Post su X del Ministero degli esteri israeliano, del 12 maggio scorso:
Mesi fa, la Commissione Civile si è rivolta al New York Times con un rapporto sulla violenza sessuale sistematica perpetrata da Hamas il 7 Ottobre e dopo. Il New York Times ha detto di non essere interessato. Quel rapporto completo e ben documentato è stato pubblicato stamattina dalla Cnn e altri media internazionali. Consapevole del rapporto e della sua data di pubblicazione, la sera prima della sua uscita il New York Times ha pubblicato un vergognoso attacco a Israele, sminuendo i crimini sessuali di Hamas. Questo dice tutto sugli obiettivi del New York Times.
Abusi sui prigionieri palestinesi
In un post su X di lunedì 11 maggio, il ministro degli esteri israeliano ha definito quell’editoriale “una delle peggiori calunnie del sangue mai apparse sulla stampa moderna”. Per “calunnie del sangue” si intendono quelle dell’Europa medievale e moderna che, una volta diffuse, scatenavano pogrom.
Quel giorno, in effetti, Nicholas Kristof ha pubblicato un lungo articolo, nella sezione delle opinioni, ma con lo stile di un’inchiesta, sugli abusi dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Abusi veri e presunti. Come sempre quando si parla di Israele, le notizie sono in parte vere, in parte vere ma ingigantite, in parte inventate di sana pianta. E l’effetto è quello di suscitare nel lettore un’indignazione insopprimibile contro lo Stato ebraico.
Nel giorno in cui il rapporto sulle violenze brutali di Hamas avrebbe dovuto suscitare un giusto moto di orrore, gli opinionisti pro-pal si indignavano per i prigionieri palestinesi “fatti stuprare dai cani” e si immergevano in un girone dantesco di violenze sessuali, descritte da Kristof, con dovizia di dettagli, come pratiche sistematiche e pianificate.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha minacciato di querelare il New York Times e il giornalista Nicholas Kristof per l’articolo che accusa i servizi di sicurezza del suo Paese di perpetrare sistematicamente orribili aggressioni sessuali. “Hanno diffamato i soldati di Israele e perpetuato una calunnia sanguinaria sullo stupro”. Il Times difende strenuamente l’articolo, definendolo “frutto di un’approfondita inchiesta” e “ampiamente verificato nei fatti”.
Matti Friedman, ex corrispondente di Associated Press (da almeno quindici anni impegnato in una lotta solitaria contro la disinformazione su Israele), commenta su The Free Press:
Kristof ci fornisce un elenco di terribili abusi che, a suo dire, sarebbero stati perpetrati contro detenuti palestinesi. Afferma di aver parlato con 14 persone, la maggior parte delle quali non nominate, e che parte del materiale proviene da ong anti-israeliane. Sembra non conoscere l’identità di alcune delle persone che descrive.
Se alcuni abusi sono reali (un caso, dove l’aggressore è un colono, è confermato) altri sono inventati e difficilmente credibili: “l’articolo esagera un po’ – commenta Friedman – mostrandosi ingenuo riguardo ad accuse molto, molto più difficili da credere. Dopotutto, le carceri sono dotate di telecamere. Ci sono comandanti, ci sono avvocati. Un articolo molto più efficace si sarebbe attenuto a ciò che è plausibilmente vero, ma sarebbe stato meno popolare”.
False accuse
Partiamo dall’accusa più pesante e maggiormente scandalosa, quella dei cani da guardia addestrati per stuprare prigionieri. Si tratta di un classico della propaganda pro-pal. Kristof, quale fonte, “cita un attivista anti-israeliano ed ex accademico Shaiel Ben-Ephraim, il quale a sua volta citava rapporti di ong anti-israeliane che presentavano l’affermazione senza prove e un caso fallito, archiviato nel marzo scorso, contro guardie carcerarie israeliane a Sde Teiman. La notizia ha fatto il giro di testate militanti, come Drop Site News e The Electronic Intifada prima di approdare sulla scrivania del New York Times, dove Kristof l’ha ritenuta attendibile senza ulteriori controlli e usata come base per il suo articolo”.
L’Intifada dell’informazione
Kristof cita come fonte attendibile anche Euro Med, una ong militante i cui contatti con Hamas sono stati denunciati da tempo, impegnata in una vera e propria Intifada dell’informazione, soprattutto attraverso l’editing continuo di Wikipedia. Friedman commenta, in merito a questa fonte:
Sono stato corrispondente per l’Associated Press dal 2006 al 2011, e una cosa che spesso non è chiara ai lettori è il ruolo che le ong svolgono nella creazione dei reportage che effettivamente leggono. Il corpo giornalistico è molto più debole di un tempo: meno personale, giornalisti meno esperti, stipendi bassi, e le esigenze del ciclo di notizie 24 ore su 24 sono molto maggiori (…) Quando ho letto l’articolo di Kristof, ho subito individuato questo meccanismo. Kristof ha ricevuto un pacchetto da alcune ong. Cita Euro Med, che ha comprovati legami con Hamas e ha apertamente affermato che Israele sta usando armi per ‘vaporizzare’ i palestinesi e che sta prelevando organi. Affidarsi a Euro Med è alquanto azzardato, persino per la stampa mainstream. Kristof menziona anche un attivista anti-israeliano di nome Sari Bashi, che vive a Ramallah. Quindi, gli attivisti locali gli hanno fornito la storia, lo hanno messo in contatto con le loro fonti e gli hanno dato materiale incendiario e non verificabile.
Conta anche il doppiopesismo della redazione del New York Times, come spiega Friedman:
Quando Euro Med si rivolge a uno come Kristof, è plausibile che questi trovi informazioni che lo aiutino a sostenere la sua tesi e decida di non approfondirle. Se il governo israeliano gli presentasse informazioni altrettanto inverosimili, le verificherebbe cento volte, e i fact-checker del New York Times le esaminerebbero minuziosamente.
La verifica, nel mondo dell’informazione online, comunque conta fino a un certo punto. L’effetto dirompente è già stato ottenuto, nessuna smentita lo farà rientrare e lo scopo è raggiunto: l’equiparazione dei crimini di Hamas con presunti crimini israeliani.
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