Politica

Una sentenza scardina il regime anti-Covid ma la narrazione non si tocca

Mentre altrove il dibattito incalza, l’editoriale di Panebianco mostra come in Italia scalfire lo storytelling ufficiale di questo triennio distopico resta un tabù

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Secondo un canovaccio ormai consolidato dell’era pandemica, prima o poi, la martellante propaganda degli oltranzisti si scontra con la dura realtà. In questo caso, si è presentata sotto forma di una sentenza del Tribunale di Milano che ha scardinato l’architettura dei divieti e delle restrizioni sanitarie.

Una sentenza spartiacque

Infatti, un uomo salito su un treno in assenza dell’attestazione di un tampone negativo, accusato per questo di aver violato l’obbligo di quarantena imposto dal Dpcm del febbraio 2020, nonché di falso ideologico, è stato assolto “perché il fatto non sussiste” (con conseguente rigetto della richiesta di due mesi di reclusione avanzata dal pm).

Il Tribunale di Milano ha fissato una serie di principi cardine che sono destinati a segnare una sorta di spartiacque giurisprudenziale e ad aprire una breccia in questo assurdo triennio di normative anti-Covid, poco rispettose dei diritti e delle libertà individuali.

Innanzitutto, il giudice ha ritenuto che la condotta contestata all’imputato era “del tutto priva del requisito della necessaria offensività”. In pratica, il suo comportamento si è rivelato non lesivo del bene protetto dalla norma incriminatrice perché, concretamente, oltre a essere asintomatico, il soggetto in questione era risultato negativo anche ad un test effettuato in farmacia.

Ma la parte più interessante del ragionamento è quella successiva sui paletti normativi alla limitazione della libertà personale. Innanzitutto, nella sentenza, è stata censurata l’impostazione dei provvedimenti sanitari che hanno previsto ordini generalizzati e non ad personam (cioè indirizzati al destinatario di un provvedimento amministrativo da parte delle autorità sanitarie locali).

Divieto illegittimo

In assenza di ciò, il divieto erga omnes di allontanarsi della propria abitazione si prefigurerebbe come una illegittima violazione della libertà personale risultando addirittura “incostituzionale per violazione del principio di riserva di giurisdizione”.

Infatti, come recita l’art. 13 della Costituzione, la libertà personale è inviolabile. Qualsiasi restrizione può essere adottata solo con provvedimento dell’autorità giudiziaria, oltre che nei casi e modi previsti dalla legge.

Perciò, il Tribunale ha concluso osservando che “un regolamento generale e indifferenziato che imponga la quarantena ai positivi Covid appare illegittimo e dunque incostituzionale, sicché può essere disapplicato e la sua violazione non può integrare ipotesi di reato”.

Inevitabile, secondo queste premesse, l’assoluzione dell’imputato che dovrebbe imporre una seria riflessione sul modo sbrigativo con cui sono stati sospesi i nostri diritti.

Allarme costante

Invece, in Italia, si persevera in una narrazione monopolizzata dal tremendismo e dal costante rilancio dell’allarme pandemico. È sufficiente una nuova variante dal nome terrificante, sequenziata in qualche parte del mondo, per spargere altra paura tra la popolazione.

Così, diventa impossibile riscrivere la cronaca dell’ultimo triennio e discostarsi dal pensiero prevalente. In settimana, per esempio, è stato pubblicato sul Corriere della Sera un interessante editoriale di Angelo Panebianco.

Il fallimento cinese

L’incipit del ragionamento è assai condivisibile. Ha ragione da vendere quando descrive il fallimento della strategia cinese e magnifica la superiorità delle democrazie sulle autocrazie.

Panebianco ha scritto che proprio la pandemia ha dimostrato i vantaggi della società aperta perché “la mancanza di libertà impedisce di trovare soluzioni efficaci per fronteggiare le emergenze”. Il passaggio successivo è magistrale:

Le misure adottate dalle autocrazie risultano sempre aberranti, impongono costi sociali altissimi e aggravano anziché risolvere i problemi. La cura usata a lungo dalle autorità cinesi, la chiusura totale e feroce di intere città, l’imprigionamento dei propri sudditi, è servita a generare sofferenza nella popolazione ma non a debellare la malattia.

Dove cade Panebianco

Peccato che questo superbo preambolo di chiara impronta liberale sia stato rovinato dall’ultima parte del pezzo che è entrato in evidente contraddizione con la prima:

Si è trattato di misure praticabili solo ove non esistono cittadini ma sudditi, ove la libertà è inesistente. Misure che le democrazie occidentali non avrebbero mai potuto adottare. È sufficiente pensare che qui da noi sono bastate certe blande, ma necessarie, misure emergenziali per far gridare alcuni allo scandalo: ricordate il Green Pass e le sciocchezze sulla dittatura sanitaria?

Be’, dispiace che misure discriminatorie e oppressive che hanno escluso milioni di cittadini dalla vita professionale o da quella sociale (forzando tanti altri contro la loro volontà negli hub del generale Figliuolo), introdotte sulla base di un teorema del tutto errato (“il Green Pass è la garanzia di ritrovarsi tra persone non contagiate e non contagiose“) vengano ritenute “blande” da Panebianco.

Così come rammarica il fatto che liquidi in quanto “sciocchezze” tutte le contestazioni mosse al rigido regime sanitario all’italiana.

Dibattito fermo

Insomma, il professor Panebianco poteva chiudere la partita spiegando le ragioni per cui è stato irragionevole, autoritario, disumano provare a copiare il fallimentare modello cinese. Invece no, ha sprecato l’occasione dimostrando come resti un tabù provare a scalfire lo storytelling ufficiale di questo triennio distopico.

Eppure, anche sulla base dell’evoluzione giurisprudenziale, sarebbe pur giunto il momento di arrendersi all’evidenza. La vera sconfitta è stata quella dell’Occidente e dei Paesi che più di tutti, in particolare il nostro, hanno subito il fascino delle terribili misure cinesi (più dannose che inutili come scritto dallo stesso Panebianco).

Altrove il dibattito incalza, smonta alcune delle certezze incrollabili della cattedrale sanitaria e smentisce i dogmi, riconosce la centralità delle scelte individuali e delle libertà dei singoli. “Eppur, si muove” questo dibattito. Da noi è ancora tutto tragicamente fermo ed incredibilmente inconfutabile.