo libero inizia a cambiare direzione, smantellando le restrizioni adottate, peraltro molto più blande delle nostre, perché ritenute non più giustificate da un punto di vista sanitario (e non solo), l’Italia aumenta l’intensità delle sue misure restrittive, predisponendo schemi di azione complessi e modificati quasi settimanalmente,  al punto che si finisce per non capire come ci si deve comportare nelle varie ipotesi in cui si è entrato a contatto con un positivo o si è positivi asintomatici.

D’altronde, ritornando ai versetti iniziali, la gestione liberticida della pandemia è il frutto del cattivo albero di un ordinamento che da circa un decennio ha accentuato la sua tendenza a deviare dalla tradizione del costituzionalismo liberale, attraverso una chiusura oligarchica e tecnocratica agevolata da un continuo emergenzialismo (ieri economico, oggi sanitario e, probabilmente, domani ambientale), da una legislazione elettorale che garantisce una scarsa rappresentatività degli eletti e dalla progressiva marginalizzazione del Parlamento rispetto ad altri centri decisionali nazionali e sovranazionali. Ecco perché si crede che il peggio possa ancora venire, se non si getterà al fuoco l’albero cattivo e si pianterà l’albero buono della democrazia liberale di matrice anglosassone, il quale, ancora una volta, ha prodotto il frutto buono di un ordinamento che, anche nel corso dei momenti più bui, riesce a discernere il bene dal male. E, come è tristemente noto, non si può dire lo stesso per il nostro Paese e per il continente europeo.