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L’idea di “più Europa” di Emma Bonino: più tasse per tutti, meno mercato

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La vicenda Embraco ha avuto almeno il merito di fare chiarezza sul Dna politico di personalità che godono, come si dice, di ottima stampa e a cui è stata rilasciata, non si sa bene in ragione di cosa, la patente di “liberali”. E di mostrarci “quale Europa” si intenda quando si dice che “serve più Europa”. Abbiamo già parlato su Atlantico del ministro dello sviluppo Calenda, la cui reazione scomposta ha rivelato un’avversione – piuttosto comune tra i governanti europei – alla competizione, soprattutto fiscale.

Con una frase pronunciata nel salotto televisivo di Bruno Vespa, e rilanciata sul suo profilo Twitter ufficiale la mattina successiva, anche Emma Bonino getta definitivamente la maschera liberale:

“Al momento le aziende delocalizzano perché adesso ogni stato ha regole fiscali e del lavoro differenti. Per questo occorre Più Europa, per procedere verso armonizzazione, altrimenti gli imprenditori vanno dove conviene.”

Totale sintonia con il ministro Calenda, che d’altronde ha da tempo dichiarato il suo endorsement alla lista guidata dalla ex leader radicale.

La frase “altrimenti gli imprenditori vanno dove gli conviene”, come se fosse una aberrazione del sistema da correggere, è particolarmente inquietante perché denota scarsa comprensione dei meccanismi e degli incentivi che fanno funzionare l’economia di mercato e inducono a sospettare, quindi, anche un’adesione poco convinta. Se ancora vogliamo un mercato unico (tra le poche cose positive di questa Europa) dev’essere la regola, non una colpa, che capitali e imprese possano muoversi alla ricerca dei contesti fiscali e normativi più convenienti dove investire e creare utili. E’ questo il loro ruolo in una economia di mercato, non bruciare risorse per mantenere in vita attività in perdita, magari sussidiate dallo stato.

E’ questa invece l’idea sottesa alla proposta, tra l’altro non nuova, del ministro Calenda, di un globalization adjustment fund, “un fondo di reindustrializzazione che prevenga le delocalizzazioni e metta pacchetti che vadano oltre la normativa sugli aiuti di stato”. Si tratterebbe di legalizzare di fatto un aiuto di stato a livello europeo per convincere chi vuole trasferire la produzione in paesi che offrono migliori condizioni a restare, grazie a un sussidio, nei paesi che impongono condizioni peggiori. Nel caso di Embraco, per farla restare in Italia, nonostante regime fiscale, costo del lavoro e dell’energia siano penalizzanti a causa non di un destino cinico e baro, ma per precise scelte sbagliate e anti-economiche del potere politico e della classe dirigente.

Ora, può ben darsi che nel caso Embraco la Slovacchia abbia violato le regole comunitarie sugli aiuti di stato (sarà la Commissione europea a stabilirlo), ma può anche darsi che il ministro Calenda abbia alzato oltre modo i toni per intestarsi, a due settimane dal voto, una battaglia in nome di un presunto interesse nazionale, alla ricerca di una possibile investitura bipartisan come premier o ministro nel caso nessuna delle coalizioni, o dei partiti, ottenga la maggioranza nel prossimo Parlamento.

Ciò che sorprende negativamente non è la richiesta di verificare il rispetto della normativa sugli aiuti di stato. Calenda e Bonino sono andati molto oltre nelle loro argomentazioni, sostenendo la necessità di un’armonizzazione a livello europeo al preciso scopo di cancellare la competizione fiscale tra gli stati membri ed impedire alle imprese di muoversi nel mercato interno cercando le condizioni migliori per operare. Insomma, viene difeso giustamente il diritto dei cittadini europei a muoversi liberamente verso i paesi che offrono migliori prospettive di lavoro, ma si vuole di fatto limitare quello delle aziende. Idraulici, camionisti, ambulanti devono accettare in nome del mercato la concorrenza dell’idraulico polacco, del camionista sloveno e dell’ambulante rumeno. Ma i governi no, non devono avere alcun freno nei loro appetiti fiscali.

Seguendo la via dell’armonizzazione avremmo un livellamento verso l’alto di tasse e spesa pubblica. L’esito di questa agognata “armonia” sarebbe più tasse e meno mercato. La concorrenza fiscale non è concorrenza sleale, tanto meno dumping, ma semplice concorrenza. Piccolo particolare: la competizione è anche e soprattutto extra-Ue. Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno ridotto la tassazione sulle imprese. Il Regno Unito si prepara ad ulteriori tagli. Forse si possono intimidire e sanzionare i paesi dell’Est Europa, ma di certo non ci si può illudere di fermare i nostri competitor extra-Ue a colpi di carte bollate, come recentemente e pateticamente hanno provato a fare i ministri delle finanze dei principali Paesi europei. Siccome abbiamo deciso di mantenere in vita uno stato elefantiaco e burocratico, inefficiente ed illiberale, pretendiamo che anche gli altri seguano il nostro esempio, con le buone o con le cattive?

“Più Europa” si conferma essere la risposta sbagliata perché elude il problema di “quale Europa”, o peggio sottintende “più di questa Europa”. Anche no, grazie. L’armonizzazione fiscale – vero e proprio nuovo culto degli europeisti, o eurofanatici, come se fosse la bacchetta magica per un’integrazione di successo – presupponendo l’omologazione ad un unico modello economico-sociale dalla Finlandia al Portogallo, rivela l’intenzione di creare un super Stato europeo, e non gli “Stati Uniti d’Europa” (dove non a caso si usa stati, al plurale, non al singolare…).

Al contrario, la concorrenza fiscale e non l’armonizzazione è la via giusta per un’integrazione funzionante e sostenibile. Una competizione virtuosa, perché da un lato spingerebbe gli stati membri ad abbassare il livello di tassazione, per attrarre investimenti, imprese e talenti, ma dall’altro li obbligherebbe a mantenere sotto controllo il debito pubblico, a finanziare le proprie spese a costi contenuti. D’altronde, se il modello fossero davvero gli Stati Uniti come si dice, non si dovrebbe ignorare il fatto che tra gli stati americani la concorrenza fiscale è spietata.

Se l’Ue persevera nei suoi piani di armonizzazione, accusando di concorrenza sleale e magari sanzionando i paesi che cercano di essere competitivi adottando un fisco leggero, si autocondanna al declino, chi prima chi poi…